Roma suburra

Una città allo sbando in cui vigono, ormai le leggi “fai da te” della violenza fascista e della xenofobia.


Roma suburra Credits: L’Espresso

Roma, 6 maggio. Molte le sigle presenti alla manifestazione promossa da “Decide Roma, decide la città”. Movimento neo municipale battezzato a San Lorenzo nel luglio 2016 per promuovere le lotte dal basso e restituire ai cittadini diritti e spazi sociali. Striscioni e cartelloni denuncia, “Giunta Raggi. Basta bilanci da ragioniere. Audit sul debito, subito”, sventolati, da almeno diecimila manifestanti, articolati in un corteo, da piazza Vittorio al Campidoglio. Idem un anno fa, il 19 marzo, a esprimere la ribellione contro i poteri forti: Allora c’era un PD da cacciare, reo del malessere cittadino.

Poi alle amministrative capitoline il trionfo dei 5stelle, e fu subito Raggi, la prima sindaca. Promise il cambiamento. Seguì il caos, dentro il palazzo. Fuori la politica del silenzio verso chi chiedeva di mantenere le promesse elettorali. Iniziò il girotondo infinito degli assessori per lo staff della prima cittadina e lo spam sui media delle frasi mantra del primo cittadino a sminuire le proteste “Chiedo scusa ai cittadini, non sapevo…”. All’inizio furono in molti a crederle, oggi solo i fidelizzati al Movimento abboccano. Ma i movimenti neomunicipali, dapprima fiduciosi, poi incalzanti, non mollano le richieste e le proteste per le promesse disattese. Vogliono un audit, quello promesso in campagna elettorale sul debito, madre di tutti i problemi. Avrebbe dovuto essere il primo appuntamento con i cittadini. Inevaso da subito. Chiedono, inoltre, lo stop sulla delibera 140, ma ad oggi solo sfratti e sigilli, in linea e in continuità con la giunta Marino e con il commissariamento Tronca.

Un anno fa, era un’affermazione perentoria “Roma non si vende” di un movimento cittadino per ripristinare il maltolto alla città dalle giunte precedenti. Punto. Ora è l’interrogativo “Decide Roma?” a lanciare il dubbio giustificato che è qualcun altro ad aver già deciso per i cittadini e ad ingessare la città. La determinazione di non mollare e di ribellarsi per essere di nuovo in mano al commissariamento e alle chiusure degli spazi autogestiti, lascia oggi spazio all’ indignazione, alla rabbia sociale, ma anche alla perplessità sul che fare. Intanto si lotta insieme contro chi toglie diritti, taglia fondi, chiude alla cultura, agli spazi aperti e alle associazioni di volontariato. Centinaia di sgomberi e richieste esose di regolarizzazione degli affitti. Trasporti al tracollo e la città sommersa dall’immondizia. Una vera macelleria sociale è in atto su Roma.

La protesta del 6 maggio è contro la giunta Raggi, ormai da un anno sul trono capitolino. Nominata regina romana, senza essere avvezza allo scettro del comando. Più assenze che fatti. Più chiusure che presenze. Più slogan sponsor del movimento, teleguidato da un leader più d’avanspettacolo che politico in nome della legalità e trasparenza, solo di facciata, che partecipazione ai movimenti dal basso dei cittadini. La realizzazione del programma per una nuova città, tesoretto dell’agenda elettorale della sindaca eletta con plebiscito a Roma non c’è stato. È rimasto nell’agenda. Un programma creato ad hoc per scalzare il nemico alla conta dei voti, evidentemente. Un anno di bagarre fra inciuci di palazzo per la scelta della giunta. Nomine, dimissioni, contro nomine. Chi è indagato da subito, chi agli arresti. Chi rinuncia all’incarico, chi resta, con condizioni e patti, sotto sanzioni. Via la Muraro, entra la Montanari. E la mondezza resta.

Resta pure imperturbata la delibera 140, un vero bulldozer sugli spazi sociali. E mentre a Roma con i diritti sparisce anche il lavoro e la città è disoccupata, la Raggi rivendica nei media un operato inesistente, scaricando i fallimenti e le responsabilità sui suoi predecessori che sicuramente ne hanno molte. Ma dov’è la discontinuità promessa dalla sindaca? Dov’era quando i movimenti hanno chiesto un audit e sono stati relegati a dibattere sulla scalinata Arce, a Campidoglio sigillato. Perché appare negli eventi istituzionali, come sul palco Anpi del 25 Aprile, con fascia tricolore e viso angelico da partigiana per caso. E non fa barricata e Resistenza al fianco dei movimenti per la città?

