L’immagine artistica tra politica e società: i balcani

Dal punto di vista visuale la guerra in Jugoslavia ha inaugurato l'uso dei mass media come mezzo di distrazione di massa.


L’immagine artistica tra politica e società: i balcani Credits: https://www.dawn.com/news/1309890

A war is no war until the brother kills his brother.

Underground, di Emir Kusturica

Ecco, abbiamo attraversato i Balcani da ovest a est, fino ai Dardanelli. E tutti i paesi hanno riproposto la stessa identica certezza: i Balcani sono altrove. E allora chissà che i Balcani non stiano proprio in questa falsa sicurezza, in questa presunzione di diversità. Ho avuto modo di notare che il virus della litigiosità fra Stati nazionali passa proprio attraverso il veicolo di questa sindrome”.

Questo frammento, emblematico ed illuminante, fa parte di un libro straordinario, durissimo e tagliente, ma toccante fino alle lacrime. Si intitola Maschere per un massacro, scritto da Paolo Rumiz a guerra ancora in corso, in cui lo scrittore e giornalista narra il suo viaggio doloroso verso il sipario che ha nascosto gli eventi durante l'assedio di Sarajevo. A distanza di poco più di venticinque anni, quell'assedio e la strage di Srebrenica, il più grande eccidio del Novecento dopo l'olocausto dei nazisti, rimangono una delle pagine più nere per l'uomo e la sua dignità.

Ho voluto iniziare stavolta da un libro per raccontare l'orrore nei Balcani. Un libro che ho avuto la fortuna di leggere proprio nel mio viaggio in treno da Berlino fino a Sarajevo, in cui ho avuto modo di conoscere decine di persone scampate a quella tragedia. Fisicamente, ma non psicologicamente. Le cicatrici sulla pelle si sono rimarginate, ma non quelle nella testa di chi c'era e l'ha vissuta in prima persona.

Tuttavia, c'è un'immagine fortissima che rimarrà per sempre nell'immaginario di chi l'ha vissuta la guerra. Una fotografia. stupefacente e spietata, ritrae Vedran Smajlović, primo violoncellista nella Sarajevo Philarmonic Orchestra, vestito in smoking, noncurante dei bombardamenti e dei cecchini nella Sarajevo assediata, Vedran aveva suonato, all'interno della Biblioteca Nazionale distrutta, l'Adagio in sol minore di Tommaso Albinoni per ventidue giorni, un giorno per ogni vittima uccisa in fila per il pane. L’immagine del violoncellista è stata molto più esplicita, e descrittiva di quanto stava succedendo in Bosnia, rispetto a molte fotografie di orrori, morte, distruzione o sofferenze (a cui l'uomo si abitua fin troppo velocemente). “Un popolo sotto il fuoco d’artiglieria riesce a mantenere l’umanità” scrisse il New York Times all'epoca. Ed è esattamente quello che successe a Sarajevo durante l'assedio serbo.

Città colta, raffinata, piena di teatri, cinema, arte, caffè letterari, Sarajevo è la città europea in cui quattro religioni diverse hanno sempre convissuto in maniera laica e rispettosa, in cui le etnie si sono sempre mischiate, in cui era normale avere occhi azzurri e pelle ambrata. Croati, Serbi, Bosniaci, tre etnie diverse hanno creato a Sarajevo un mix unico di visi, lineamenti e modi di vivere. C'è un passaggio fondamentale nel libro di Rumiz, in cui spiega benissimo il motivo per cui Sarajevo è riuscita a mantenere la sua dignità durante l'assedio dei cecchini serbi: "ciò che rende affascinante la resistenza di Sarajevo è il ribaltamento, nell'autocoscienza collettiva, del mito "partigiano" secondo il quale chi sta in alto, nei boschi, alla fine vince. Qui accade il contrario, è come se la città avesse scoperto per la prima volta la forza tattica dei valori urbani contro l'assedio dei contadini [...] I bosniaci hanno la città, il suo calore, i suoi bar, la sua storia, le sue ragazze, i suoi teatri. Poco funziona, ma a loro non importa. I serbi hanno solo montagna, bosco, vento, fango, neve, silenzio."

Parlando con alcuni tra uomini e donne incontrate proprio nella capitale bosniaca, hanno tutti affermato la stessa identica cosa. E anche le nuove generazioni ne portano i segni culturali e ancora oggi Sarajevo, seppur ancora visivamente ferita e piena di cicatrici lasciate dalle bombe e dai colpi di mortai (camminando per la città si possono notare le cosiddette rose di Sarajevo, squarci ricoperti di resina rossa a ricordare il sangue versato), è rimasta quella di sempre. Viva, in fermento, brulicante di artisti di strada e di caffè raffinati, di teatri e cinema all'aperto, di discoteche e musica dal vivo, di minigonne e burqa, di creste punk e lunghe tuniche bianche, di croci al collo e kippah sul capo. Ricorda molto una Berlino anni '90 post muro, in piena fase di ricostruzione e un ottimismo dilagante da parte delle nuove generazioni che hanno voglia di aprirsi al mondo e all'Europa.

