I teorici sovversivi, dapprima calvinisti, ma poi, per ragioni opposte, anche gesuiti, arrivano a radicalizzare il diritto di resistenza a un potere che va contro la divina legge naturale, arrivando a teorizzare la necessità di giustiziare il tiranno. Così, si arriva presto all’assassino politico. I primi a essere assassinati sono il Guisa, a capo della Lega cattolica, che in realtà mirava se non a conquistare direttamente il trono a sottomettere i deboli re di Francia. Mandante dell’omicidio a tradimento fu Enrico III, che sarà perciò costretto ad allearsi in posizione subalterna con Enrico di Borbone, duce degli ugonotti. Ciò non lo salvò dall’attentato terroristico di un fanatico religioso domenicano. Mancando eredi diretti il trono tocca a Enrico di Borbone capo degli ugonotti, indicato da Enrico III come suo legittimo successore se si fosse convertito al cattolicesimo. Così Enrico, dopo aver tentato invano con la violenza, per poter regnare realmente e pacificare sotto il suo dominio il paese cambia per la quarta volta confessione religiosa e si fa nuovamente cattolico. Pare abbia giustificato questo ennesimo riposizionamento sostenendo: “Parigi val bene una messa”, in quanto la città era passata sotto il controllo di borghesia e masse popolari insorte e con la forza l’aristocratico Borbone non avrebbe mai potuto prenderla. Con la conversione tradì i suoi ingenui alleati contadini, ricevendo l’appoggio del partito dell’ordine dei politiques, i quali intendevano imporre l’assolutismo monarchico per poter porre fine alle rivolte dei contadini e delle masse popolari, coperte ideologicamente dalle guerre di religione. I politiques erano cattolici sostenitori della rivoluzione passiva assolutistica, illusione distopica che riteneva possibile superare il feudalesimo putrescente senza dover passare per una rivoluzione reale, dal basso.
Enrico IV per non rimanere sotto il controllo dei politiques, accorda agli altri aristocratici ugonotti, con l’editto di Nantes (1598), libertà di culto e il possesso di tutte le piazzeforti che occupavano. La mossa fu coperta ideologicamente dalla tolleranza religiosa, fortemente sostenuta dal principale teorico dei politiques Jean Bodin. Così, per la prima volta una minoranza religiosa aveva possibilità di praticare, se non parte della classe dominante, in privato la propria confessione religiosa, non solo senza essere più perseguitata, ma godendo della parità di diritti civili con la maggioranza cattolica. Il possesso delle numerose piazze di sicurezza, la più famosa è la città di La Rochelle con il suo porto, sarebbe dovuto durare solo otto anni. Termine che Enrico aveva dovuto fissare per far accettare questo dualismo di potere ai cattolici e ai politiques. In realtà, nonostante tutta la scena che lo faceva contro la sua volontà per pacificare il paese, cavallo di battaglia ideologico dei politiques, in realtà non fece nulla per riprenderne possesso una volta scaduto il termine ultimo. Anche per questo la sentenza di morte sancita dalla Controriforma dai tempi dell’editto di Nantes, nel momento in cui, scaduto il termine Enrico non solo non riconquistava le piazzaforti ugonotte, ma si accingeva a fare la guerra a favore del partito europeo dei protestanti, contro il partito europeo dei cattolici guidati dagli Asburgo di Spagna e Austria, doveva divenire operativa. A questo punto, in altri termini, non si poteva procastinare l’attentato terroristico. Autore fu un instabile integralista cattolico.
Volendo trarre un bilancio di questo personaggio storico universale, possiamo osservare che l’ennesimo cambio di confessione religiosa da parte di Enrico di Borbone, questa volta in modo sfacciato per la sua volontà di potenza, e il dualismo di potere accordato in seguito ai traditi ugonotti con l’editto di Nantes, sempre per ragioni politiche, sono considerati dalla maggioranza degli storici (naturalmente idealisti e ideologici) come l’atto finale del lungo e tetro periodo di intolleranza e guerre di religione. Enrico IV viene teleologicamente interpretato come un monarca protoliberale, che avrebbe anticipato la separazione fra Chiesa e Stato. Certamente l’alleanza tattica fra politiques e Enrico IV consente di sconfiggere il fondamentalismo religioso prodotto tipico del monoteismo. La politica non solo si emancipa dalla religione, ma la sottomette ai propri scopi, secondo l’insegnamento di Machiavelli. Ciò avviene perché la classe dirigente di entrambi gli schieramenti temeva l’emergere dei subalterni di ambedue le fazioni che sono infine, come di consueto, traditi dai loro dirigenti, intellettuali organici alla classe dei proprietari. Questi ultimi sfruttano le masse popolari per emergere, sconfiggendo i concorrenti della classe dominante dell’altro partito, ma quando lo scontro si fa duro tendono a tornare agli interessi della classe di proprietari da cui provengono. Così, traditi dai loro dirigenti intellettuali, i ceti subalterni si scompaginano e sono, momentaneamente, sconfitti. Anche se di queste esperienze faranno tesoro quando partirà un nuovo ciclo rivoluzionario, che non avrà più bisogno, anche grazie alla rivoluzione culturale illuminista, di assumere una maschera religiosa, per prendere parte al conflitto sociale.
