Francesco Maranta, compagno di provata onestà intellettuale, mi fa l’onore dii rispondere al mio ultimo post che affronta il tema della distanza tra teoria e prassi nelle scelte della sinistra radicale, soprattutto quella giovanile, e si dice d’accordo sulla mia principale considerazione: “la tua lettera, scrive, pone una questione vera: senza umanità la politica perde il suo significato più profondo”.
La discussione si chiuderebbe su queste parole, se Francesco non aggiungesse una ulteriore riflessione. Il senso di distanza che io faccio notare, non è figlio delle idee diverse che sono sempre esistite nella storia della sinistra. La colpa è del tempo che passa, degli anni che corrono, cambiano il mondo, il modo di vivere la militanza e non consentono alle vecchie generazioni una presenza fisica nella vita politica. In altre parole, non è la solidarietà a venire meno ma, più semplicemente, si fanno i conti con il limite umano della vecchiaia, che occorre vivere serenamente e rendersi conto che la comunità resta tale anche quando cambia il modo di starci dentro.
Per quanto mi riguarda ho fondati dubbi su questa conclusione e confesso il mio peccato: il silenzio e l’emarginazione che tocca a chi dissente mi pare, di fatto, l’equivalente della Siberia in cui sono finiti per decenni tutti quelli che dissentivano nella Russia dei Soviet. E l’età non ha alcun peso. Certo, gli anni e i malanni cambiano molte cose e creano inevitabili distanze. Questo è però fisiologico. Al contrario a me pare patologico il fatto che improvvisamente non ci senta più, come se gli anni che passano cancellassero persino i cellulari.
Se la questione fosse davvero questa, però, io sarei solo un vecchio rompiscatole che non sa fare i conti con i suoi 80 anni, ma non è così. Quando ho parlato di solidarietà tradita, forse non sono stato chiaro, ma mi riferivo a Turati espulso dal partito che aveva fondato; a Gramsci che, quando Matteotti fu ucciso, non si scusò per averlo definito “rivoluzionario senza rivoluzione”; a quei “compagni” che sputarono veleno sui Rosselli e non seppero fare i conti con i loro cadaveri, uccisi a pugnalate dai fascisti; a Bordiga rappresentato come la “puttana dei fascisti”; alla famiglia Grossi, che finì sorvegliata da franchisti e stalinisti per aver consentito all’l'anarchico Berneri di ricordare Gramsci appena morto da quella Radio Libertà, che da Barcellona raccontava agli italiani la guerra di Spagna.
Furono queste nauseanti scelte ad aprire la via al fascismo storico e a dargli una vita lunga molto più di vent'anni. Potrei continuare a elencare tradimenti della sbandierata “solidarietà”. Potrei ricordare Guido Leto, capo dell’OVRA e poi istruttore tecnico della polizia repubblicana, Marcello Guida, carceriere di Pertini e Terracini a Ventotene e Questore di Milano nei giorni di Piazza Fontana; Gaetano Azzariti presidente del Tribunale della razza e poi della Corte Costituzionale; Aldo Romano spia dell’OVRA e intellettuale di riferimento del PCI. Ricordarli e ricordare con loro i comunisti espulsi perché dissidenti di fronte a questa vergogna: Rossana Rossanda, Lucio Magri e con loro un giovanissimo Giuseppe Aragno.
Questa miserabile tradizione ha partorito una repubblica zoppa, che si è regalata una Costituzione di popolo ma l'ha resa quasi inutile tenendosi il codice Rocco, consentendo che i giudici fascisti lasciati ai loro posti, processassero i partigiani, mentre il PCI metteva alla porta i bordighisti.
Se vogliamo provare a capire com'è che oggi governano di nuovo i fascisti, non dobbiamo ridurre la tragedia alla storiella del Campo largo, ma partire dalla cecità storica di chi ha sistematicamente attaccato la sinistra da sinistra e ha fatto preziosi regali ai fascisti.
Ora posso tornare alla mia vicenda personale, che è figlia di questa tradizione. Io sono una specie di piccolo traditore il quale osa pensare che stiamo facendo ancora una volta le scelte penose che regalarono il Paese ai fascisti. Un'opinione sbagliata? Può darsi, ma più sbagliata è la reazione.