L'interpretazione della crisi venezuelana

A cura del GIGA (Coordinamenti Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati) un’analisi delle cause della crisi economica venezuelana che puntualizza rispetto alla ricostruzione fuorviante dell’economista Francisco Rodriguez che non giova al processo rivoluzionario venezuelano.


L'interpretazione della crisi venezuelana

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, ritiene opportuno effettuare alcune puntualizzazioni in merito al servizio “Studi rivelano i danni delle sanzioni degli Stati Uniti all’economia venezuelana” pubblicato il 19 novembre scorso dalla televisione venezuelana RT.

Il reportage, formalmente strutturato secondo i canoni convenzionali del buon giornalismo, dopo una presentazione iniziale delle tematiche oggetto di discussione, gli effetti delle sanzioni, propone interviste a due economisti. Il primo, Francisco Rodriguez, definito di opposizione al governo Maduro, tratta l’andamento dell’estrazione petrolifera venezuelana e delle ricadute delle misure restrittive sulla stessa, la seconda, Pasqualina Curcio, filo governativa, affronta la questione degli ingenti danni economici e sociali provocati dalle sanzioni.

Nel video l’economista laureato a Harvard, in collegamento dagli Stati Uniti, sostiene, con tanto di grafico di supporto, che la caduta dell’estrazione del greggio da parte del Venezuela sia iniziata a seguito delle sanzioni occidentali, imposte quando la quotazione del greggio, dal quale è dipendente l’economia del paese, sono scese sotto quota 30$ al barile. Lasciando intendere, senza affermarlo, che la pesante crisi economica che si è abbattuta sul paese sia legata a questi provvedimenti restrittivi che, mossi da finalità politiche, quali la caduta di Maduro, si sono invece purtroppo tradotti in pesantissime ripercussioni sulla vita del popolo venezuelano.

Riteniamo, in base a fondate ragioni, che l’analisi pur riportando dati e fatti concreti, manchi di completezza. Infatti, la crisi economica del paese era inconfutabilmente iniziata già nel 2014 (tabella 1) allor che la quotazione del greggio da circa 110 $ al barile nel corso dell’anno si era dimezzata a circa 55 $ (grafico 1), spingendo il paese in recessione, a causa della stretta dipendenza della sua economia da questa commodity. 

Tabella 1: variazione annua del Pil in America Latina, sue sub-regioni e nei principali paesi 

 

Grafico 1: andamento quotazione del barile di petrolio periodo 2014-2020

 

In base a stime, di economisti venezuelani e non, l’economia del paese e il suo bilancio pubblico entrerebbero in crisi quando la quotazione del greggio scende sotto i 70 $ al barile e proprio da questa soglia che, a nostro avviso, sarebbe stato più appropriato far iniziare l’analisi della genesi della crisi economica venezuelana.

Indubbiamente anche la capacità estrattiva, che Rodriguez indica erroneamente iniziare a ridursi dal 2016, ha la sua importanza, infatti, seppur il prezzo del petrolio (grafico 2) riprenda a salire nel 2017, a causa di questo fattore, la recessione continua a rimanere pesante. E, nonostante il trend rialzista prosegua per buona parte dell’anno successivo, a causa della sostanziale invarianza delle entrate dall’export petrolifero anche nel 2018 (grafico 2), il Pil venezuelano diminuisce in quell’anno addirittura del 15,0% portando la contrazione cumulata al 44,3% rispetto al livello del 2013, ultimo anno di crescita prima della recessione.

Grafico 2: andamento quotazione petrolio e entrate dall’export petrolifero Venezuela (2012-2018)

 

Tuttavia, anche su questo punto l’analisi evidenzia ulteriore incompletezza, poiché come dimostra il grafico 3, il picco di estrazione venezuelano post crisi 2008-09 era stato raggiunto nel 2011, quindi, anche se fino al 2013 la flessione era stata lieve, non possiamo non rilevare come la contrazione fosse ufficialmente iniziata un lustro prima del 2016 come indicato nel servizio. 

Grafico 3: andamento dell’estrazione di greggio e altri prodotti energetici. Venezuela: 1990-2016

 

Le cause della riduzione fino al momento dell’introduzione delle prime misure restrittive, agosto 2017, vanno ricondotte alle evoluzioni del mercato petrolifero mondiale, nel cui ambito nonostante la domanda fra il 2013 e il 2018 si sia mantenuta quasi costantemente al di sopra dell’offerta, quest’ultima ha continuato a essere incrementata, a causa sia dei mancati tagli alla produzione in sede Opec+, sostanzialmente per motivi geostrategici, che dell’aumento dell’estrazione delle fonti cosiddette non convenzionali: shale oil e shale gas (grafico 4). 

