La situazione, purtroppo, è ancora quella che descriveva Gramsci, ormai quasi un secolo fa: “la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. La crisi cui fa riferimento Gramsci, in termini marxiani, è così riassumibile: “o una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o la comune rovina delle classi in lotta”. I paesi a capitalismo maturo vivono una strutturale e ultra decennale crisi di sovrapproduzione. In tutti i paesi nella Nato e dei suoi più stretti alleati il modo di produzione capitalistico è divenuto un oggettivo ostacolo allo sviluppo delle forze produttive. D’altra parte la soggettività rivoluzionaria sconta delle notevoli difficoltà. Manca una reale Internazionale degli sfruttati e degli oppressi. Assistiamo a grandi sollevazioni popolari dal basso, con un eccezionale contributo delle giovani generazioni. Tuttavia questa grande espressione di spontaneismo in troppi pochi casi riesce a dotarsi di una direzione consapevole. Abbiamo così assistito a enormi sollevamenti popolari che hanno in tempi rapidissimi completamente smantellato dei regimi politici che sembravano inamovibili per la densità di potere che avevano coagulato intorno a sé. D’altra parte se i movimenti popolari si limitano al determinante movimento distruttivo, necessario a spezzare la macchina dello Stato, ma a questo non fa seguito il momento costruttivo, cioè il dotarsi di una direzione consapevole in grado di indicare la strada verso una transizione socialista, della situazione possono approfittare i “fenomeni morbosi più svariati”. Pensiamo a quello che è successo in Egitto, Tunisia, Libia, Siria, Ucraina, Bangladesh, Nepal, Madagascar etc.
I paesi a capitalismo maturo possono sperare di procrastinare gli effetti negativi della devastante crisi che alimentano sempre di più solo mediante la guerra imperialista. Quest’ultima, però, funziona alla perfezione solo quando sono gli altri ad autodistruggere i propri capitali in guerre con altri Stati o in guerre civili. Abbiamo così le guerra fratricida fra Russia e Ucraina e le guerre del colonialismo d’insediamento sionista contro palestinesi, libanesi, siriani, yemeniti, etc. Sono in corso terribili guerre civili: in Somalia, Libia, Sudan, Mali, etc. Queste guerre rischiano di non bastare più, in primo luogo perché i belligeranti hanno spesso speso tutto quello che avevano, hanno già svenduto le proprie risorse e il loro stesso paese. Inoltre sono le stesse classi subalterne, costrette a fare da carne di cannone, a rendere alla lunga impraticabile questi conflitti, si pensi, ad esempio, all’enorme numero di disertori e renitenti alla leva in Ucraina o alle rivolte contro le forze che cercano di irregimentare le giovani generazioni.
D’altra parte i paesi imperialisti incontrano crescenti difficoltà. Innanzitutto hanno sempre più difficoltà di scaricare i costi della guerra su paesi stranieri, come si è visto prima nella guerra alla Russia e più recentemente nella guerra all’Iran.
Gli stessi utili idioti, dai sionisti agli sciovinisti ucraini, sono sempre meno in grado di portare avanti la guerra con le proprie, sempre più ridotte, forze. D’altra parte la maggioranza delle grandi potenze imperialiste a capitalismo maturo non ha i mezzi per combattere direttamente la guerra, come nel caso della guerra alla Russia da parte dell’Unione (imperialista) europea. Anche la minoranza (Usa e Israele) non ha la forza politica di reggere una reale guerra, al di là dei bombardamenti terroristici, che implica necessariamente “boots on the ground”, cioè occupare paesi stranieri con le truppe di terra. Ciò necessariamente implica un numero di morti che nessuno dei paesi a capitalismo maturo, compresi gli stessi sionisti, è in grado di reggere politicamente. Peraltro anche militarmente i sionisti non potrebbero mai occupare l’Iran. Questi ultimi sono del resto gli unici, insieme agli ucraini, nel blocco dei paesi a capitalismo maturo ad avere un esercito che ha esperienza bellica ed è, quindi, addestrato a portare avanti una guerra reale.
La guerra sta divenendo sempre più difficile da portare avanti anche dal punto di vista economico, con paesi come gli Stati Uniti e l’Italia che hanno un tale enorme debito pubblico, che sono ormai costretti a spendere più in interessi sul debito che nel riarmo. Nonostante che nei paesi a capitalismo avanzato il debito pubblico sia auspicato solo per il riarmo, mentre è assolutamente vietato per ogni spesa sociale, superato un certo limite i paesi non potranno che contrarre le spese militari.
Infine è in atto a livello internazionale una vera e propria rivoluzione nel modo di combattere, paragonabile all’introduzione delle armi da fuoco, che ha tolto per sempre il monopolio della violenza legalizzata alle classi dominanti aristocratiche, che precedentemente erano le sole a potersi permettere un cavaliere con l’armatura.
