Lenin e la rottura rivoluzionaria

L’inasprirsi delle contraddizioni economiche e le guerre imperialiste condotte sempre più intensamente all’esterno – che comportano la progressiva chiusura degli spazi di democrazia formale all’interno del paese – rendono necessari metodi di lotta sempre più risoluti.


Lenin e la rottura rivoluzionaria

Nella prospettiva del marxismo rivoluzionario di Vladimir I. Lenin “si può dire in generale che la tendenza a eludere il problema dell’atteggiamento della rivoluzione proletaria verso lo Stato (…) ha portato al travisamento del marxismo e alla sua completa degradazione” [1]. Da parte loro i socialpacifisti – socialisti a parole, ma pacifisti nei fatti –, capitanati da Karl Kautsky, non mancano di appellarsi ad alcune pagine di Karl Marx e Friedrich Engels che sostenevano la possibilità di un processo rivoluzionario in Inghilterra, negli Stati Uniti o in Olanda per via parlamentare. Si tratta, come mostra Lenin, di un utilizzo meschino della lettera del testo marxiano contro il suo spirito. I paesi citati da Marx costituivano un’eccezione alla necessità sempre ribadita dal 1852 di “spezzare la macchina statale” borghese in modo rivoluzionario, poiché nei paesi sopra citata vi era stato lo sviluppo più puro del capitalismo liberale che aveva ridotto all’osso l’apparato militare e burocratico dello Stato. Tale situazione era però durata sino agli anni settanta del XX secolo, mentre in seguito lo sviluppo in senso imperialistico aveva portato anche tali nazioni a un enorme rafforzamento della macchina statale e in primo luogo dell’apparato militare volto alla repressione interna

Perciò, a parere di Lenin, le posizioni dei kautskiani non si distinguono essenzialmente da quelle liberali che concedono agli operai di lottare per i propri diritti – “dal momento che gli operai combattono lo stesso e non resta altro da fare che cercare di spuntare loro la spada” [2]– senza però arrivare a mettere in questione il potere della borghesia. Limitarsi al riconoscimento della lotta di classe senza porre la questione del potere è, dunque, come sottolinea Lenin, un’attitudine propriamente liberale. “Così, la classe oppressa, avanguardia di tutti i lavoratori e gli sfruttati nella società moderna, deve tendere alle «grandi e decisive battaglie tra il capitale e il lavoro», ma non deve toccare la macchina con cui il capitale reprime il lavoro! – Non deve spezzare questa macchina! – Non deve servirsi della sua organizzazione generale per reprimere gli sfruttatori! Magnifico, stupendo, signor Kautsky! «Noi» riconosciamo la lotta di classe, come la riconoscono tutti i liberali, cioè senza il rovesciamento della borghesia…” [3].

D’altra parte, come fa notate Lenin, l’inasprirsi delle contraddizioni economiche e le guerre imperialiste condotte sempre più intensamente all’esterno – che comportano la progressiva chiusura degli spazi di democrazia formale all’interno del paese – rendono necessari metodi di lotta sempre più risoluti. Vi è, dunque, “la necessità di tener conto dell’inevitabile mutamento dei metodi e dei mezzi di lotta a misura che la lotta di classe si inasprisce e che la situazione politica muta” [4]. In tali frangenti le classi dominanti utilizzeranno tutti gli strumenti a loro disposizione per difendere i loro privilegi, non indietreggiando di fronte alla violazione della stessa legalità da loro precedentemente posta a difesa dei vigenti rapporti di proprietà.

In tali fasi, per Lenin, sarebbe un delitto cercare di trattenere le masse entrate in azione per liberarsi dal giogo dello sfruttamento e per opporsi alla violenza borghese, in nome della salvaguardia di quella legalità calpestata in primo luogo dalle classi dominanti. Solo un filisteo potrebbe consigliare alle masse “di non trasgredire la legge, di non affrettarsi a liberare le vittime dalle mani del carnefice, operante in nome del potere legittimo” [5]. 

Dunque, a parete di Lenin, in primo luogo occorre rompere con gli opportunisti per “consolidare, approfondire, allargare e intensificare” con tutte le proprie forze “il movimento rivoluzionario nascente” [6]. La rivoluzione, infatti, “non cade mai bell’e pronta dal cielo” e quando si apre una fase d’intensa crisi d’egemonia delle classi dirigenti non si può sapere, a prescindere dai risultati prodotti dalle azioni soggettive e dalle relative reazioni, se essa avrà uno sbocco rivoluzionario o reazionario.

