L’italia nell’attuale congiuntura socio-economica

Intervento a nome del collettivo la Città futura.


L’italia nell’attuale congiuntura socio-economica

Duecento anni fa nasceva un uomo che ha cambiato il mondo. E lo ha cambiato perché per la prima volta ha posto l’umanità e la sua storia, le sue lotte, su di un fondamento scientifico, materiale. Quest’uomo, iconoclasta, sottilissimamente sarcastico (“di certo, io non sono marxista!”) è stato filosofo, ma era sommamente scontento della filosofia: “I filosofi hanno variamente interpretato il mondo, ora si tratta di cambiarlo”; è stato economista, ma era piuttosto insoddisfatto dell’economia borghese, nonostante la sua ammirazione per Adam Smith e David Ricardo; è stato un grande organizzatore politico, ma era pronto a gettare tutto nel macero, nel momento in cui l’organizzazione non fosse più stata funzionale all’obiettivo: la Rivoluzione proletaria internazionale! Non conosceva cioè la grande malattia dei comunisti della nostra epoca: il patriottismo della sigla! Non aveva quindi nessun gusto per la “politique politicienne”, anzi la politica voleva abolirla, insieme allo Stato e alla società divisa in classi.

Quest’uomo, perché di uomo si tratta con le sue fisime, i suoi limiti e i suoi abbagli (non avrebbe scommesso un centesimo su una rivoluzione socialista in Russia) non avrebbe amato questo elogio: di sé diceva che “nulla di ciò che è umano mi è estraneo” e in un elogio commemorativo c’è sempre qualcosa di falso, di divinizzatorio. No, Marx non sarebbe stato contento di elogi e bicentenari. Ma noi da “buoni marxisti” non siamo obbedienti nemmeno alle sue opinioni.

Quest’uomo, dicevo, dall’89 è stato variamente oltraggiato, deriso, liquidato (Marx è morto), salvo poi essere recuperato dai suoi avversari di classe (e perfino da un alto prelato della Chiesa Cattolica tedesca) perché incapaci altrimenti di comprendere la crisi mondiale in cui siamo tutti riprecipitati dal 2008 in poi. Crisi che gli apologeti del capitalismo hanno pudicamente definito “finanziaria”, ma che è evidentemente ciò che Marx aveva visto più di 150 anni fa: ovvero una enorme crisi di sovrapproduzione, e ciò mentre milioni di esseri umani in Africa, America Latina e Asia (ma anche nel famoso “Primo Mondo” ormai) non hanno di che vivere: quando cioè viene negata loro, in nome delle ragioni superiori del mercato, la salute, il lavoro, la cultura. Questo è, al rovescio, l’orribile “elogio” che la borghesia fa a Karl Marx!

Ora cerchiamo da fargliene noi uno vero. E facciamolo ricordando che Marx ha sempre avuto una visione internazionale. Per Marx il capitalismo vive una vita internazionale e pertanto i comunisti debbono avere questa misura nel loro sguardo: l’internazionalismo è la misura del comunista perché se la Rivoluzione socialista inizia sul terreno nazionale, termina però su quello internazionale.

Sulla crisi del Paese e delle sue classi medie

L’Italia si trova all’interno del quadro istituzionale ed economico dell’Unione Europea: un blocco imperialista che implementa politiche economiche liberiste in funzione della ristrutturazione della catena della produzione e del valore nel continente a vantaggio dei paesi più forti (si guardi al surplus delle esportazioni tedesche da più di 10 anni a questa parte).

Data questa cornice assolutamente rilevante, si può raffigurare la situazione italiana essenzialmente come quella di una società capitalistica, tecnologicamente avanzata eppure costretta dalle contraddizioni (rapporti di produzione/forze produttive) a sacrificare risorse e uomini sull'altare della valorizzazione del capitale. Questo è indubbio. Basti pensare che stando ai dati Eurostat dell’agosto di quest’anno la disoccupazione in Italia raggiungeva il 9,7% (in Germania era al 3,4, la Francia non è lontana al 9,3, ma peggio dell’Italia stanno solo Spagna al 15,2 e Grecia al 19%, quest’ultima nel luglio di quest’anno). Ma se invece facciamo riferimento alla disoccupazione giovanile qui in Italia in giugno eravamo al 32,6%, quasi il doppio della media europea che era al 16,9 (in Germania al 6,2%).

