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Il Sud che protesta: quando il sospetto di mafia diventa un alibi politico

Antonella Guidi Il Sud che protesta quando il sospetto di mafia diventa un alibi politico

Il caro gasolio mette in ginocchio autotrasportatori e agricoltori del Mezzogiorno. Ma sulle proteste cala il sospetto dei clan. Tra allarmi istituzionali, indagini e narrazioni mediatiche, il rischio è trasformare una crisi economica e sociale in una questione di ordine pubblico, lasciandone intatte le cause.

Di fronte all’esplosione della rabbia sociale per il caro gasolio e la crisi della logistica nel Mezzogiorno, l’opinione pubblica e la stampa di sistema rispolverano il solito riflesso condizionato: la presunta regia della criminalità organizzata. Un’operazione ideologica utile solo a sminuire le ragioni materiali di un settore allo stremo. È un dispositivo retorico collaudato: ogni qual volta nel Mezzogiorno il conflitto sociale si fa duro, quando i camion intasano le arterie stradali, i presidi paralizzano gli snodi logistici e i motori degli autotrasportatori si spengono per protestare contro l’insostenibilità dei costi di produzione, scatta immediata la narrazione dell’“ombra dei clan”. Categorizzare le mobilitazioni popolari del Sud come trascinamenti o burattinaggi della criminalità organizzata risponde a una precisa funzione politica: delegittimare il conflitto, derubricare la disperazione economica a problema di ordine pubblico e distogliere lo sguardo dalle responsabilità strutturali dello Stato e del capitale finanziario.

A settembre 2026, secondo l’Istat, l’inflazione italiana ha raggiunto il 4,2 per cento su base annua, trainata soprattutto dagli energetici. Ancora più significativa è la distribuzione sociale dell’aumento dei prezzi: nel terzo trimestre, l’inflazione misurata dall’indice armonizzato ha inciso maggiormente sulle famiglie con livelli di spesa più bassi rispetto a quelle con consumi più elevati. Non è soltanto una questione di percentuali. È la misura di una disuguaglianza. Quando crescono i prezzi dei beni essenziali, chi dispone di minori risorse non può semplicemente rinunciare a consumarli. Deve comprimere altre spese, ridurre la capacità di risparmio, rinviare acquisti e investimenti. Il rincaro diventa così una forma di impoverimento progressivo.

Per gli autotrasportatori il meccanismo è ancora più immediato. Il carburante non rappresenta una voce accessoria del bilancio, ma una condizione indispensabile per lavorare. Se il gasolio aumenta mentre le tariffe concordate con i committenti restano ferme, il rischio d’impresa viene trasferito verso l’anello più debole della catena. Il piccolo imprenditore che possiede uno o due camion non dispone della forza contrattuale di un grande operatore logistico. Non può sempre imporre un adeguamento delle tariffe, diversificare le attività o assorbire per mesi l’aumento dei costi. Deve continuare a pagare carburante, manutenzione, assicurazioni, pedaggi e personale, spesso prima ancora di incassare il corrispettivo del trasporto. In questo squilibrio si trova una delle chiavi della protesta. Non nella presunta irrazionalità di chi blocca una strada, ma nella razionalità economica di chi ritiene che continuare a lavorare alle condizioni esistenti sia diventato insostenibile.

La crisi dell’autotrasporto assume al Sud caratteristiche particolari. Il tessuto produttivo è composto anche da una moltitudine di piccole imprese familiari, spesso sottocapitalizzate e con una capacità limitata di negoziare i prezzi. A queste debolezze si aggiungono le carenze infrastrutturali, le distanze dai principali mercati di destinazione e, per le isole, il peso dei collegamenti marittimi. La geografia economica non è neutrale: un’impresa che opera in Sicilia o in Calabria non affronta gli stessi costi logistici di un’azienda collocata nei grandi corridoi industriali del Centro-Nord. E quando le infrastrutture sono insufficienti, ogni rincaro energetico amplifica svantaggi già esistenti.

Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto il prezzo alla pompa, ma la distribuzione del potere lungo la filiera. Chi stabilisce le condizioni del trasporto? Chi può trasferire gli aumenti sui prezzi finali e chi è costretto ad assorbirli? Quale parte del valore prodotto rimane effettivamente nelle mani di agricoltori e vettori? Sono domande che conducono dritto al rapporto asimmetrico tra piccole imprese, grandi committenti, intermediari e distribuzione organizzata. Il conflitto nasce quando questa asimmetria diventa intollerabile: quando il prezzo del lavoro non copre più il suo costo, quando i contributi pubblici promessi tardano a tradursi in liquidità, e quando chi produce e trasporta percepisce di essere diventato l’ammortizzatore finanziario di un sistema sul quale non esercita alcun controllo. In questo contesto, un blocco stradale assume il significato disperato di una pressione politica per rendere visibile una crisi rimasta confinata nei bilanci privati.

