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Globalizzazione e decadenza industriale. Intervista a Domenico Moro

Seconda parte dell’intervista a Domenico Moro sul tema dello sviluppo transnazionale del capitalismo.


Globalizzazione e decadenza industriale. Intervista a Domenico Moro

Seconda parte dell’intervista a Domenico Moro sul tema dello sviluppo transnazionale del capitalismo. A partire dall’ultimo libro di Domenico , Globalizzazione e decadenza industriale, abbiamo chiesto all’autore di aiutarci a dipanare alcuni nodi legati all’attuale conformazione storica del capitalismo analizzandone per grandi linee gli ultimi sviluppi al fine di cogliere alcune ricadute politiche immediate nel contesto europeo.

di Pasquale Vecchiarelli e Andrea Fioretti

D. La Costituzione come perno centrale sul quale incardinare un’alleanza con la piccola borghesia in funzione progressista per l’uscita dall’UE e dall’Euro è una novità o un film visto? In altri termini , esiste una questione relativa alla sovranità popolare contrapposta alla sovranità nazionale ?

R. Per non pochi di quanti si collocano a sinistra attaccare l’euro e l’Europa vuol dire ritornare al passato e soprattutto cedere al nazionalismo, confondendosi magari con partiti di destra estrema e xenofoba come la Lega. In verità, è stato l’euro a introdurre elementi di divisione tra lavoratori europei e a ridare fiato ai nazionalismi, portando i paesi europei non alla convergenza economica, come era stato promesso, ma alla divergenza. Basta pensare all’odio che oggi corre, di nuovo dopo la Seconda guerra mondiale, tra greci e tedeschi. Inoltre, la convergenza bipartisan a livello europeo tra centro-destra e centro-sinistra, cioè tra Partito popolare e Partito socialista europei, riguardo all’accettazione dell’integrazione europea e dell’austerity ha lasciato un enorme campo libero alle formazioni della destra, che ne hanno approfittato, crescendo elettoralmente. C’è una analogia tra la situazione attuale e quella del 1914. Allo scoppio della Prima guerra mondiale la socialdemocrazia europea determinò la débacle del movimento operaio con il voto ai crediti di guerra, oggi la débacle del movimento operaio europeo è determinata dall’appoggio della socialdemocrazia europea al processo di integrazione europea. Dunque, oggi la ricostruzione di un nuovo internazionalismo tra i lavoratori europei passa per la lotta contro l’Europa dei capitali e attraverso la disgregazione dell’area euro, così come allora la ripresa dell’internazionalismo passò per la lotta contro la guerra e per la disgregazione dei governi che l’avevano promossa. I partiti di destra e populisti e la loro critica all’euro sono espressione di settori di piccola borghesia e del capitale usciti perdenti dalla riorganizzazione globale. Invece, la nostra critica esprime gli interessi del lavoro salariato, ed è per questo che il nostro obiettivo non può limitarsi a un generico ritorno alla sovranità nazionale. Il nostro obiettivo deve essere il recupero e l’allargamento della sovranità popolare e democratica, cioè la capacità di influire sulle decisioni da parte delle classi subalterne, combattendo il principio di governabilità e il primato degli esecutivi nazionali e degli organismi sovrannazionali imposti dal capitale. Questo obiettivo è non solo condizione necessaria al superamento della crisi da sinistra, ma anche condizione necessaria alla ripresa del percorso di trasformazione della società europea in senso socialista in questa epoca storica.

D. A Madrid si è svolto a febbraio un meeting internazionale su un Piano B in Europa. Alcune posizioni di esponenti di spicco e promotori come Varoufakis , e Stefano Fassina in Italia, esprimono una posizione che non sembra fare i conti fino in fondo con l’ultima esperienza greca, che pure pongono a critica, e pensano a una “riforma” della UE. Eppure all’interno dello stesso meeting questa non è stata la posizione predominante perchè altri autorevoli esponenti come Oskar Lafontaine, Costa Lapavitsas o Zoe Konstantopoulou (la ex-presidente del Parlamento greco) hanno posto al centro una posizione a favore della rottura dell’Unione Monetaria. Quale è la tua posizione in questo dibattito?