Non ho al momento, e me ne scuso dati conclusivi sulla disoccupazione intellettuale, tuttavia stando ai dati dell’Agenzia di valutazione della ricerca universitaria (ANVUR) lo scorso anno i laureati italiani senza lavoro ammontavano al 33,8% del totale, circa venti punti in più della media dei paesi OCSE, ovvero i più industrializzati. I numeri riferiti al fenomeno della disoccupazione giovanile e intellettuale, per ovvi motivi, mi sembrano i più idonei a far luce sul fenomeno della crisi crescente delle classi medie in Italia.

Sul processo di fascistizzazione

Su questo sfondo emerge il fenomeno del processo di fascistizzazione che poi, a mio parere, è qualcosa di più ampio di una esclusiva ripresa culturale e politica delle forze reazionarie di stampo marcatamente fascista. È, appunto, la crisi delle classi medie che induce un rigurgito di spinte confuse e confusionarie (e potenzialmente reazionarie) che ben si può denominare come populiste.

Se si guarda alla storia della Germania, ad esempio, il movimento “volkisch”, appunto popolare o populista, fu il brodo di coltura del nazismo. La malattia, però, presenta stadi diversi: credo, per l'appunto, che noi si sia immersi per ora nella fase populista (e non in quella apertamente fascista). Noi dovremmo essere molto attenti nelle definizioni e nell'uso dell'aggettivo “fascista”, onde evitarne un uso inflattivo, generico e distorto.

Il fatto che, a mio parere, si sia nella fase populista e non in quella fascista è dovuto a due fattori:

1) il primo è la difficoltà a definire il fascismo in termini contemporanei (non utilizzerei la formula classica ex terzinternazionalista che peraltro non trovo convincente nemmeno se attribuita all'epoca in cui fu coniata in quanto negava una invece evidente capacità di organizzazione autonoma della piccola borghesia che fornì il personale politico, l'ideologia e l'orientamento ai regimi tedesco e italiano). Il fascismo in termini classici è un regime totalitario (quindi a partito unico), che promuove una organizzazione economica corporativa fondata sulla burocratizzazione e statalizzazione delle relazioni capitale/lavoro (per frenare la lotta di classe), con una forte capacità di inquadrare e organizzare militarmente la vita delle masse e una accentuata disposizione al brigantaggio imperialista per scaricare le proprie contraddizioni su altre formazioni statali. Se quello che vado dicendo è sensato, mi pare che per definire fascismo quello che abbiamo di fronte manchi il partito unico e la capacità di inquadrare militarmente le masse: non è poco, anche se sono elementi potenzialmente costruibili, soprattutto con l'utilizzo moderno dei mass media;

2) l'altro elemento che mi fa optare per la definizione populista è la presenza nel governo attuale di una forza come il Movimento 5 Stelle che di per sé non mi pare affatto fascista (ma certamente permeabile alle istanze reazionarie e ai germi del fascismo). Il M5S pare, in effetti, una forza dichiaratamente anacronistica. Nel senso che la sua ideologia non corrisponde affatto al carattere dell'epoca: siamo in una fase di distruzione di forze produttive e di crisi economica latente (da più di un decennio) e i grillini sono fautori di un ottimismo tecnologico infantile; siamo in una società capitalistica in crisi di astinenza da tassi crescenti di sviluppo e loro sono per la decrescita felice; siamo nel mezzo di una temperie ideologica identitaria e tribale e questi predicano le meraviglie di Internet e della Rete... Inoltre, a me pare evidente che questa ennesima pagliacciata politica nazionale affondi le sue radici negli anni '90 e nei primi anni di questo millennio: nell'euforia borsistica delle dot.com, nel culto dell'ecologismo tipico delle società opulente e a forte propensione consumistica, nell'esaltazione del moralismo democratico (che me li fa vedere soprattutto come sostenitori delusi del Pd). Il che dimostra, in realtà, come per la recitazione dei drammi attuali gli attori storici sono sempre costretti a utilizzare le vesti sceniche consunte del passato più o meno recente, anche perché ideologicamente si rimane invischiati con ciò che si è stato in fasi ormai concluse.

Al momento, per quello che ho finora descritto, il “grillismo” mi pare la forza meno adatta a sopravvivere nella fase attuale. Ma la storia ci ha abituato alle sorprese.

Quindi: sono d'accordo nel definire la fase attuale come reazionaria e populista e “potenzialmente” fascista, ma non “attualmente” fascista. Inoltre, cercherei di definire bene gli elementi di sostegno sociali ed economici del populismo (sovranismo, nazionalismo e tutti gli altri “ismi” con cui si maschera la piccola borghesia). A me pare che questa roba sia composta da: crisi economica e di identità e conseguente feroce arrabbiatura delle classi medie; insoddisfazione dei settori capitalistici più legati all'andamento del mercato nazionale e sottoposto alla concorrenza internazionale; sofferenza, delega e passività dei lavoratori e delle classi popolari.

