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Woke e questione sociale

Il dibattito sul woke aperto da Ocasio-Cortez negli Stati Uniti e rilanciato da Giuseppe Conte in Italia mostra, fra l’altro, la tensione tra diritti civili e diritti sociali. Il testo articola il rapporto fra tali diritti nell'attuale contesto storico, sociale e politico italiano, e propone un approccio strategico che conservi la parte progressiva della cultura woke inserendola in una più ampia prospettiva materialista.


Woke e questione sociale Credits: https://lex.dk/woke

«Woke 1 was crazy». La deputata democratica newyorkese Alexandria Ocasio-Cortez, uno dei volti più riconoscibili della sinistra progressista americana, ha definito così la prima stagione della politica woke, quella esplosa soprattutto durante la pandemia e dopo l’uccisione di George Floyd: una stagione nella quale, insieme a battaglie condivise da gran parte della vecchia e nuova Left contro discriminazioni e disuguaglianze, hanno trovato spazio anche posizioni più divisive sulla polizia, sulle carceri, sull’inclusione e sull’identità. Pur avendo sostenuto che il woke 1 ha conseguito risultati «molto produttivi» dando slancio alla lotta per l’ampliamento dei diritti civili (in particolare in campo antirazzista, femminista e LGBTQI+), Ocasio-Cortez ha affermato che oggi il linguaggio e alcune delle posizioni di quella stagione non sono più utilizzabili a sinistra. In particolare la richiesta di abolizione della polizia e del sistema carcerario, giudicate troppo radicali; ma anche l’uso di un linguaggio identitario sempre più prescrittivo: per esempio Latinx, utilizzato al posto di Latino/Latina, oppure formule come "people who menstruate" ("persone che hanno le mestruazioni") per riferirsi alle donne includendo le persone transgender. A questo controllo del linguaggio si lega la cosiddetta "cancel culture", cioè la tendenza a considerare una parola sbagliata, un'affermazione controversa o un errore passato come sufficiente per delegittimare professionalmente o moralmente una persona.

È significativo che sia proprio Alexandria Ocasio-Cortez a dire che il “woke 1” è stato una “follia”. Eletta al Congresso nel 2018 a soli 28 anni, “AOC” è diventata uno dei simboli internazionali della nuova sinistra americana, quella che ha intrecciato giustizia economica, femminismo, diritti delle minoranze, questione razziale e ambientalismo. La sua autocritica, dunque, non arriva dall'esterno del movimento progressista, ma da una delle figure che più ne hanno incarnato la stagione recente. Essa coincide con un riposizionamento più generale della sinistra democratica americana, sempre più orientata a mettere al centro il costo della vita, i salari e la sicurezza economica – anche se qualche commentatore l’ha messa in relazione, non in maniera peregrina, con la possibile candidatura di AOC alle presidenziali del 2028. Il ritorno della questione sociale come protagonista dell’agenda soc-dem potrebbe avere a che fare con la ricerca di consenso elettorale fra la classe lavoratrice nel frattempo allontanatasi da una sinistra di cui non riconosceva più temi e priorità, e avvicinatasi al trumpismo.

La ricezione del dibattito in Italia

Dagli USA il tema è arrivato anche in Italia. Il leader M5S Giuseppe Conte ha ripreso esplicitamente le parole di Ocasio-Cortez per sostenere, in un articolo uscito su La Repubblica, che gli eccessi della cultura woke possono aver allontanato una parte dell'elettorato e che occorre riportare al centro la domanda di sicurezza economica e giustizia sociale. Pur avendo riconosciuto che tale cultura ha contribuito ad aumentare l’attenzione e ci ha aiutato a contrastare le forme di discriminazione che non si esprimono necessariamente attraverso norme giuridiche o regole di mercato, Conte ha affermato che l’ossatura ideologica di una forza progressista non può essere costituita dalla cultura woke, qui intesa come attenzione ai diritti civili, alle questioni identitarie e agli spazi simbolici, ma dalla questione sociale. “Le politiche salariali, i piani industriali, l’equità fiscale e le imposte adeguate su rendite finanziarie, il sostegno all’economia reale, il diritto all’abitazione, l’accesso ai servizi pubblici e a infrastrutture adeguate, le prestazioni sanitarie e l’istruzione di qualità”, la revisione delle spese militari e la regolamentazione delle Big Tech: queste le fondamenta programmatiche indicate nel suo articolo.

