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Da un secolo di guerre (1559-1648) comincia ad affermarsi la rivoluzione passiva borghese

Versione scritta della relazione introduttiva al secondo incontro del corso di storia e filosofia: “Controstoria del secolo di ferro (1559-1650). Fra crisi e rivoluzioni: dalla rivoluzione scientifica alla Rivoluzione inglese” che si terrà, per l’Università popolare Antonio Gramsci, il 9 settembre alle ore 18,00 in videoconferenza su google meet https://meet.google.com/xsg-rmee-wjn. In differita sul canale youtube dell’Unigramsci https://www.youtube.com/c/Universit%C3%A0Gramsc.


Da un secolo di guerre (1559-1648) comincia ad affermarsi la rivoluzione passiva borghese

Filippo II cerca invano di imporsi come arbitro delle sorti d’Europa (1556-1598) sebbene sia un residuo della distopia feudale di ricostruire un impero universale

Filippo II ereditata nel 1556 la corona di Spagna, ampi possedimenti in Italia, Fiandre e Paesi Bassi, oltre alle colonie in America. Su tale impero, uno dei maggiori della storia, regna per quasi mezzo secolo. Per la sua distopia feudale di reimporre un impero universale, finisce per fare del suo Regno dalla massima potenza dell’epoca un paese in un ormai inarrestabile declino.

Date le difficoltà di costruire un impero a partire da una accozzaglia di territori (residuo dell’età feudale) fortemente differenziati al loro interno, Filippo II punta a imporre l’uniformità mediante gli strumenti coercitivi della Controriforma. Quest’ultima diviene la copertura ideologica della distopica pretesa di costruire un impero universale. A tale scopo diviene centrale la persecuzione degli eretici, all’interno per imporre il suo potere assolutistico e individuare il capro espiatorio, all’estero per dare una giustificazione ideologica alle sue politiche imperialiste.

Chiuso nel triste palazzo dell’Escorial, che si era fatto costruire nei pressi di Madrid, nuova capitale del regno, Filippo, lontano da ogni contatto diretto con i sudditi (a differenza di suo padre Carlo V che viaggiava nei suoi domini non si mosse mai dalla Castiglia), realizza un rigoroso centralismo e una complessa amministrazione che fa capo esclusivamente a lui. Mira a costruire un mastodontico Stato burocratico, retto da una piramide di funzionari, scelti e dipendenti dal re. D’altra parte il sovrano per le spese dell’apparato burocratico, delle guerre e repressione era sempre indebitato. Quindi non poteva scegliere in funzionari, dovendo mettere in vendita le cariche. Perciò lo spaventoso apparato burocratico era dominato dalla più rapace corruzione. Una volta acquistata con grande sforzo economico la carica, il burocrate dove rifarsi con gli interessi ai danni, direttamente, degli utenti, indirettamente dello stesso Stato.

Abbiamo una versione particolarmente reazionaria di quella rivoluzione passiva da cui era nato lo Stato. L’eccessiva lentezza a prendere decisioni (era chiamato “re prudente”), la vastità dell’impero e la difficoltà dei collegamenti (la stessa Madrid era difficilmente raggiungibile) lo rendevano difficilmente governabile. Il centralismo burocratico fuso con la distopia reazionaria imperialista si dimostra fallimentare. Il suo Stato era il più autoritario e assolutistico d’Europa, e nonostante da cattolico riconoscesse l’autorità del papa, esercitava il suo potere sul clero e sull’inquisizione e aveva fama di accanito persecutore. Si tratta di un modello esemplare di cesarismo regressivo, fenomeno morboso tipico della fase di trapasso in cui il vecchio muore, ma il nuovo non riesce a vedere la luce.