La tolleranza religiosa favorisce lo sviluppo economico
Tornando agli storici liberali che interpretano in modo idealisticamente teleologico questi eventi, l’editto di Nantes, sancendo la coesistenza in uno stesso Stato di più confessioni religiose, realizza il principio della tolleranza proprio delle società liberali moderne. Del resto come aveva già compreso la regina Elisabetta la tolleranza è il modo migliore per pacificare la popolazione evitando che i conflitti religiosi mettano in difficoltà le attività economiche, che ormai hanno un peso superiore nelle decisioni dei sovrani rispetto alle ragioni religiose. L’ideologia religiosa medievale è sempre più sopraffatta dall’ideologia borghese, per cui il fine ultimo diventa il profitto individuale. D’altra parte, come chiariva bene già Crizia quasi duemila anni prima, l’ideologia religiosa è un ottimo instrumentum regni se ci credono i subalterni e non le classi dominanti.
I sei Libri della Repubblica di Bodin
Anche in Francia la fine delle guerre di religione fa ripartire le attività economiche che conoscono un importante sviluppo. L’ideologo che si afferma in queste tragiche vicende è Jean Bodin: intellettuale di riferimento dei politiques e, di conseguenza, anche di Enrico IV durante l’alleanza tattica con questi ultimi. Questo intellettuale parigino per contrastare le guerre di religione e il conflitto, ormai residuo del passato, fra monarchia feudale e aristocratici teorizza ne I sei Libri della Repubblica la tolleranza religiosa e il fatto che il potere del sovrano non può più fondarsi su una presunta investitura divina, ma deve dipendere dalla volontà dell’intero corpo sociale. Con Bodin si afferma la concezione moderna borghese contrattualista e assolutista per cui tutto il potere politico è concentrato nelle mani dello Stato, del sovrano. Si afferma così il primato della politica che consente di superare la guerra civile permanente prodotta da due forme diverse di integralismo monoteistico. In realtà la borghesia, pentita di aver favorito la politicizzazione del proletariato franco e, in particolare, delle città di Parigi, abbandona la prospettiva della rivoluzione antifeudale, per sviluppare, in accordo con il monarca, una rivoluzione passiva. Così gli intellettuali borghesi di cui Bodin è il capofila, da una parte, teorizzando l’assolutismo, sono più arretrati degli intellettuali della borghesia olandese e britannica, che aveva conquistato un parte del potere, con una rivoluzione almeno in parte non passiva, in cui principali esponenti sono, rispettivamente, Grozio e Locke. D’altra parte sulla questione dei popoli coloniali e, più in generale, dello stesso schiavismo, Bodin ha posizioni decisamente più avanzate di quelle dei teorici della borghesia al potere.
La prima vittoriosa lotta per il diritto del popolo all’autodeterminazione: la Repubblica delle sette province unite
La pacificazione della Francia fa sfumare i piani reazionari e distopici di Filippo II, che intendeva sottometterla alla propria egemonia. Tuttavia ancora più grave è per lui la rivoluzionaria prima lotta per l’autodeterminazione (nazionale) dei popoli che scoppia negli stessi anni nei Paesi Bassi, anche perché insorgono sia gli aristocratici che i ceti popolari. La lotta per l’autodeterminazione nazionale nasce dalle lotte dal basso delle masse popolari, ma viene poi egemonizzata da settori della classe dominante.
I Paesi Bassi sono un territorio molto variegato con il nord, più o meno l’attuale Olanda, abitato da fiamminghi in parte convertiti al calvinismo. Nelle regioni meridionali, l’attuale Belgio vi sono cattolici di stirpe fiamminga e vallona. Anche in questo caso le posizioni più radicali si esprimono, in termini di ideologia religiosa allora dominante, in senso calvinista, mentre le posizioni conservatrici in senso cattolico.
La prima lotta vincente per l’indipendenza nazionale
Mentre Carlo V si era dimostrato tollerante verso quelle ricche terre, Filippo II vi ha introdotto il tribunale dell’Inquisizione, sopprimendo ogni forma di libertà e di autogoverno locale, infierendo con tassazioni esorbitanti sui ceti mercantili e bancari. La rivolta parte dal nord calvinista, ma si estende al sud cattolico. Filippo affida la pacificazione del paese a un nobile spietato e intollerante, il Duca d’Alba, e a un esercito di mercenari italiani e spagnoli. Nonostante saccheggi e devastazioni terribili gli spagnoli non hanno la meglio, anche perché la rivolta unisce calvinisti e cattolici e persone delle più diverse classi sociali, divenendo una delle prime lotte per l’indipendenza (nazionale). Come l’idea di Stato anche l’idea di nazione sono concetti propri dell’ideologia degli emergenti ceti medi borghesi. Si tratta di concezione essenziali, che consentiranno al modo di produzione capitalista di divenire dominante.
Gueux de mer e l’apertura delle dighe
Gli olandesi guidati da Guglielmo d’Orange, non potendo tener testa al Duca d’Alba in una battaglia campale, combattono una guerra popolare di guerriglia. Non essendoci montagne o foreste, i guerriglieri si organizzano nel mare per assaltare i mercantili spagnoli. I pirati tendono a divenire corsari. I ribelli, denominati in termini classisti pezzenti dai dominatori spagnoli, fanno proprio tale epiteto. Divengono così i Gueux de mer (i pezzenti del mare). Per opporsi alle forze d’occupazione anche sulla terra, non esitano ad aprire le dighe e far inondare i territori (strappati nei secoli precedenti al mare) minacciati dai preponderanti eserciti nemici.