Nel dibattito che è seguito all’intervento di Conte, la discussione ha assunto subito un significato ulteriore: come tenere insieme le conquiste sui diritti civili e una politica capace di rispondere alle domande materiali di chi lavora, ha salari bassi, fatica ad accedere alla casa o ai servizi pubblici? La questione politica sul tavolo è il rapporto, e talvolta la tensione, fra diritti civili e diritti sociali. Molti a sinistra e nel centrosinistra negano completamente l’esistenza del problema: almeno in Italia, dicono, tale cultura non ha mai attecchito e i suoi eccessi non si sono mai visti. Qualcuno, addirittura, afferma che il woke non esiste affatto e che si tratterebbe di uno spauracchio creato e agitato dalla destra, confondendo la strumentalizzazione del woke con la sua creazione ex nihilo. Nulla appare anche la capacità di analisi storica e politica di questi commentatori, che sembrano rimasti al periodo d’oro dello Stato sociale in Occidente. Sarebbe difficile, infatti, spiegare altrimenti il modo in cui trascurano i decenni di frammentazione sociale e politica neoliberale coincisi con lo spostamento dell’agenda politica del campo progressista sempre più verso i diritti civili e sempre meno verso quelli sociali. Preoccupati di non usare categorie politiche che ritengono esclusivamente di destra, questi “negazionisti di sinistra del woke” difendono le loro ragioni con rassicurante ecumenismo. “Diritti civili e sociali”, dicono come se fosse la cosa più evidente del mondo, “non si escludono, anzi si rafforzano a vicenda, perciò non ha senso chiedere, come fa qualcuno, di rimettere al centro dell’agenda della sinistra i diritti sociali. Chi lo fa è un reazionario in realtà ostile all’ampliamento dei diritti civili, e talvolta perfino alla difesa di alcuni diritti civili già conquistati”.

L’esclusione reciproca reale di diritti civili e diritti sociali

I negazionisti di sinistra del woke hanno ragione a dire che diritti civili e sociali non si escludono ma, anzi, si rafforzano vicendevolmente. Tuttavia hanno ragione soltanto su un piano astratto e prescrittivo. Da un punto di vista puramente teorico e morale, infatti, sarebbe e dovrebbe essere proprio così: che un immigrato possa ottenere prima la cittadinanza e, con essa, i documenti che gli servono per ambire alle mie stesse posizioni lavorative non dovrebbe costituire una minaccia per me, e non la costituirebbe se il capitale non lo utilizzasse come esercito industriale di riserva. Ma dal punto di vista della società realmente esistente, quella in cui i negazionisti di sinistra del woke formulano il loro giudizio, quell’uguaglianza è una minaccia. Una minaccia “gonfiata”, la cui portata è esagerata dalla destra e che è sentita ancora di più per via del razzismo che la destra contribuisce a diffondere. Ma la nostra società, la società neoliberale, si basa proprio su questa frammentazione sociale reale e sul disaccoppiamento reale fra diritti civili e sociali. Non è sufficiente pretendere che le classi subalterne non si sentano in competizione fra loro, perché lo sono e lo saranno anche se non lo penseranno. Bisogna semmai fare in modo che non lo siano più. “L'operaio inglese comune”, scriveva Marx, “odia l'operaio irlandese come un concorrente che abbassa il suo standard di vita. Rispetto al lavoratore irlandese si considera un membro della nazione dominante e di conseguenza diventa uno strumento degli aristocratici e dei capitalisti inglesi contro l'Irlanda, rafforzando così la loro dominazione su sé stesso. Egli nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro il lavoratore irlandese. Il suo atteggiamento verso di lui è molto simile a quello dei bianchi poveri verso i negri degli Stati un tempo schiavisti dell’Unione americana […] Questo antagonismo è artificialmente mantenuto vivo e intensificato tramite la stampa, il pulpito, le riviste a fumetti, in breve, con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell'impotenza della classe operaia inglese”. Di fronte a ciò come suggeriva di agire il padre del socialismo scientifico? “[…] l’obiettivo più importante dell’Internazionale”, affermava, “è di accelerare la rivoluzione sociale in Inghilterra. L’unico mezzo per accelerarla è rendere indipendente l’Irlanda. […] Il compito specifico del Consiglio centrale a Londra, è di risvegliare nella classe operaia inglese la consapevolezza che l’emancipazione nazionale dell’Irlanda non è per essa una questione di astratta giustizia o di sentimenti umanitari, bensì la prima condizione per la sua stessa emancipazione sociale”. [1] Nella misura in cui la cultura woke lotta contro pregiudizi e discriminazioni, essa può essere utile allo scopo di liberare la classe lavoratrice di un paese da idee preconcette funzionali al mantenimento del giogo capitalistico. Ma la fonte dei pregiudizi e delle discriminazioni contro cui lotta il woke è il giogo capitalistico stesso. Nel caso del razzismo verso i lavoratori immigrati è la realtà della concorrenza internazionale. Senza togliere il giogo capitalistico, l’azione contro pregiudizi e discriminazioni è inefficace sia rispetto al suo scopo sia rispetto al problema di chi razionalizza il suo malessere nel pregiudizio e nella discriminazione verso altri gruppi sociali.

