Cosa rimane della scuola pubblica

Le macerie di amatrice sono una tragica metafora della condizione della pubblica istruzione


Cosa rimane della scuola pubblica

A pochissimi giorni dall’inizio dell’anno scolastico abbiamo ancora negli occhi le macerie di interi paesi rasi al suolo dalla potenza del terremoto, ma soprattutto dall’incuria criminale dell’uomo. Tra queste, la palazzina che ospitava la scuola frequentata da centinaia di bambini, ad Amatrice, da poco ristrutturata con interventi per 500mila euro stanziati da Regione Lazio e Comune e mirati al riadeguamento proprio conto il rischio sismico, e che si è sbriciolata come se quegli interventi condotti dalla ditta Consorzio Valori Scarl (la stessa che ha lavorato per la realizzazione di Expo!) non fossero mai avvenuti.

Di fronte a quella immagine, un brivido corre lungo al schiena a pensare come la stragrande maggioranza degli edifici che ospitano ogni giorno le scuole pubbliche e che accolgono milioni di studenti e centinaia di migliaia tra insegnanti e personale ATA (amministrativo, tecnico, ausiliario), non siano a norma per il rischio sismico, per gli incendi, per la sicurezza nelle aule. Rientrare nelle aule delle scuole italiane significa sfidare costantemente la sorte, a proprio rischio e pericolo, con una fatalistica rimozione e la consueta fiducia nello stellone italico. Purtroppo, non sempre la buona sorte può assistere tutti i frequentanti le scuole, e altrettanto fatalisticamente dobbiamo attenderci incidenti più o meno gravi che avverranno negli edifici che per buona parte dell’anno ospitano le nuove generazioni e lavoratori e lavoratrici della scuola.

Oltre alla criminale propensione delle ditte incaricate dei lavori di risparmiare utilizzando materiali di scarsa qualità o tecniche sbrigative, c’è quella più generale al taglio delle spese per la manutenzione ordinaria che attiene ai comuni e alle province e che non è da meno, visto che la sicurezza si costruisce anche con interventi apparentemente minimali (manutenzione degli infissi, delle porte, delle aule in cui vivono per ore e ore bambini, ragazzi e adulti). Sono stati previsti investimenti statali per gli interventi degli Enti Locali sull’edilizia scolastica per circa 450/60 mln di euro annui che, in una situazione di dismissione e di tagli avvenuti negli anni precedenti, non è che una piccolissima somma.

Con questo fardello sulle spalle, l’anno scolastico è iniziato anche questo settembre, con la certezza che la sicurezza non sia per niente garantita agli studenti, ai docenti e ai lavoratori delle scuole di tutta Italia: il piano “straordinario” che il governo Renzi ha varato per costruire nuove scuole, effettuare interventi di miglioramento/messa in sicurezza e addirittura abbellire le scuole pubbliche prevede stanziamenti di circa 150 milioni di euro tra 2014 e 2015, più 50 milioni annui previsti dalla Lg.107 da ripartire tra coloro che presenteranno domanda, una goccia in un oceano di necessità che avrebbe bisogno di ben altre risorse.

Faccio un esempio emblematico: nella città di Pisa c’è una struttura degli anni ’70 dall’alto valore architettonico, il Complesso scolastico “Concetto Marchesi”, che si presenta però ormai fatiscente per la vetustà dei materiali che sono stati impiegati per la realizzazione e la inadeguatezza dei criteri di costruzione che non rispondono più minimamente agli standard di sicurezza in vigore. Certamente, questa è una situazione che accomuna molti (se non la maggior parte degli) edifici scolastici su tutto il territorio nazionale, tuttavia il caso specifico si presenta come particolarmente degradato e i circa duemila utenti, tra studenti, lavoratori insegnanti amministrativi tecnici e ausiliari, lavorano ormai in condizioni precarie per l’insalubrità degli ambienti e i rischi presenti in vari locali dell’edificio. Da un anno, il Presidente della Provincia, nonché Sindaco della Città a capo di una giunta PD, si è impegnato a risolvere la situazione promettendo l’avvio di una seria progettazione per il riadeguamento o la ricostruzione dell’edificio, promesse che sono ben lontane dall’essere state mantenute: al momento, l’unica ipotesi allo stato di studio è quella di ottenere un prestito dall’INALIL a cui poi di fatto lasciare la proprietà a conclusione della ricostruzione, oltretutto con l’elargizione di interessi calcolati al 3% del capitale investito da restituire in venti anni. Un bell’esempio, se venisse concretizzata l’operazione, di dismissione mascherata (nemmeno più di tanto) del patrimonio edilizio pubblico.

Ho presentato questo esempio perché non sarà sicuramente un caso isolato, ma uno dei molti che il governo si appresta a varare di fatto svendendo il patrimonio pubblico a fondi privati piuttosto che rilanciare una politica di investimenti pubblici strategici per una Paese civile, rompendo con i vincoli imposti dall'Unione Europea. 

Non è retorica ricordare una volta di più che l’Italia spende circa 80 milioni di euro al giorno (circa 29 miliardi l’anno) per le spese militari, e che la nuova “missione sanitaria” in Libia (200 tra medici e personale di supporto e 100 parà di scorta) costerà dieci milioni per una operazione che sa troppo di impresa neocolonialista.

Oltre alle questioni fondamentali della sicurezza, altro tema caldo e delicato è quello del personale: ormai è diventata una regola quella delle classi iper-affollate da studenti stipati in aule non abbastanza capienti per accogliere in numeri esorbitanti previsti, con la conseguenza di rendere qualsiasi norma di sicurezza (relativa alla vivibilità in aula come ai piani per le eventuali evacuazioni in caso di pericolo) impossibile da rispettare. A questo si aggiunga la mancanza di personale per la sorveglianza e l’assistenza (il prezioso lavoro condotto dai collaboratori scolastici) e si avrà un quadro piuttosto fosco, ma veritiero, delle condizioni in cui la scuola pubblica è sostanzialmente abbandonata: in molte scuole i tagli imposti al personale ATA sta provocando seri problemi per la gestione ordinaria delle aperture delle scuole, per la mancanza di collaboratori scolastici che aprano le scuole o garantiscano un efficace servizio di sorveglianza, essendo ormai ridotti all’osso gli organici a disposizione dei singoli istituti, per non parlare dei tagli al personale tecnico e amministrativo, gravato da incombenze sempre più pesanti.

Infine, una brevissima annotazione sulle novità introdotte dall’obbligo dell’alternanza scuola-lavoro, attività che produrrà nel giro di pochi anni una vera e propria descolarizzazione massiccia e introdurrà sul mercato del lavoro masse di giovani a far da manovalanza a costo zero nei più svariati settori: il progetto pedagogico e didattico è nullo, l’addestramento ideologico preziosissimo per “educare” le nuove generazioni a dimenticare quel residuo di diritto del lavoro che ancora permane, ma che verrà presto smantellato se non si svilupperà una forte opposizione di classe ed un movimento rivendicativo e politicamente antagonista alle logiche del capitale, sia in chiave neoliberista che neo-keynesiana.

Non è dunque solo un’immagine metaforica quella delle macerie a cui è stata ridotta l’istruzione nel nostro Paese: riconquistare la dignità di lavoratori e studenti della scuola pubblica, in vista di una concezione emancipativa del sapere e dell’istruzione, sarà possibile solamente boicottando la controriforma della legge 107, probabilmente la peggiore tra quelle mai imposte negli ultimi venti anni.

24/09/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giovanni Bruno

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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