1) I germi della decadenza spagnola, caso esemplare dello stato putrescente del feudalismo

Deciso a realizzare l’unità religiosa e a salvaguardare l’unità politica della Spagna, Filippo intensifica al massimo le minoranze ebree e musulmane, i ceti più produttivi del paese, che da tempo erano stati costretti a convertirsi al cattolicesimo. L’elemento religioso, naturalizzato con il mito della razza (con la legge sulla purezza del sangue, bastava aver un antenato ebreo per essere banditi dal settore pubblico), nasconde la battaglia ideologica contro l’emergente borghesia. Nel frattempo cresce la terribile inflazione potenziata dall’importazione dei metalli preziosi dal nuovo mondo (oro e argento estratti con lo sfruttamento bestiale del lavoro schiavile perdono valore) e a ciò si aggiunge la tendenza di molti spagnoli, soprattutto in Castiglia, ad abbandonare le attività produttive per entrare nella burocrazia o arruolarsi nell’esercito con la speranza di arricchirsi all’estero o divenire preti o monaci. Già allora il cesarismo regressivo crea un esercito di parassiti sociali che pesano e soffocano i lavoratori-produttori. In ogni caso troppi spagnoli e troppe energie sono spese in attività improduttive, così il paese dipende dai finanziatori stranieri. Al solito, il mito reazionario di uno sviluppo senza lavoro produttivo, non può che portare alla svendita del proprio stesso paese al capitale finanziario tendenzialmente transnazionale. Perciò nel momento del suo massimo sviluppo economico politico e militare inizia anche la decadenza della Spagna. L’Italia, ad esempio, era asservita politicamente ma non economicamente: Filippo II dipendeva dai banchieri, soprattutto genovesi. La borghesia italiana, quella al tempo più sviluppata, per paura che le classi da lei sfruttate mettano in discussione i propri privilegi, preferisce sottomettersi dal punto di vista politico-militare alla potenza imperialista più grande e aggressiva del tempo.

2). La politica mediterranea di Filippo II. La vittoria di Pirro sui turchi a Lepanto (1571)

I turchi ottomani hanno un vastissimo impero e sono in espansione sia nel mediterraneo orientale che in Europa orientale dove sono giunti a conquistare parte dell’Ungheria. Il papa Pio V cerca di convincere i paesi cattolici a fermare l’avanzata dei turchi, ma i più diretti interessati, Venezia e la Spagna sono riluttanti, avendo interessi geopolitici ed economici conflittuali. Lo spirito controrivoluzionario tridentino cerca di rilanciare la distopia della crociata. Al di là delle coperture ideologiche, per l’egemonia sul Mediterraneo si consuma la guerra fra le tre principali potenze imperialiste dell’area: la Spagna, Venezia e l’impero ottomano. Ai più rari scontri diretti, vi sono i costanti scontri indiretti opera della pirateria sia musulmana che cristiana, che era legata in modo pressoché indistricabile con il commercio. Quando nel 1570 i turchi occupano Cipro, su iniziativa del papa si costituisce una lega “santa” contro i turchi, che unisce Spagna, Venezia, l’impero, Genova e i Savoia. È così possibile mettere insieme una flotta poderosa che nel 1571 si scontra nelle acque di Lepanto, dinanzi al golfo di Corinto, con la flotta turca sconfiggendola pesantemente, grazie allo sviluppo tecnologico dell’artiglieria e, più in generale delle armi da fuoco.

La sconfitta dei turchi suscita enorme scalpore, in quanto per la prima volta gli europei cristiani erano riusciti a sconfiggerli. Ma per i turchi è un semplice incidente di percorso. La loro progressiva conquista dell’Europa centro-orientale appariva allora inarrestabile a causa dello stato putrescente del feudalesimo europeo e del terribile sfruttamento cui sottoponeva le classi subalterne. Per quanto il Mediterraneo abbia perso la centralità dopo la scoperta delle rotte Atlantiche, prima dai portoghesi, ma poi soprattutto dagli olandesi e per quanto i turchi siano più interessati a espandersi ai danni del più ricco mondo persiano, non si ferma la loro avanzata nel Mediterraneo. I veneziani già nel 1573 comprendono che è meglio per loro firmare una pace separata con i turchi, ma devono riconoscere la perdita dell’ultima testa di ponte del mediterraneo orientale. Mentre nel 1574 i turchi strappano all’impero degli asburgo di Spagna anche la Tunisia, ultima roccaforte cristiana nel mondo islamico.