Dal momento che molto difficilmente la transizione al socialismo potrà inaugurarsi senza dover passare attraverso la tragica prova della guerra civile rivoluzionaria, “l’unico programma della socialdemocrazia internazionale deve essere il riconoscimento di questa guerra civile” [7] sostiene con forza Lenin. Come la libera unione dei popoli non può ottenersi immediatamente dalla soppressione della fusione coercitiva operata dagli imperi, ma dovrà passare per la libertà di separazione; così anche se negli ideali comunisti “non c’è posto per la violenza contro gli uomini” (Ibidem), senza “«violenza contro chi usa la violenza e detiene le armi e gli organi del potere, il popolo non può emanciparsi dai suoi oppressori»” [8]. A parere di Lenin, la dittatura rivoluzionaria del proletariato non può che essere un potere conquistato e sostenuto dalla violenza del proletariato contro la borghesia” [9]. Proprio perciò Lenin suggerisce, anche nelle fasi in cui il rapporto di forza è sfavorevole al proletariato e ogni scontro aperto con la borghesia sarebbe un delitto, di predisporre il terreno per esso.

In effetti, coma fa notare a ragione Lenin, “l’arte dell’uomo politico (e la giusta comprensione dei propri compiti da parte di un comunista)” consiste nel valutare adeguatamente “le condizioni e il momento in cui l’avanguardia del proletariato può prendere vittoriosamente il potere” [10], ma non secondo una strategia putschista, secondo cui sarebbe sufficiente una minoranza ben addestrata dal punto di vista militare. Lenin non nega che in taluni casi il processo rivoluzionario possa essere avviato anche da un Partito piccolo e ben disciplinato, ma ciò può avvenire solo se esso sarà in grado di mobilitare e dirigere ampie masse. In effetti, nel momento in cui il partito rivoluzionario ha predisposto adeguatamente lo scontro in campo aperto, non sarà sufficiente la partecipazione attiva delle avanguardie operaie, ma si dovrà ottenere il consenso, quantomeno passivo, della “maggioranza di tutti gli sfruttati” [11]. Storicamente Lenin si risolse a seguire la via insurrezionale solo dopo aver compreso che avrebbe avuto il sostegno del Soviet dei deputati operai e l’appoggio, quantomeno passivo, del Soviet dei contadini-soldati, ovvero dell’“organizzazione diretta e immediata della maggioranza del popolo” [12].

 

Note:

[1] Vladimir I.U. Lenin, Stato e rivoluzione [agosto-settembre 1917], in Id., Contro l’opportunismo di destra e di sinistra e contro il trotskismo, Edizioni progress, Mosca 1978, p. 315.

[2] Cfr. Id., La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky [novembre 1918], in op. cit., p. 412.

[3] Ivi, p. 411. Lenin prosegue la sua requisitoria contro il “rinnegato” Kautsky con mordace ironia: “Battetevi, operai, «concede» il nostro filisteo (ma lo «concede» anche il borghese, dal momento che gli operai combattono lo stesso e non resta altro da fare che cercare di spuntare loro la spada), combattete, ma non osate vincere! Non distruggete la macchina statale della borghesia, non sostituite all’«organizzazione statale» borghese un’«organizzazione statale» proletaria!” ibidem.

[4] Id., Il congresso internazionale socialista di Stoccarda [settembre 1907], in op. cit., p. 87.

[5] Id., Per la storia della questione della dittatura [20 ottobre 1920], in op. cit., p. 480. Nella sua polemica con il legalitarismo Lenin, ad esempio, sottolinea come il boicottaggio della duma del 1905 non ebbe nulla di estremista come pretendeva Trotskij. Secondo Lenin, in effetti, “la prima (ed unica) vittoria nella rivoluzione è stata strappata da un movimento di massa che ebbe per parola d’ordine il boicottaggio. (...) La socialdemocrazia decise a stragrande maggioranza (contro i menscevichi) di boicottare questa Duma e di chiamare le masse a un attacco diretto contro lo zarismo, allo sciopero di massa e all’insurrezione” Id., Il significato storico della lotta all’interno del partito in Russia [settembre-novembre 1910], in op. cit., p. 119. Perciò, “ll reale contenuto storico del problema del boicottaggio era: si doveva aiutare lo sviluppo di questa ondata rivoluzionaria, orientandola verso il rovesciamento dello zarismo, o permettere allo zarismo di distrarre l’attenzione delle masse col gioco della Duma consultiva? Si può quindi giudicare fino a che punto siano banali e risentano dell’ottusità liberale gli sforzi per connettere il boicottaggio, nella storia della rivoluzione russa, con l’«astensionismo politico», il «settarismo». Ecc.!” Ivi, p. 120.

[6] Id., L’opportunismo e il crollo della II Internazionale [gennaio 1916], in op. cit., p. 254.

[7] Id., Intorno a una caricatura del marxismo e all’economismo imperialistico [agosto-ottobre 1916], in op. cit., p. 277.

[8] Id., Per la storia della questione della dittatura [20 ottobre 1920], in op. cit., p. 477.

[9] Id., La rivoluzione proletaria…, in op. cit., p. 386.

[10] Id., L’estremismo malattia infantile del comunismo [aprile-maggio 1920], in op. cit., p. 437.

[11] Id., Discorso in difesa della tattica dell’Internazionale comunista, in op. cit., p. 565.

[12] Id., Lettere sulla tattica [aprile 1917], in op. cit., p. 309.

02/04/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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