Tutti i “guai” di Roma”: debito, degrado, beni comuni e servizi spariti

Il debito. In primis la città deve fare i conti con un debito pregresso di enormi proporzioni. Ammonta a 12 miliardi e oltre ed è sotto il “controllo della gestione commissariale dal 2008”. “Non è stato individuato il 43% dei creditori” dice Silvia Scozzese, commissario straordinario per il debito capitolino. Debito contestato da molti economisti e politici. Fabio Alberti (Prc) afferma “Siamo all’usura per gli interessi enormi.Per sette miliardi di prestiti bancari il Comune di Roma dovrà pagare sette miliardi d’interessi. E ne avrà fino al 2048”.

Il lavoro. A Roma, le prime vittime del Jobs act, la riforma renziana sullo statuto dei lavoratori che promuove precarietà e licenziamenti. Chiude l’azienda Almaviva e licenzia 1666 dipendenti. Così per i dipendenti Sky, l’azienda della tv satellitare, con sede sulla via Salaria (nel terzo municipio) che mette al muro i lavoratori, costringendoli a trasferimenti coatti nella sede di Milano, pena la perdita del lavoro. E per 500 dipendenti dell’ipermercato Carrefour, licenziati in tronco per chiusura di tre sedi nella Capitale. A rischio anche i dipendenti della Multiservizi in protestaStiamo protestando perché la giunta Raggi ci aveva promesso, quando è stata eletta, che tutto il personale della Roma Multiservizi che conta circa 4 mila operatori sarebbe stato internalizzato in Ama. Questo non è avvenuto, anzi rischiamo che l’appalto venga smembrato in cinque o sei lotti per cui tutti i dipendenti verranno divisi e non sapremo dove andremo a lavorare, con chi. Siamo a rischio occupazione”, Una reazione a catena, una coazione a ripetere, finalizzata a distruggere esistenze di intere famiglie a cui il Comune capitolino sottrae tributi e non assicura il minimo di sussistenza.

Il diritto all’abitare. Un’emergenza che dura da troppo tempo e che spesso sfocia in una guerra fra poveri, fra italiani e stranieri per l’occupazione di un appartamento. A Roma sono almeno diecimila le famiglie in graduatoria in attesa di un appartamento. Nello Sblocca Italia alcune soluzioni, ma sul diritto all’abitare nessuna applicazione del decreto.

La delibera 140. Fu durante la giunta Marino, in piena mafia, nell’era Affittopoli che la Corte dei Conti indicò all’amministrazione capitolina un piano per il recupero di una cifra mostruosa, circa cento milioni di euro, a compensare un forte buco erariale. Nasce in quel periodo e in quel contesto la delibera 140, misura restrittiva del commissariamento Tronca, che infierisce maldestramente sulla chiusura degli spazi sociali autogestiti, perché quel “patrimonio pubblico sia messo a reddito”. Un danno enorme per i cittadini e per gli spazi pubblici. Due giorni dopo la manifestazione del 6 maggio, la giunta grillina ha risposto con i nuovi sigilli al Rialto, dove il comitato romano per l’acqua pubblica ha la sede. Provvedimento in piena continuità con la linea Tronca. Mostrando che nulla è cambiato, in contraddizione con l’agenda elettorale pentastellata, che prometteva discontinuità, al tempo della campagna per le amministrative

Le aziende municipalizzate. Il Campidoglio ne gestisce 27, fra Spa, partecipate e fondazioni. Troppe. Colomban, assessore comunale alle partecipate, pensa di dimezzarle. Ma Ama e Atac sono intoccabili, perché danno lavoro a 20mila persone, anche se sono le aziende che pesano di più sul portafoglio capitolino che versa due miliardi di euro l’anno nelle casse delle società. Detto ciò, nessuna delle due aziende riesce ad assicurare servizi efficienti ai cittadini. Si ripresenta in questi giorni sul paesaggio urbano la visione di una città monnezzara e non è un belvedere…neanche un bel sentire, a causa delle flatulenze micidiali e del rischio di imbattersi in pantegane, dimensione felino, all’angolo di casa. No, neanche la differenziata ci salverà, se gli operatori addetti alla raccolta rifiuti intervengono a singhiozzo e se i cassonetti sono quelli usati dai Flinstones. Intanto la sindaca blocca il rovistaggio, annunciandolo sui media “Faremo divieto di rovistaggio e sanzioni adeguate”. Blocco che avrebbe anche una ricaduta positiva sul decoro. Ma infine risolverebbe il problema della gestione rifiuti? Sarebbe questa la soluzione? Meno rovistaggio, meno rifiuti da smaltire? La formula non sembra risolutiva.