Il capitale usa e diffonde a suo vantaggio pregiudizi e discriminazioni. Le classi subalterne sono abbrutite da questa deleteria egemonia culturale che, agendo costantemente su di esse, le condiziona. La diffidenza e talvolta l’aperta ostilità nei confronti delle politiche basate sui diritti civili non dipende, però, solo da questa interiorizzazione. Esiste una tendenza storica consolidata al progresso dei diritti civili e al regresso di quelli sociali. Dal 1970 a oggi l’Italia ha fatto enormi passi avanti nei diritti civili. A titolo di esempio: nel 1970 il divorzio, nel 1975 la riforma del diritto di famiglia e la parità tra coniugi, nel 1978 la legge 194 sull’IVG, nel 1981 l’abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore, nel 1982 il riconoscimento della rettificazione di sesso. Nel 1996 la violenza sessuale diventa reato contro la persona, nel 2016 arrivano le unioni civili e nel 2017 le DAT sul fine vita. Nello stesso periodo, però, il lavoro si fa più precario con la liberalizzazione dei contratti dagli anni ’90 al Jobs Act; si riduce la tutela contro i licenziamenti; il sistema pensionistico passa sempre più al contributivo; nella sanità pubblica, liste d’attesa infinite e una diminuzione dei servizi erogati portano milioni di persone a rinunciare a cure necessarie. La sanità privata conosce un boom analogo a quello di scuola e università, sempre meno finanziate. Nel 2024 il salario reale italiano è inferiore a quello del 1990.

Il paradosso è, insomma, che siamo diventati formalmente più liberi come individui, ma più soli di fronte al mercato, e sostanzialmente privati di gran parte della possibilità di esercitare le libertà conquistate. È un paradosso solo apparente: il neoliberalismo funziona esattamente così, anzi - funziona così lo Stato borghese, come sapevano già Marx ed Engels, che concede diritti formali, privi di contenuto per la maggioranza delle persone perché le classi subordinate sono tendenzialmente private della libertà di esercitarli. Stato borghese e capitale tendono ad inglobare le istanze progressiste mettendole a valore, come quando aprono nuovi segmenti di mercato destinati a categorie non più discriminate. Anche quando non possono mettere a valore le istanze progressiste, però, Stato borghese e capitale le tollerano purché non siano deleterie per il loro funzionamento - cioè per la continuazione dello sfruttamento organizzato e generalizzato. Da Cavour a Giolitti, i liberali hanno sempre saputo che alcune, puntuali concessioni sono utili al mantenimento dell’ordine costituito. Come disse il co-artefice dell’unità d’Italia nel discorso pronunciato in aula da deputato del Regno il 6 marzo 1850, “le riforme compiute a tempo invece di indebolire l’autorità la rafforzano. Invece di crescere la forza dello spirito rivoluzionario lo inducono all’impotenza”.

È in questo contesto di disaccoppiamento strategico dei diritti civili e di quelli sociali, insomma, che i negazionisti di sinistra del woke formulano la loro tesi sull’inseparabilità realizzata di tali diritti. Essi parlano della realtà come la vorrebbero, come la immaginano, non com’è realmente. Così facendo, dimostrano proprio ciò che vorrebbero negare, ovvero che il woke (perlomeno il “woke 1”, quello criticato dalla social-democratica statunitense Ocasio-Cortez) esiste, e che esiste anche in Italia. Lo rappresentano loro stessi quando, parlando della realtà astratta e non di quella concreta, ragionano da perfetti idealisti soggettivisti, cioè da perfetti liberali – per quanto radicali. Lo rappresentano quando utilizzano categorie morali in ambito politico (“non devi sentirti minacciato dall’immigrato”). Anziché analizzare materialisticamente il motivo per cui lo spauracchio del woke agitato dalla destra spaventa davvero, in pieno spirito woke 1 i negazionisti di sinistra si ergono in cattedra riducendo e condannando tutto come delirio e ignoranza. 