Oggi sono armi come i droni, i quali hanno costi molto bassi e che possono essere costruiti anche in modo artigianale, che stanno rivoluzionando il modo di combattere. I droni costruiti artigianalmente sono estremamente difficili da intercettare. Inoltre costringono le grandi potenze come gli Stati Uniti e i loro alleati nel Golfo persico a sprecare i costosissimi missili intercettori. Per cui per colpire un drone costato poche centinaia di dollari, si utilizzano missili che ne costano migliaia. Questa rivoluzione militare apre degli scenari molto significative per le resistenze antimperialiste.
Venendo alla traduzione di tale scenario internazionale sul piano nazionale, abbiamo un paese in enorme difficoltà. Non solo per lo spropositato debito pubblico, ma perché non avendo nemici da combattere diviene difficilissimo convincere la popolazione ad accettare l’economia di guerra imposta da Nato e Unione (imperialista) europea. La Germania può permettersi economicamente uno spaventoso riarmo, ha un nemico da combattere nella Russia per il predominio in Europa e ha una tradizione millenaria di espansione imperialista ai danni degli slavi. Tutti aspetti che mancano completamente all’Italia, che peraltro ha un’industria in buona parte ridotta alla funzione di subfornitrice delle imprese tedesche e una classe dirigente da sempre vassalla dell’imperialismo statunitense. Tanto che, al momento, persino l’estrema destra, controllata dai settori più reazionari dell’esercito, non può permettersi di sostenere il riarmo.
Ciò non toglie che il militarismo e l’economia di guerra siano sfruttati per procedere nel modo più spedito nella transizione dalla Seconda Repubblica liberista, sorta trentacinque anni fa, alla Terza Repubblica bonapartista regressiva. Si tratta di un regime che riprende e sviluppa i tratti peggiori del fascismo storico, come il militarismo, l’irreggimentazione, regimi sempre più autoritari, dove ancora più che nella Seconda Repubblica liberista si riducono sempre più gli spazi di democrazia formale borghese. Nel regime bonapartista regressivo non solo la stessa forma repubblicana è a rischio, ma si restringono sempre di più gli stessi diritti civili, introdotti addirittura dai liberali. Con il bonapartismo regressivo le stesse libertà individuali, la stessa libertà dei moderni è sempre più repressa e limitata.
L’unica reale alternativa sarebbe una transizione socialista, ma le forze della sinistra radicale non ragionano nemmeno più della Rivoluzione in occidente, che era il concetto centrale per Gramsci quasi un secolo fa.
Anche in Italia la componente spontanea della soggettività potenzialmente rivoluzionaria ha dato, anche nel passato più recente, buona prova di sé. Prima con una massiccia mobilitazione popolare, nonostante che partiti e sindacati abbiano fatto di tutto per sabotarla, contro il genocidio dei palestinesi. Con enormi cortei in grado di autodeterminarsi al punto da produrre momenti di dualismo di potere. Poi abbiamo avuto una imponente mobilitazione dei subalterni, del meridione e delle giovani generazioni in occasione di un referendum che aveva assunto di fatto come oggetto il governo Meloni.
Entrambi questi movimenti di massa hanno immediatamente chiarito che non erano in nessun modo disponibili a farsi egemonizzare dai socialiberisti non solo del campo larghissimo, ma dello stesso campo largo.
A dimostrazione che il campo largo tendenzialmente larghissimo è un tappo alla mobilitazione popolare non solo sul piano politico, ma anche culturale e sociale. Tutti i movimenti di massa egemonizzati da forze afferenti al campo largo, come Avs e Cgil, sono di fatto scomparsi dopo che il centrosinistra, a seguito della dura sconfitta al referendum del governo Meloni, fa di tutto per dimostrarsi affidabile dinanzi ai poteri forti, frenando ogni forma di mobilitazione di massa.
La reale sinistra, la sinistra radicale, ha abdicato alle grandi ambizioni politiche di mirare a trasformare il mondo, a partire dal proprio paese ed è unicamente mossa dalle piccole ambizioni di rafforzare la propria organizzazione settaria. Abbiamo così la componente più estrema che oscilla fra lo 0,5 e un massimo di 1,3%, numeri nettamente al di sotto delle soglie di sbarramento, che significa migliaia di voti completamente dispersi e vanificati.
La componente non affetta da infantilismo, invece di limitarsi a puntare a mobilitare i populisti progressisti di Sbilanciamoci, mira a imbarcare anche la demagogia di destra. Con il risultato di essere facilmente bollata con la ingiuriosa accusa di rossobrunismo, perdendo così la possibilità di tentare di spostare a sinistra il dibattito politico elettorale, che purtroppo, nei paesi liberali in prossimità delle elezioni, tenda a monopolizzare sempre di più il confronto politico.
A invertire in modo significativo il piano inclinato che ci sta portando a precipitare nel bonapartismo regressivo, ci sarebbe esclusivamente la mobilitazione di massa. Visto che anche in questo caso le forze organizzate remano, di fatto, contro, solo dei nuovi fattori esogeni potrebbero scatenare di nuovo in senso spontaneista una soggettività potenzialmente rivoluzionaria. A meno che non si riesca a far ripartire un movimento dal basso che miri a liberare il paese da una classe dirigente sempre più corrotta e parassitaria.