Come non sono risolutive per la monnezza romana le occasionali e strumentali magliette gialle sguinzagliate dal pd, per ripulire la città dai rifiuti, al fine di ottenere consensi e far fuori l’avversario politico, in odore di vittoria alle prossime elezioni,

Per non parlare del servizio trasporti Atac. La sindaca ricorda ai media che 45 filobusnuovi di zecca”, sono fermi nel deposito di Tor Pagnotta. “Li restituiremo ai cittadini” dice. E quando? Chi dovrebbe autorizzare a metterli su strada e non l’ha fatto?

I migranti e i Rom. Su questo aspetto grava l’ombra nera del razzismo e della xenofobia. I centri di accoglienza della città, come il Baobab, sono sempre più assimilabili a dei ghetti, ove le condizioni umane per la sopravvivenza sono affidati al volontariato e le istituzioni non intervengono, preferendo ignorare il problema dell’accoglienza e dell’integrazione. Idem per gli accampamenti rom. Etnia i cui usi e costumi non consentono l’integrazione nel tessuto civile, è vero. Questo non può però inibire l’applicazione dei diritti umani e il principio di uguaglianza, previsto dalla nostra Costituzione. Considerando anche che “L'International Labour Organization (ILO), l'agenzia per il lavoro delle Nazioni Unite, nel suo rapporto sull'applicazione delle "Convenzioni e Raccomandazioni internazionali" del 6 marzo del 2009, ha condannato l'Italia per il “clima di intolleranza esistente”, creato dai leader politici italiani, rei di usare una “retorica aggressiva e discriminatoria nell'associare i rom alla criminalità, creando così un sentimento di ostilità e antagonismo nell'opinione pubblica. Il Commissario Europeo per i diritti umani, in un rapporto del 2006, ha denunciato le condizioni dei campi rom.[38]””

Quanto accaduto a Roma il 10 maggio nel campo nomadi, zona Prenestino, mostra e conferma una città allo sbando, in cui vigono le inquietanti leggi “fai da te” della violenza fascista. Un degrado civile e umano che riporta Roma all’epoca della Suburra. Sub Urbs, la città di sotto. Che non è il luogo abitato da chi lotta per ripristinare i diritti e un welfare dignitoso per la vita, ma da chi per il profitto personale, con marchingegni e proclami in nome di una fittizia legalità, fa demagogia ed elude il suo dovere di cittadino e di rappresentante dei cittadini per favorire il bene comune.


Nota del 20/05/2017

La frase citata nel testo dell'articolo, riferita all'etnìa rom, "... i cui usi e costumi non consentono l'integrazione nel tessuto civile", non intende essere denigratoria nei confronti dei rom, ma vuole meramente avallare e riconoscere il diritto, per queste comunità, di poter mantenere le loro caratteristiche, in particolare il nomadismo, che quando costituisce una consapevole scelta di vita, basterebbe accettarla e saperci convivere.

La frase in virgolettato ha già dato adito a fraintendimenti, ma solo perché eviscerata dal contesto espresso nell'articolo.

La redazione de "La città futura", prende atto del giudizio negativo sulla frase citata in virgolettato, riportata su altre testate, riconoscendola, sia pur presumibilmente, come parte dell'articolo "Roma suburra", ma ne disconosce il pretestuoso e strumentale fraintendimento.

Si può discutere sul tema (e ci auguriamo di poterlo fare presto, con gli interventi di quanti volessero contribuire alla discussione di questo importante tema), ma in alcun modo si può mettere in dubbio la nostra condividisione dell'idea che i rom abbiano gli stessi diritti di tutti, per l'inalienabile principio di uguaglianza per il quale ci battiamo ogni giorno anche fuori dal lavoro redazionale. Lo stesso articolo, tra l'altro, pur trattando in maniera ampia delle condizioni in cui versa la città di Roma, è anche una denuncia del razzismo, dell'ombra nera xenofoba, dello stato di degrado in cui vengono tenuti i campi Rom; si parla di dirtitti umani nei loro confronti e relativamente all'integrazione si fa un'asserzione senza giudizi di merito. Un giudizio su cui si può discutere, certamente, ma che non mette in alcun modo in dubbio i principi di solidarietà, uguaglianza e democrazia, validi per tutti e senza alcuna distinzione, espressi a chiare lettere anche dalla nostra Costituzione, alla quale siamo profondamente legati, per storia, cultura e quotidiana iniziativa politica.

13/05/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: L’Espresso

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