Grafico 4: andamento della domanda e dell’offerta mondiale di petrolio. Periodo 2013-2018

 

Tale fenomeno ha interessato in primis gli Stati Uniti (grafico 5), i quali hanno praticamente raggiunto a fine secondo decennio, l’autosufficienza energetica e si accingono a diventare nei prossimi anni un paese esportatore (grafico 6), modificando sensibilmente la geografia della produzione energetica a danno soprattutto del Medio Oriente, del Venezuela e della Russia. L’espansione della produzione statunitense, ormai dal 2014 primo produttore mondiale di gas e petrolio cumulati (grafico 7), ha doppiamente penalizzato il Venezuela, da un lato per la riduzione del suo tradizionale import venezuelano, fino al quasi totale azzeramento, dall’altro per l’aumento dell’offerta mondiale. 

Grafico 5: estrazione petrolifera convenzionale e di scisto o Shale (Tight) Oil negli Usa (1990-2024)

Grafico 6: andamento import e export di prodotti energetici negli Stati Uniti

 

Grafico 7: estrazione di petrolio e gas naturale in Arabia S., Russia e Usa. Periodo 2008-2018

 

Per approfondire: https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/petrolio-risorsa-e-conflitti

Sovrapponendo a questa dinamica del mercato energetico mondiale, le draconiane misure restrittive occidentali, il Venezuela, nonostante abbia cercato di sostituire la domanda statunitense con quella cinese, turca e indiana, ha subito una riduzione di oltre il 50%. dell’estrazione petrolifera fra il 2013, inizio della effettiva caduta, e il 2018.

Probabilmente il governo Maduro, in carica proprio dal 2013 dopo la morte di Chavez, di fronte alle prime avvisaglie di cambiamento del mercato petrolifero, rispetto alle alte quotazioni, salvo la crisi 2008-09 del decennio precedente, avrebbe dovuto impegnarsi in un processo di diversificazione economica e nell’implementare l’incremento della produzione agricola attraverso lo sviluppo dell’agricoltura familiare, contadina e indigena, tradizionalmente produttrici di beni alimentari primari, nel tentativo di raggiungere l’autosufficienza. Invece, l’economia del paese, anche a causa di situazioni emergenziali (guarimbas e tentativi golpisti), è rimasta profondamente legata alla risorsa petrolifera che ha continuato a rappresentare il 95% del export, il 40% del bilancio statale e il 40% del Pil annuo.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati condanna e chiede la rimozione delle restrizioni unilaterali statunitensi ed europee, economiche, commerciali e finanziarie che stanno causando gravi sofferenze al popolo venezuelano con privazioni di prodotti alimentari e di medicinali, intollerabili soprattutto in questa fase pandemica. Veri e propri atti vessatori disumani e illegali, perché al di fuori del diritto internazionale, verso un popolo che rivendica la propria autodeterminazione e il proprio modello di sviluppo inclusivo cercando di sottrarsi all’imperialismo e allo sfruttamento neocoloniale.

Invitano, inoltre, i governi degli stessi stati a riconoscere la legittimità e la correttezza del processo elettorale di domenica 6 dicembre, realizzato con lo stesso sistema di voto col quale vennero effettuate le legislative del 2015, vinte dal variegato fronte delle opposizioni antichaviste. Coerentemente con la certificazione di regolarità e attendibilità attestata al sistema e al processo elettorale venezuelano da osservatori internazionali, fra cui l’ex presidente Usa Jimmy Carter.

Al contempo invitiamo l’opinione pubblica a non cadere nella trappola dell’informazione mediatica mainstream, asservita ai poteri forti e agli interessi imperialistici che, in linea con quanto operato in questi anni, non mancherà di gettare discredito sulla correttezza delle elezioni e sulla legittimità del governo Maduro, quest’ultima invece confermata a netta maggioranza dal’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nel settembre 2019.

Tuttavia, non condividiamo, le operazioni analitiche parziali e strumentali che mirano a diffondere informazioni fuorvianti finalizzate a distogliere l’attenzione dai problemi effettivi e a condizionare l’opinione pubblica. Operazioni, di piccolo cabotaggio, che non giovano a far comprendere l’effettiva realtà dei fatti a danno in primis del processo bolivariano e dei suoi sinceri sostenitori.

Le elezioni legislative del 6 dicembre 2020

Dopo la netta vittoria delle destre riunite nell’alleanza della Mud (Mesa di Unidad Democratica) alle elezioni legislative di fine 2015 con il 56,2% contro il 40,9% del Grande Polo Patriottico, che rappresentò la prima sconfitta, in elezioni politiche, delle forze di sostegno al Governo Bolivariano in carca da 17 anni, grandi attese, soprattutto in ambito governativo, erano riposte nella tornata elettorale prevista per il 6 dicembre 2020. 

