Crisi e proteste nel paese più povero del mondo: Haiti

Dal mese di gennaio Haiti è scossa da una serie di proteste contro il governo dell’attuale presidente e dalla grave crisi del paese provocata anche dall’occupazione dell’isola da parte una “missione” di potenze straniere.


Crisi e proteste nel paese più povero del mondo: Haiti

Haiti, situata nel mar dei Caraibi nell’isola di Hispaniola, la cui altra metà è occupata dalla Repubblica domenicana, sta vivendo una crisi gravissima, le cui radici sono antiche e sono legate al fatto che si tratta di uno dei paesi più poveri al mondo, passato nel corso dei secoli attraverso il dominio coloniale della Spagna (fu “scoperta” nel 1492 da Cristoforo Colombo), della Francia e degli immancabili Stati Uniti.

La popolazione autoctona di Haiti (taino e arauachi), il cui nome vuol dire “terra aspra”, fu ben presto sterminata dai coloni spagnoli a causa delle guerre, del lavoro forzato, delle epidemie e anche dei suicidi (gli indigeni preferivano uccidersi piuttosto che sottostare al rapace e “cristiano” dominio coloniale spagnolo). Come è avvenuto in altre colonie dell’America Latina, dove la popolazione non era consistente e quindi fu ben presto sterminata, gli spagnoli ricorsero alla tratta degli africani, che venduti dai loro stessi fratelli furono trasferiti in massa in America per lavorare ad Haiti nelle piantagioni di canna da zucchero e di cacao.

In seguito ai radicali cambiamenti che presero piede in Francia con la Rivoluzione che, dopo ampie discussioni, riconobbe ai mulatti e ai neri nati liberi i diritti politici, mantenendo tuttavia intatto l’istituto della schiavitù. Considerando queste misure insufficienti, nel 1791 gli schiavi si ribellarono, rivendicarono la libertà dai loro padroni, guidati dal leggendario Toussaint Louverture, il quale combatté eroicamente contro l’Esercito coloniale francese, gli spagnoli e gli inglesi che pensarono bene di appropriarsi di un territorio così ricco e collocato strategicamente nel mar dei Caraibi assai vicino all’isola di Cuba. 

Nel 1804 la repubblica di Haiti, forte della sua lunga tradizione di ribellioni, dichiara la sua indipendenza e il suo primo presidente fu Jean-Jacques Dessalines, uno dei capi dei ribelli, dopo che il suo compagno di lotta Toussaint Louverture era stato catturato dai francesi e finì i suoi giorni in una prigione in Francia lontano dal suo paese. L’ex colonia francese dette sostegno a tutte le lotte di indipendenza dei territori coloniali americani ed appoggiò con coraggio tutti i movimenti antiabolizionisti. Purtroppo, gli ex schiavi non riuscirono a mantenere a lungo il potere lacerati da lotte intestine e da conflitti all’interno dello stesso gruppo dei governanti, fatto che provocò l’instabilità politica del paese, di cui si approfittarono le grandi potenze, soprattutto la Germania, per tenere sotto controllo le risorse dell’isola. Alla supremazia tedesca misero fine gli Stati Uniti che nel 1915 occuparono l’isola, la quale fu governata da una serie di sanguinarie dittature tra le quali spicca quella instaurata dal famoso Papa Doc (al secolo François Duvalier), che si avvalse anche di una spietata polizia segreta per colpire i ribelli. 

Dopo questa rapida introduzione storica, passiamo all’oggi avvalendoci della corrispondenza di Diego Sacchi per la Izquierdia Diario Red Internacional. Scrive Sacchi che oggi Haiti è sconvolta da mobilitazioni e proteste dirette contro l’attuale e discusso presidente Jovenel Moïse, proteste che si sono fatte più forti nel mese di febbraio. I manifestanti chiedono che Moïse lasci il governo, cosa che avrebbe dovuto già fare il 7 febbraio scorso, dato che come prevede la Costituzione haitiana quel giorno è scaduto il suo mandato. Forte del sostegno degli Stati Uniti, i quali proteggono sempre i governi a loro favorevoli nella regione, il presidente decaduto, fedele a Donald Trump, non intende cedere alle richieste delle masse e si è distinto per l’applicazione di una serie di dure misure antipopolari “suggerite” dal FMI. Ovviamente questa mossa politica non ha fatto che accrescere l’ostilità dei manifestanti nei suoi confronti. Questi ultimi si sono recate anche presso la sede dell’ambasciata degli Stati Uniti per protestare contro la loro abituale ingerenza nella politica interna del paese.  