L’inclusione reciproca reale di diritti civili e diritti sociali

Un approccio socialista al woke, di cui lo studioso Domenico Cangiano ha definito i contorni e chiarito la necessità [2] non dovrebbe gettare via l’acqua sporca degli eccessi identitari e del moralismo censorio del wokeismo con il bambino dell’ampliamento dei diritti civili a gruppi ingiustamente esclusi dal loro godimento. Tuttavia, non dovrebbe nemmeno fare come se diritti civili e sociali fossero già indissolubilmente legati. Non lo sono, e la storia della regressione dei diritti sociali degli ultimi decenni lo dimostra. Il loro disaccoppiamento è costitutivo della società neoliberale. Piuttosto, un approccio socialista al woke dovrebbe intraprendere il compito storico di legare assieme diritti civili e sociali. Questo compito necessita di una preparazione specifica.

Innanzitutto, date le condizioni di partenza – ovvero il regresso, l’erosione dei diritti sociali –, esso dovrebbe:

1) lavorare per recuperare il terreno perduto. La nuova centralità della questione sociale, se dovesse mai passare dalla carta stampata e dalle parole delle interviste alle agende politiche reali, starebbe innanzitutto in ciò. Non partiamo da una situazione di parità, ma da una in cui i diritti sociali sono stati progressivamente erosi – e continuano ad esserlo. L’urgenza, la priorità strategica è intervenire su quelli. Ciò dimostrerebbe una rinnovata credibilità della sinistra alla classe lavoratrice, e con essa a tutte le classi subalterne. A questo proposito vale la pena far presente che dell’ampliamento dei diritti sociali beneficerebbero anche i gruppi discriminati e oppressi su base identitaria: una persona trans che sia spinta verso la prostituzione dall’assenza di alternative lavorative o di adeguate misure di previdenza sociale ha gli stessi interessi di un lavoratore maschio bianco etero cis povero se si parla di diritto al lavoro, a un salario adeguato al costo della vita e al reddito di base. Non esistono gruppi sociali subordinati interessati unicamente ai diritti civili. Alcune persone possono non avere piena consapevolezza dei loro bisogni, ma i bisogni materiali sono i bisogni di tutti gli oppressi e gli sfruttati.

2) Parallelamente al nuovo protagonismo della questione sociale nell’agenda politica, occorre che un approccio socialista al woke ricostruisca i luoghi della politica di sinistra. Come scrive Cangiano, “il luogo di lavoro, il sindacato, il partito, il quartiere operaio, la cooperativa, le associazioni” [3] erano una rete di istituzioni capace di avvolgere l’individuo in una ragnatela di senso, di rapporti, di relazioni di cura e di sostegno, di solidarietà concreta, di vicinanza empatica. Così ci si conosceva, si confrontavano esperienze, non ci si sentiva soli e impotenti né, per reazione, ci si illudeva di essere in grado di cavarsela da sé. Così si capiva insieme il mondo in cui si era gettati, le ragioni delle proprie difficoltà, del proprio malessere, della propria oppressione e del proprio sfruttamento. Così si costruiva coscienza di classe. Era la base per riempire le piazze e per condurre le lotte. È necessario ricostruire quella base, pur nella consapevolezza dei mutamenti economici, sociali e antropologici intercorsi. Non si possono politicizzare i riders da dentro l’azienda, perché non sono “dentro” nessun’azienda. Ma si possono incontrare nei loro luoghi di ritrovo e di riposo. A proposito di cambiamenti: le nuove forme della comunicazione e della socialità diffuse tramite Internet non dovrebbero essere completamente abbandonate, ma la loro importanza per la coscientizzazione e l’organizzazione dovrebbe essere fortemente ridimensionata. Questo è un compito particolarmente difficile per i socialisti. Una via promettente sembra essere la regolamentazione e la tassazione delle Big Tech, su modello cinese. È tuttavia evidente che si tratti di un obiettivo di lungo periodo, che richiede un notevole grado di controllo sulla politica e l’economia.