3) Le guerre di religione in Francia quale aspetto sovrastrutturale del conflitto sociale (1562-1598)

La morte improvvisa di Enrico II nel 1559 lascia la Francia nelle deboli braccia dei suoi giovanissimo figli, che governano il paese sino al 1589. In realtà il potere è gestito dalla madre Caterina dei Medici. Il paese è sconvolto dalle lotte civili per motivi politici e socioeconomici che, come sempre in quest’epoca, si giustificano ideologicamente nella forma di guerre per presunti alti fini religiosi.

Il calvinismo si è diffuso fra i contadini e i nobili, che fondono la lotta per la libertà di religione alla lotta contro l’assolutismo monarchico. Naturalmente l’alleanza tattica grazie all’ideologia calvinista, maschera due prospettive opposte, gli aristocratici si oppongono in senso reazionario, in nome dell’anarchia feudale, allo Stato assolutistico, mentre i contadini in senso rivoluzionario. Peraltro la nobiltà francese si scinde negli opposti schieramenti dei Guisa, filo-cattolici, e dei Borbone fautori del calvinismo. Entrambe le famiglie sono imparentate con la regnante famiglia di Valois e, in realtà, si battono con lo stesso fine nascosto, per controllare la monarchia francese. Dietro la sovrastruttura cattolica si cela l’alleanza tattica fra la borghesia urbana, che vuole, sfruttando l’assolutismo, conquistare il potere e settori aristocratici che temono che il calvinismo non sia altro che uno strumento per l’emancipazione dei subalterni: il proletariato agricolo. Del resto il calvinismo da una parte ha popolarizzato, dall’altro ha imbrigliato in forme religiose, passivizzanti, la rivoluzione culturale umanistico-rinascimentale della borghesia arricchitasi, da cui trae le origini. In tal modo, per la prima volta in Francia il ceto subalterno contadino dispone di intellettuali che, per quanto non organici, sono con loro alleati, rischiando un pericoloso sviluppo anche in senso politico dell’insurrezione dei lavoratori sfruttati della terra. Discorso analogo vale per il fonte cattolico, in cui borghesi e masse popolari dell’area franca (nord-occidentale) del paese finiscono per combattere insieme contro non solo la reazione nobiliare che ha assunto la copertura ideologica calvinista, ma anche la monarchia assoluta, ultima roccaforte politica del regime feudale in fase avanzata di putrescenza.

La notte di San Bartolomeo

L’apice della violenza si raggiunge tra il 23-24 agosto 1572, giorno del massacro di San Bartolomeo, in cui tremila Ugonotti sono uccisi per ordine del Guisa con il beneplacito del re e della regina madre. Per quanto passiva il calvinismo è un residuo della rivoluzione culturale umanistica, che rischia di perdere i suoi caratteri elitari diffondendosi anche nel ceto subalterno. Mentre il cattolicesimo era, soprattutto dolo la Controriforma, un’ideologia controrivoluzionaria, a dimostrazione che la classe media borghese che la appoggiava, non era più da tempo una classe sociale rivoluzionaria. In seguito la guerra si internazionalizza: la Spagna e il papato sostengono i Guisa, mentre Elisabetta d’Inghilterra e i principi calvinisti tedeschi si schierano con gli ugonotti. Anche in questo caso le potenze cattoliche sostengono la reazione feudale, mentre i riformati tendono a coprire la rivoluzione passiva della borghesia, dopo il terrore per la rivoluzione dal basso della classe subalterna dei lavoratori della terra.

05/09/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo
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