R. In primo luogo bisogna chiarire che alcuni mesi fa era stato redatto un documento intitolato “per un Piano B in Europa” e firmato da Varoufakis, Melanchon, Lafontaine e Fassina. A Parigi a gennaio si tenne un primo convegno, dove erano presenti Melanchon, Lafontaine e Fassina mentre mancava Varoufakis. All’incontro di Parigi, al quale partecipai anch’io, la questione della necessità/possibilità del superamento dell’euro mi è parso emergesse chiaramente, anche se con delle differenze tra i presenti. Invece, nel febbraio successivo, a Madrid, dove dei firmatari originari era presente solo Varoufakis, la questione dell’uscita dall’euro mi pare che sia stata messa in ombra. Per Varoufakis la risoluzione dei problemi sta nella democratizzazione dell’Europa. La debolezza di questa impostazione risiede nella sua astrattezza, cioè nel fatto che non affronta quei meccanismi istituzionali, vale a dire l’architettura europea e dell’euro, che sono strutturalmente congegnati allo scopo di consentire il governo delle élite capitalistiche europee sui processi economici e politici. Anche le altre proposte che sono uscite da Madrid si concentrano sul debito e sono in definitiva molto deboli. La proposta di audit sui debiti locali, regionali e infine nazionali può essere utile per criticare gli sprechi e per redistribuire le risorse. Tuttavia, non risolve il problema della riduzione della ricchezza sociale e della compressione delle risorse pubbliche e soprattutto la questione della alienazione del controllo su bilancio e debito pubblico a favore di organismi sovrannazionali, che rappresenta il vero ostacolo ad una gestione corretta del debito. Infine, la disobbedienza ai trattati porterebbe di fatto al di fuori dell’euro, esponendo chi la praticasse agli stessi ricatti cui è stata sottoposta la Grecia di Tsipras e senza la chiarezza necessaria ad affrontarli. In sostanza a me pare che si voglia evitare di affrontare il vero problema, l’appartenenza all’area euro. In questo modo, si finisce per considerare l’Europa, che poi è questa Europa dei capitali e non una qualche Europa immaginaria, come l’unico orizzonte possibile entro il quale circoscrivere la propria azione, condannandosi così alla marginalità politica.

D. Noi pensiamo che la questione dell’Europa sia cruciale perché, come già teorizzato in passato, bisogna combattere contro tutti gli imperialismi ma in primis contro quello di casa propria. Detto questo, la problematica dell’uscita dalla UE oggi non può che assumere solo una dimensione strategica perchè rimane da risolvere una problematica più stringente per i comunisti: l’organizzazione per la presa del potere e il rilancio di una prospettiva di superamento del capitalismo. Con l’attuale organizzazione credo sia difficile immaginare di poter guidare qualsiasi processo di rottura con il polo imperialista europeo. Sei d’accordo? E quindi su che terreno porre questa questione?

R.L’organizzazione per la presa del potere non si realizza per una spinta volontaristica, come se bastasse volerla o convincersi della sua giustezza per farla. La sua realizzazione richiede un processo di costruzione lungo e laborioso. Infatti, bisogna tenere conto che il campo di chi aspira al rovesciamento dei rapporti di produzione per instaurare il socialismo non è mai stato così diviso e frammentato e così poco radicato nella realtà sociale. E non si tratta di una situazione solo italiana, tanto per essere chiari. Durante il fascismo il radicamento era ancora minore di quello attuale ma esistevano dei nuclei dirigenti organizzati e soprattutto punti di riferimento forti. Questi erano dati non soltanto dalla presenza dell’esempio e dalla forza statuale dell’Urss ma anche dalla condivisione di un sistema di conoscenze, di metodi e di idee che permettevano di spiegare e affrontare quella fase del capitalismo. Esisteva cioè un paradigma di riferimento che guidava l’azione. Quel paradigma si è progressivamente disgregato, lasciando dietro di sé alcuni residui rinsecchiti, come fa la marea quando rifluisce. In parte quel paradigma si è trasformato in una serie di ideologie parziali che si sono sostituite al marxismo e non offrono una visione generale e quindi non permettono nè di pensare nè di organizzare una trasformazione generale dei rapporti di produzione. Negli ultimi venti anni gran parte dei gruppi dirigenti della sinistra sono rimasti legati a quel paradigma o a quel che ne rimaneva nelle sue più differenti varianti o alle sue trasformazioni eclettiche, mentre il mondo attorno cambiava. In sostanza si è preteso di andare avanti procedendo con la testa rivolta all’indietro. Ad esempio, malgrado il blocco sociale keynesiano fondato sulle politiche espansive e sul debito pubblico si fosse ormai disgregato, si è continuato a pensare che la formula del centro sinistra e la partecipazione ai suoi governi fossero ancora praticabili. Ugualmente si è continuato ad avere come prospettiva l’europeismo, malgrado questo concretamente favorisse tutt’altra cosa rispetto a quanto idealizzato. C’è, quindi, bisogno di ridefinire un nuovo paradigma attraverso una applicazione insieme creativa, originale e rigorosa delle categorie marxiste. Il primo passo è svolgere e soprattutto condividere una analisi del passaggio dalla vecchia forma di capitalismo a quella nuova, come ho cercato di fare nel mio libro, che in definitiva ruota attorno alla categoria di capitale globalizzato. È su questa base che vanno definiti e, sottolineo, condivisi un profilo politico-ideologico forte e un posizionamento politico chiaro e alternativo rispetto al centro-sinistra e all’integrazione valutaria europea. È solo sulla base di queste premesse che possiamo e dobbiamo fare “politica”. Troppo spesso abbiamo dato la preminenza all’invenzione di formule politiche e elettorali come se queste in sé stesse potessero avere un effetto salvifico. Le alleanze, politiche e elettorali, certo sono importanti. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che è la politica il terreno su cui si combatte la battaglia e che la tentazione più facile cui si corre il rischio di soggiacere, in una fase di minoritarismo, è proprio quella di rinchiuderci in noi stessi, nel tentativo di difendere una identità minacciata. Ma, d’altro canto, ciò che definisce una alleanza e la sua forma sono i suoi contenuti. Ed è evidente che senza un profilo e un posizionamento definiti l’intrapresa di ogni alleanza è destinata o ad abortire o a tradursi in subalternità al capitale.

08/04/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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