Il preteso presidente gode anche dell’appoggio del cosiddetto Core Group (composto dal Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite, dagli Ambasciatori di Brasile, Canada, Unione Europea, Francia, Germania, Spagna e Stati Uniti of America, nonché il Rappresentante speciale dell'Organizzazione degli Stati americani), il quale sotto gli auspici del Vaticano si è riunito l’anno passato ad Haiti per facilitare la composizione dei conflitti.

Ricordiamo brevemente alcuni fatti precisi dovuti all’intervento degli Stati Uniti, che ci aiutano a comprendere l’estrema povertà dell’isola e della sua popolazione certamente non in grado di affrontare l’attuale ondata pandemica preceduta anni fa da una gravissima epidemia di colera.

Negli anni 80 del Novecento le imprese statunitensi hanno dato impulso alla deforestazione delle vaste coltivazioni di riso, essendo questo cereale uno degli alimenti principali della popolazione haitiana e una delle più importanti merci esportate. Nel 1991 il governo degli Stati Uniti fu tra gli organizzatori del colpo di stato, con il quale fu cacciato il presidente Jean-Bertrand Aristide, ex sacerdote cattolico e seguace della Teologia della liberazione, che vinse le elezioni con un programma che conteneva la riforma agraria, il sostegno ai piccoli agricoltori, aumenti salariali e il riconoscimento dei diritti sindacali fino allora del tutto sconosciuti. 

Nel 2004 e nel 2016 Haiti fu squassata da violenti uragani, nel 2010 si verificò un terribile terremoto che provocò migliaia di vittime, seguito da una violenta epidemia di colera dovuta alle condizioni precarie di esistenza della popolazione e all’assoluta mancanza di alimenti, di acqua potabile, di farmaci, di disinfettanti etc. Tutti elementi che dovrebbero essere alla portata di tutti.

Nel 2004 sbarca nell’isola caraibica la Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione che si trattiene fino al 2017. Era composta da 8.500 militari appartenenti a numerosi paesi, dagli Stati Uniti, alla Francia, alla Cina al Brasile (l’Italia inviò 120 carabinieri). Come era da aspettarselo, la missione non apportò quello che pretendeva offrire: Haiti non conquistò la pace, la stabilità, anzi si trovò a subire i crimini e le violazioni ai diritti umani (stupri, maltrattamenti, torture) grazie proprio al comportamento delittuoso dei membri di questo gruppo di intervento. Si ritiene persino che furono proprio loro a portare il colera che – come si è detto – esplose nel 2010.

Le devastazioni prodotte dal terremoto del 2010 giustificarono un ambizioso programma di ricostruzione all’insegna di tangenti e di corruzione; ad esso parteciparono, durante il governo di Barack Obama, la Fondazione Clinton e l’impresa brasiliana OAS, che si occupa di edilizia, costruzioni, ingegneria e che è coinvolta in vari processi in America Latina per il pagamento di prebende a uomini politici e funzionari in cambio del sostegno ai suoi progetti. Pratiche del tutto scontate là dove regna il capitalismo.

Purtroppo, l’opposizione ufficiale a Moïse non gode della fiducia dei manifestanti, i quali probabilmente non possono che prendere nelle loro mani il loro destino, come fecero gli schiavi ribelli e più recentemente i cubani, i quali grazie alla Rivoluzione del 1959 si trovano a vivere in condizioni ben diverse da quelle in cui oggi versa la popolazione haitiana, potendo persino essere protetti dal Covid da vari vaccini prodotti dai loro ricercatori.

26/02/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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