Disarticolazione del movimento comunista in Italia e situazione attuale della Sinistra politica

Ammetto subito di propendere per la tesi del tradimento continuato. Ovvero: una parte rilevante della situazione umiliante in cui si trova il proletariato in questo paese è dovuto al fatto di essere stato sottoposto a un processo storico lungo quasi trent’anni di disillusioni cocenti. Avevamo il più grande partito comunista dell’occidente che si è squagliato all'indomani del crollo ed è passato progressivamente “armi e bagagli” dalla parte dell'avversario di classe; il sindacato che pure in alcune fasi (fine degli anni '60) era stato costretto a ricoprire un ruolo combattivo, è ripiegato ormai a soggetto corporativo e di collocamento della forza-lavoro; le forze che si sono alternate nella rappresentazione degli interessi popolari nel corso delle mobilitazioni che vanno dagli anni '90 ad oggi hanno tutte invariabilmente tradito la causa: l'Ulivo di Prodi; la Cgil di Cofferati; il Prc di Bertinotti.

Queste considerazioni ci portano, a mio parere, a dover affrontare il tema del rapporto tra organizzazione (politica o sindacale che sia) e la classe e più a fondo ancora il rapporto tra intellettuali (piccola borghesia) e classe lavoratrice. Sommariamente: bisogna lavorare nella valorizzazione intellettuale dei proletari e non attendere più che il personale politico venga fornito dagli elementi (più o meno di qualità) forniti dalle classi medie. L'organizzazione politica di classe deve aderire tendenzialmente alla classe (e alle sue condizioni di vita) e deve essere diretta e non solo dirigere la classe (rapporto dialettico).

L'attuale suddivisione della sinistra di classe (e moltiplicazione delle sigle) è frutto della debolezza della classe e della sua disarticolazione anche nei luoghi della produzione. La riconnessione non può che partire da una nuova organizzazione politica della lotta nei luoghi di lavoro con una messa in rete anche di piccoli nuclei di militanti vista la contemporanea presenza di due fattori: la riduzione della concentrazione e del numero dei lavoratori per unità produttiva e, contemporaneamente, la riduzione della presenza di compagni nelle fila dei lavoratori.

Attualmente, la Sinistra di classe in questo paese e davvero poca cosa e si riduce di fatto alla formazione di Potere al Popolo che nelle ultime elezioni politiche del 4 marzo ha raccolto l’1% dei voti e non ha avuto accesso al Parlamento. Peraltro, questa formazione negli ultimi mesi ha registrato ben tre scissioni, di cui l’ultima quella ad opera del PRC è quella numericamente e politicamente più dannosa.

Su di noi. La proposta de La Città Futura ovvero i consigli

La Città futura è un giornale comunista settimanale online. È nato quattro anni fa sulla spinta soprattutto di militanti critici del PRC, la formazione formalmente comunista più importante di questo paese. In questo periodo di tempo ha subito molte trasformazioni. Oggi la Città futura è, oltre il giornale, un collettivo politico che assume una linea classicamente leninista (in Italia gramsciana) per la ricostruzione di un partito comunista degno di questo nome, organizzato a partire dai luoghi del lavoro e della produzione e mirante a instaurare un regime di transizione al socialismo fondato sulla democrazia consiliare. Nella fase attuale riteniamo essenziale la formazione teorica dei militanti del collettivo e la stimolazione delle pratiche di auto-convocazione e di formazione dei consigli nella classe lavoratrice. Ciò spiega l’importanza per noi del lavoro nei sindacati contro le burocrazie riformiste e/o autoreferenziali e per il protagonismo diretto dei proletari. Vi è quindi un doppio momento (dialettico al suo interno) sul quale lavoriamo: formazione teorica dei quadri al nostro interno e stimolazione del protagonismo diretto dei lavoratori e anche della loro spontaneità nella lotta alla condizione esistente di delega e passività.

Nell’ambito politico, per il momento abbiamo scelto di militare criticamente in Potere al Popolo, lottando per farlo uscire dall’attuale settarismo nel quale versa e per la costruzione di un ampio fronte anticapitalista composto da associazioni, sindacati e aree sindacali conflittuali, organizzazioni politiche, nel quale i comunisti dovranno operare organizzati in partito o in frazione.

Infine, ma non da ultimo, abbiamo una collaborazione privilegiata e un intenso dialogo teorico con i compagni di Fronte Popolare. A questi compagni va il nostro ringraziamento per aver organizzato un appuntamento così vasto, interessante e necessario!

28/04/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Stefano Paterna

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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