Concludendo, c'è un altro tema fondamentale che contraddistingue le guerre jugoslave dal punto di vista visuale, ovvero l'uso per la prima volta dei mass media come mezzo di distrazione di massa da parte di tutti i protagonisti. La Jugoslavia è stata soltanto un terreno di sperimentazione, e come tante guerre è risaputo che vengono pianificate con molto anticipo e condotte poi secondo i piani prestabiliti.

Quella nei Balcani è servita soprattutto per far accettare all'occidente l'idea che la NATO e gli Stati Uniti interverranno ovunque per imporre soluzioni attraverso la guerra ai problemi del mondo e dell'Europa. Dopo l'ultimo conflitto in Kosovo, alla fine degli anni '90, è successo esattamente questo, con la nascita di un estremismo islamico prima sconosciuto e i conseguenti bombardamenti in Afghanistan e in Iraq.

I giornali europei e americani hanno trasformato le tombe di guerra in fosse comuni, e le violenze sessuali in sistematiche violenze di massa a senso unico. La realtà è ben diversa, e purtroppo non arriva nei banchi di scuola, e ancora oggi la maggior parte delle persone è ignara di quello che sia successo (basta pensare agli stupri di massa da parte dei militari dell'ONU e della NATO).

Dall'altro lato, i serbi guidati da Milošević si sono serviti dei media per riesumare ricordi storici, sfruttato le diversità linguistiche, religiose e culturali del paese, utilizzato le tensioni economiche e sociali in senso bellico, usato la criminalità urbana e perfino il tifo calcistico (gran parte delle tigri di Arkan, unità paramilitare guidata da Željko Ražnatović e responsabile di numerosi eccidi in Bosnia, furono reclutate tra i tifosi della Stella Rossa di Belgrado). Ma più di tutto "ha sfruttato l'energia esplosiva di un confronto poco visibile e tipicamente balcanico: quello fra città e campagna, autoctoni e nuovi immigrati, montagna primitiva e fondovalle" (cit. Rumiz). Ovvero l'ennesima guerra dei ricchi contro i poveri. Dietro il pretesto nazionalistico e l'orrore della pulizia etnica, dietro la pomposa retorica, è stata la sete di potere a muovere Milošević. Il tutto mosso attraverso lo sconfinato potere delle tv e dei giornali di regime.

Ora, pensando all'Italia e in quello che sta succedendo in questo periodo, con l'avanzata dell'ultradestra e Lega al governo e all'omicidio di Soumaila Sacko mi chiedo, ma allora i Balcani dove sono? Sono così lontani da noi e dal nostro modo di pensare ed essere? A cosa stiamo assistendo in Italia se non a una guerra tra poveri, in cui la colpa ricade sui migranti? E cosa succederebbe se un giorno dovessimo armare le frange più estreme del tifo organizzato nei nostri stadi, aizzandole contro i gli immigrati, i rom, i gay e i diversi in generale?

Leggendo i commenti di decine di miei conterranei nei principali blog e siti di informazione, ne ho dedotto che sì, i Balcani sono molto più vicini a noi di quanto si pensi, e non solo per il confine geografico che ci separa.


Materiale consigliato:
Paolo Rumiz, Maschere per un Massacro
Miroslav Prstojevic, Sarajevo Ranjeni Grad
Joze Pirjevec, Le guerre jugoslave 1991-1999
Robin De Ruiter, Jugoslavia: prima vittima del nuovo ordine mondiale
AA.VV., Una storia balcanica
Emir Kusturica, Underground
Emir Kusturica, La vita è un miracolo

09/06/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.dawn.com/news/1309890

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L'Autore

Emiliano Jatosti

Emiliano Jatosti, nato a Roma nel 1981, sviluppa fin dall'infanzia una forte sensibilità verso le arti figurative. Fotografo professionista ed educatore all'immagine, antropologo per passione, ha realizzato il primo documento esistente sulla zona rossa de l'Aquila post-terremoto. Dal 2011, ha vissuto tra Roma, Berlino e Barcellona. Da sempre con la valigia pronta, fa del viaggio la sua ragione di vita, del cinema e della fotografia il modo di raccontarla.

Sito web: www.emilianojatosti.com

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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