Rispetto a 5 anni or sono, sembra di esser stati catapultati in un’altra era politica, tanti sono stati gli avvenimenti e i cambiamenti, politici, economici e geopolitici, avvenuti sia all’interno del paese che su scala regionale e internazionale con ripercussioni sul paese caraibico. L’aggravarsi della crisi economica con i suoi inevitabili riflessi sociali, l’intensificarsi delle strategie destabilizzanti interne ed esterne, la disgregazione dell’unità delle destre con la parte estrema, nettamente minoritaria, che sotto la guida del rinvigorito interventismo Usa targato Trump, ha seguito con pervicacia la via golpista anche con la sceneggiata dell’autoproclamazione alla presidenza di Juan Guaidò, il non riconoscimento della vittoria di Maduro nelle presidenziale del 2018 da parte degli Stati Uniti e della maggior parte dei suoi epigoni occidentali e la fine del ciclo progressista sud-americano che ha isolato il Venezuela nello scacchiere regionale, rappresentano accadimenti che hanno profondamente modificato il contesto politico interno e internazionale venezuelano. 

A questi elementi, nel tentativo di ricomporre il quadro generale, va aggiunta l’inadeguatezza da parte del governo Maduro della gestione sia della crisi economica, iniziata nel 2014 e pesantemente aggravata dai provvedimenti restrittivi occidentali, che di quella politica, con l’esautorazione di fatto del parlamento eletto nel 2015 e l’insediamento di un’Assemblea Costituente allo scopo di implementare una riforma costituzionale nel momento, non certo propizio, di massima contrapposizione politica interna e di forti pressioni destabilizzanti esterne.

Il Governo nel corso del 2020 ha cercato di riallacciare il dialogo politico con le opposizioni, dopo il boicottaggio delle presidenziali del 2018, riuscendo a riportare al tavolo negoziale istituzionale la destra moderata, la quale è riuscita a ottenere un ampliamento dei seggi parlamentari dell’Assemblea legislativa da 167 a 277, mentre la parte estrema (Volundad Popular di Leopoldo Lopez e Primero Justicia di Henrique Capriles), eterodiretta da Washington, ha perseverato sulla via dell’eversione dell’ordine costituzionale, continuando ad avvelenare il clima politico nazionale, rifiutando ogni forma di dialogo. 

In questo clima politico solo parzialmente pacificato e con una grave crisi economica e sociale che ha pesantemente inciso sulle condizioni della popolazione, il paese è andato alle elezioni domenica 6 dicembre, con l’attenzione più rivolta al dato dell’affluenza che non ai suoi esiti, viste le previsioni di quasi certa vittoria delle forze di sostegno al governo. Queste ultime, altro elemento di novità, non si sono presentate unite come nella precedente tornata a causa dell’uscita dal Grande Popolo Patriottico (Gpp), monopolizzato da Psuv, della sua ex ala sinistra, riunita nell’Alternativa Popular Revolucionaria (Apr) il quale ha affrontato separatamente la contesa elettorale pur dichiarando di mantenersi nell’alveo del, seppur critico, sostegno al governo Maduro. 

Il panorama politico si è, dunque, presentato alle urne estremamente frazionato addirittura in ben 107 forze politiche delle quali 98 del variegato fronte delle opposizioni.

Il responso delle urne, come da previsioni, ha registrato la netta vittoria del Grande Polo Patriottico con il 69,32% (con il Psuv al 62,72%) mentre l’alleanza di sinistra Apr, presentatasi sotto le insegne del Pcv, ha preso solo il 2,72%. Lle opposizioni di centro e di destra democratica, raggruppate nell’Alleanza Democratica (17,72%) e Venezuela Unida (4,15%) si sono spartite il restante 30% scarso di voti, con Accion Democratica al 6,85% e El cambio a 4,56%.

Gioire del bicchiere mezzo pieno o riflettere sull’altra metà vuota?

La netta vittoria elettorale, ha consentito al governo di enfatizzare il successo che gli consente di riprendere il controllo della nuova Assemblea legislativa, tuttavia una interpretazione complessiva e oggettiva delle votazioni, non può esimersi dal prendere in esame l’entità dell’affluenza alle urne che, nonostante alcune attenuanti, è indubbiamente risultata scarsa, non solo rispetto al 74,17%.% delle scorse legislative nelle quali la contesa e il clima politico erano ben diversi, ma anche rispetto alle previsioni del governo e di molti analisti che indicavano una soglia accettabile di partecipazione per il governo intorno al 45%.