3) Non c’è socialismo senza materialismo storico. Un approccio socialista al woke dovrebbe tenere sempre presente il rapporto fra struttura e sovrastruttura. Come scriveva Marx, “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Da questo punto di vista si potrebbe rivendicare una superiorità sic et simpliciter dei diritti sociali su quelli civili. Tuttavia, aggiungeva il filosofo, anche se non possono scegliersi le condizioni in cui farla, gli esseri umani possono davvero fare la storia. Se non del tutto intatta, la possibilità di comprendere e agire sulle condizioni materiali e sociali che nelle quali si sono trovati esiste ancora. È per questo che il capitale tende all’egemonia culturale: per controllare il dissenso, per gestire e indirizzare le richieste di cambiamento sociale dove mettono meno in pericolo il suo dominio. La struttura, cioè l’insieme delle condizioni materiali e dei modi di produzione delle merci e della formazione sociale stessa, delimita il campo della sovrastruttura, cioè della cultura, della politica, dell’arte, della filosofia, della religione e, in termini hegeliani, dello spirito oggettivo in generale, ma non determina ogni sua mossa. Anche senza richiamarsi alla teoria maoista della contraddizione principale (quella fra capitale e lavoro) e delle contraddizioni secondarie che possono diventare temporaneamente principali, è perfettamente coerente con il materialismo storico affermare che la sovrastruttura agisca con relativa libertà e possa generare cambiamenti nella struttura. Se questo è vero, allora l’importanza dei diritti civili dovrebbe essere fuori questione in un approccio socialista al woke. Si tratta di comprendere, però, che nessuna giustizia sociale può essere realizzata senza intervenire sulle ragioni materiali che, ad oggi, ne determinano la negazione.

La formula dei negazionisti di sinistra del woke, sull’identità immediata di diritti civili e sociali, non è di sinistra se per “sinistra” si intende ancora il socialismo. La penetrazione del neoliberalismo nel corpo politico che si forma dopo il PCI ha in gran parte distrutto quella cultura politica, che oggi in Italia resiste più che altro in alcuni ambienti della “sinistra radicale” extra-parlamentare. Lo stesso Conte, nonostante l’avvicinamento del M5S alla sinistra italiana ed europea, non è un esponente di tale cultura, non ne rappresenta la tradizione. Tuttavia, il leader del M5S sembra aver compreso meglio di altri il contesto storico in cui si è effettivamente prodotto quel che Ocasio-Cortez, dall’altra parte dell’oceano, chiama “woke 1”. All’ampliamento dei diritti civili è paradossalmente corrisposto il restringimento di quelli sociali. Come si è detto, tale paradosso è però solo apparente: il neoliberalismo disaccoppia sistematicamente diritti civili e sociali per gestire il dissenso e le richieste di rinnovamento sociale. Esso costruisce invisibili soffitti di cristallo che ostacolano l’accesso al godimento dei diritti tanto sociali che civili. Un approccio socialista al woke, allora, non dovrebbe limitarsi a dichiarare la presunta coincidenza dei diritti, ma dovrebbe realizzarla. Questo compito storico non può essere intrapreso però senza consapevolezza di quale sia il suo punto di partenza. La progressiva erosione dei diritti sociali e una sinistra che ha saputo (e, specialmente nelle sue versioni non socialiste, di centrosinistra, voluto) difendere sempre meno i diritti della classe lavoratrice ha finito per allontanare tale classe e spingerla verso il populismo della falsa destra sociale. Quest’ultima ha portato – e continua a portare – un attacco scomposto al woke in generale, dietro al quale si nasconde la pura e semplice ostilità nei confronti del riconoscimento di diritti civili fondamentali, alcuni dei quali già acquisiti, come il diritto all’aborto. [4] Di fronte a ciò, un approccio socialista al woke deve iniziare rilanciando la questione sociale: casa, lavoro, istruzione e cultura, sanità, trasporti, sicurezza, welfare per tutti. Nel suo articolo, Conte ha indicato alcune linee guida valide e che le forze di sinistra socialista del paese potrebbero seguire – o continuare a seguire, dato che sono forse le uniche a non aver mai smesso di farlo. Certo il riformismo cavouriano riguarda anche i diritti sociali: per esempio che idea ha Conte su lavoro, salario, sussidi di disoccupazione e pensioni di invalidità? Coincide con l’idea comune (se c’è) del “campo largo” di cui fa parte il M5S? Cosa vuol dire “regolamentare e tassare” le Big Tech? Cosa, concretamente, gli si vuole impedire di fare, e a quanto ammontano le tasse in questione? Qual è la linea sulla patrimoniale, sull’esternalizzazione sociale e ambientale dei costi aziendali, sulle politiche abitative, sugli affitti brevi e le case popolari, sull’outsourcing e sulle delocalizzazioni, sulla precarietà lavorativa? La rinnovata centralità della questione sociale per le forze progressiste, se sarà davvero tale, dovrà rispondere in maniera convincente a queste e altre domande. Speriamo non si tratti solo della tipica polemica di Ferragosto, ma in ritardo, o di tentativi elettorali che restano mera propaganda.

Note:

[1] Tutti i virgolettati di Karl Marx sono della sua lettera a Sigrfried Mayer e August Vogt, 9 aprile 1870.

[2] In questo articolo 

[3] Ivi

[4] Si pensi ad esempio al programma di Futuro Nazionale.

05/09/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Dario Manni
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