Eppure, analizzando con freddezza la dinamica economica della grande logistica illegale e le evidenze d’indagine, emerge una realtà opposta. A smentire la narrazione dei blocchi eterodiretti dalle mafie non sono soltanto gli inquirenti, ma le stesse leggi economiche che regolano l’accumulazione criminale.

I motivi per cui la mafia non sta guidando i blocchi dei camion

  1. Il mantra del flusso: ai clan conviene che i camion circolino. Per le organizzazioni criminali ad alto tasso di accumulazione finanziaria — in primis la ’ndrangheta —, il principio cardine dell’economia è la continuità logistica. Le reti mafiose gestiscono mercati illegali il cui valore si attesta in decine di milioni di euro alla settimana. La merce contraffatta, gli stupefacenti e i carichi fuorilegge non viaggiano su vettori fantasma: sfruttano le stesse infrastrutture, le stesse tratte stradali e spesso gli stessi mezzi della logistica legale. Un blocco dei tir rappresenta un’interruzione dell’arteria attraverso cui scorre il capitale mafioso. Ai clan non conviene fermare la circolazione; conviene l’efficienza del flusso.
  2. Il costo del fermo: ogni giorno perso è un danno milionario. Il fattore tempo è cruciale per la redditività dei traffici illegali. Paralizzare i nodi di raccordo (dagli svincoli autostradali ai valichi portuali come Gioia Tauro) genera rallentamenti a catena sul sistema dei trasporti. Un camion fermo in coda sulla SS18 o sulla A2 non è soltanto un danno per il piccolo padroncino che trasporta agrumi; è un imprevisto ad altissimo rischio per chi deve movimentare partite di merce illegale soggette a finestre di consegna rigide. Per i clan, ogni giornata di blocco stradale equivale a milioni di euro congelati o sfumati.
  3. La parola della magistratura antimafia. Mentre la politica grida all’allarme sicurezza e certa stampa cavalca l’allarmismo, la realtà giudiziaria si incardina rigorosamente sui fatti. Il procuratore Nicola Gratteri ha sgombrato il campo da equivoci strumentali, chiarendo pubblicamente che dire che le mafie si siano impossessate di queste proteste, allo stato attuale, non corrisponde al vero e non risulta da alcuna evidenza investigativa. Il magistrato ha ammonito sul pericolo di etichettare un’intera piazza sulla base della presenza eventuale di singoli soggetti: paragonando la situazione alle dinamiche delle grandi città, ha ricordato che la presenza marginale di elementi opachi non trasforma una protesta di agricoltori, madri e lavoratori in una regia eversiva. Chi sostiene il contrario ha il dovere di portare le prove, non di alimentare una criminalizzazione preventiva del dissenso meridionale.
  4. Il modello storico d’intervento: controllo, non autolesionismo. Quando la criminalità organizzata interviene nelle mobilitazioni popolari o nel mondo del lavoro, lo fa storicamente con una logica parassitaria di condizionamento o di estorsione, mai per autoinfliggersi un danno economico. Nel 1970 a Reggio Calabria, le strutture eversive e la ’ndrangheta tentarono di imbrigliare la rivolta popolare per egemonizzarne lo sbocco politico. Nella storia del sindacalismo, Cosa Nostra ha talvolta infiltrato le strutture dei trasporti (come i Teamsters negli USA) per gestirne i fondi pensione o il racket delle assunzioni, non per paralizzare a tempo indeterminato le merci senza un utile immediato. In nessun caso la mafia promuove una paralisi che brucia il proprio valore operativo senza ritorni finanziari o di controllo diretto.

Togliere il velo alla narrazione di comodo

Riconoscere la matrice strettamente economica e sociale della protesta del Sud non significa ignorare il rischio permanente di condizionamento che la criminalità esercita sul tessuto produttivo meridionale. Significa, al contrario, rifiutare la scorciatoia ideologica che riduce le contraddizioni del capitalismo nostrano a un perenne problema di ordine pubblico. Derubricare la sofferenza di migliaia di lavoratori della catena logistica e dell’agricoltura a un maneggio delle mafie permette al Governo e alla Grande Distribuzione Organizzata di evitare il nodo centrale: lo strozzamento dei produttori e dei vettori da parte dei monopoli della distribuzione e delle multinazionali dell’energia.

Se il costo della vita devasta i salari, se l’inflazione e le speculazioni sui carburanti impoveriscono il Mezzogiorno, la risposta non può essere il disprezzo etico o il fantasma della criminalità evocato a mezzo stampa. Bisogna affrontare i nodi strutturali: la perequazione delle infrastrutture, la tutela dei costi operativi del lavoro e l’interruzione delle speculazioni finanziarie sulle risorse primarie. Finché si continuerà a leggere il Sud attraverso la lente del sospetto preventivo, si continueranno a negare i diritti fondamentali di chi lavora e produce.