Se in queste elezioni legislative solo il 31% degli oltre 20.000.000 di aventi diritto si è recata alle urne non è stato solo a causa degli appelli astensionistici della destra eversiva che ha organizzato per il 12 dicembre una consultazione farsa alternativa, ma probabilmente perché il popolo chavista di fronte al peggioramento delle proprie condizioni di vita ha mostrato segni di malessere e di disaffezione verso la politica e il governo stesso. Il popolo venezuelano, conscio dei pericoli di un rafforzamento delle destre, si è ben guardato dall’esprimere il proprio malcontento con un voto di protesta verso le forze antigovernative, optando invece, più saggiamente, per l’astensionismo, come confermato dai dati dell’affluenza che indicano essere andati alle urne 6.264.000 aventi diritto, meno della metà dei 14.385.000 del 2015. Tuttavia, essendo il dato politico più significativo di una votazione i consensi ottenuti dagli elettori, vero termometro del sostegno popolare, non possiamo non rilevare che il Gpp ha trionfato nella tornata elettorale col 69,32% però con soli 4.277.000 voti, un dato inferiore di oltre 1.150.000, aggiungendo a quelli del Gpp i 170.000 voti dell’Apr visto che la volta scorsa si erano presentati uniti, ai circa 5.600.000 voti, pari al 40,9%, presi la volta scorsa dal Polo Patriottico. In sostanza aumenta la percentuale e diminuiscono i consensi e non di poco in entrambi gli elementi. Per un maggior dettaglio dei risultati e dei seggi assegnati rimandiamo al Sito ufficiale del Consiglio Elettorale Nazionale (Cne).

Probabilmente la base chavista, ha inteso mandare un segnale al governo Maduro in relazione alla necessità di attuare profonde trasformazioni nel sistema economico, in primis uscendo dalla dipendenza dal petrolio e, abbandonando il modello estrattivista, pianificare lo sviluppo di settori industriali di trasformazione, rilanciare l’agroecologia tradizionale e affrontare la questione della burocrazia corrotta

Le problematiche che il Governo Maduro dovrà, tuttavia, affrontare non riguardano solamente la politica economica: sul piano politico interno, infatti, occorre continuare sulla strada del dialogo con le forze democratiche di opposizione, isolando quelle golpiste, al fine di rinsaldare le istituzioni bolivariane, mentre sul piano macroregionale è necessario rafforzare le istituzione sovranazionali latinoamericane (Unasur, Celac, Alba e ottenere il riammissione nel Mercosur) e procedere sulla strada dell’integrazione regionale, in modo da uscire dall’isolamento attuale e creare un fronte di paesi progressisti che intensifichi le relazioni politiche ed economiche e, sul piano geopolitico, cercare di ottenere la cancellazione delle restrizioni economiche illegali imposte unilateralmente dall’amministrazione Trump, anche attraverso l’Assemblea Generale dell’Onu, che gli Stati Uniti non riescono a controllare.

La domanda che sorge spontanea è se Maduro sia la persona più appropriata per far uscire il paese dalle secche in cui si è arenato, e forse è proprio questo il messaggio, tra le righe, lanciato con l’astensionismo dalla base chavista alla dirigenza bolivariana, chiamandola ad affrontare con efficacia le difficili sfide che si pongono innanzi all’implementazione del progetto del compianto Hugo Chavez del Socialismo del XXI secolo.

 

Nota della redazione LCF:

Pubblichiamo in “Dibattito” l’articolo pervenutoci da Giga sulla fase che sta attraversando la rivoluzione venezuelana e ringraziamo gli autori per avercelo messo a disposizione.

Nel contempo, per chiarezza verso il lettore, teniamo a precisare che alcuni giudizi ivi contenuti non corrispondono al modo di vedere del collettivo politico de “La Città Futura”.

Per quanto riguarda il dato dell’affluenza alle urne esso non tiene di conto di difficoltà oggettive date dall’epidemia Covid-19 e delle carenze dei servizi di trasporto dovute al blocco economico.

Se riteniamo siano fondate le osservazioni sulle conseguenze negative della mancata riconversione dell’economia estrattiva, il relativo giudizio non tiene conto, a nostro parere, della difficoltà di una simile operazione nel contesto del feroce blocco economico promosso dagli Usa e dei reiterati tentativi di sovvertimento dell’esperienza rivoluzionaria.

Inoltre non ci sentiamo di condividere la valutazione negativa del processo per dare al Venezuela una nuova Costituzione che segni un altro passo verso il socialismo e che ha rappresentato un modo per limitare i danni di un parlamento in cui fino a ieri il governo del Venezuela non godeva della maggioranza e attraverso cui si è mosso il tentativo golpista di Guaidó.

Le rivoluzioni non sono un pranzo di gala e, pur fra le sofferenze patite dal popolo venezuelano a causa del boicottaggio politico ed economico, ci sembra che la risposta popolare abbia dato ragione al governo di Maduro.

La critica fraterna fra compagni rivoluzionari è sempre ammessa e feconda, purché non sia succube dei giudizi borghesi tendenti a gettare discredito sui processi rivoluzionari.

18/12/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

GIGA

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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