Dai lavoratori della scuola alla scuola dei lavoratori

Con la loro dura opposizione al Ddl del governo, i lavoratori della scuola hanno dimostrato di aver ben capito che, con questa pseudo riforma, Renzi vuole dare il colpo definitivo alla scuola pubblica statale. Un processo di demolizione avviato, alla fine del Novecento, dal ministro Luigi Berlinguer, e proseguito con sempre maggiore foga da quelli che lo hanno sostituito. 


Dai lavoratori della scuola alla scuola dei lavoratori

 

Il processo di demolizione della scuola pubblica statale, avviato da Luigi Berlinguer e alla battute finali con il governo Renzi, e portato avanti grazie a un cambiamento dei rapporti di forza a danno dei lavoratori già a partire dalla fine degli anni Settanta, può essere arginato grazie a una lotta che coinvolga tutti i lavoratori, non solo quelli della scuola, sulla base di un programma condiviso 

di Fabio Cerquellini 

Con la loro dura opposizione al Ddl del governo, i lavoratori della scuola hanno dimostrato di aver ben capito che, con questa pseudo riforma, Renzi vuole dare il colpo definitivo alla scuola pubblica statale. Un processo di demolizione avviato, alla fine del Novecento, dal ministro Luigi Berlinguer, e proseguito con sempre maggiore foga da quelli che lo hanno sostituito [1]. 

Con questo Ddl il Presidente del Consiglio si pone in prima linea nella guerra, dichiarata dall’Unione europea alle scuole pubbliche nazionali, con l’obiettivo di smantellarle [2]. Alla scuola pubblica, così come la conosciamo, la Ue contrappone il modello d’istruzione pubblica già imposto, negli anni Settanta, alla popolazione negli Usa e in Gran Bretagna da un capitalismo “imperialista” che ha dimostrato di poter concorrere come protagonista sul mercato globale nonostante lo smantellamento della scuola pubblica possa lì dirsi concluso [3]. 

Come alternativa alla pseudo riforma del governo, i lavoratori della scuola propongono la salvaguardia del modello, attualizzato, di scuola disegnato dalla Costituzione, un modello che aveva permesso all’istruzione pubblica italiana di raggiungere, fino alla metà degli anni Ottanta, buoni livelli. La scuola pubblica “democratica” non è stata però una gentile concessione che i poteri economici hanno fatto ai cittadini in cambio di una mano d’opera qualificata, ma il risultato della dura lotta secolare delle classi popolari, di trent’anni di guerre civili mondiali, del fatto che metà degli Stati della terra erano rappresentati da governi che seguivano, in vari modi, un modello di sviluppo alternativo a quello capitalista-imperialista. 

Tanto è vero che, da quando i rapporti di forza sono cambiati, dalla metà degli anni Settanta, i governi “democratici borghesi”, socialdemocratici o meno, stanno imponendo lo smantellamento della scuola pubblica, tanto è vero che un’istituzione scolastica che possa definirsi “democratica”, in Italia è esistita, a dir tanto, soltanto per vent’anni (dagli anni Sessanta alla fine dei Settanta). 

E’ vero che per competere sul mercato mondiale, per aumentare la produttività del lavoro, sia necessaria una scuola pubblica che formi una forza lavoro qualificata? E’ vero che per garantire profitti ai grandi capitali sia necessaria una scuola democratica? Il sistema scolastico anglosassone ha dimostrato che, questi risultati, le grandi imprese lo possono raggiungere limitandosi a tenere in piedi un sistema universitario e post universitario pubblico-privato che attragga le migliori menti sul mercato globale del lavoro intellettuale attraverso una buona politica di borse di studio e una ricerca finanziata quasi completamente dall’industria degli armamenti. I grandi poteri economici anglosassoni hanno dimostrato, ai loro concorrenti internazionali, che la scuola pubblica può essere abbandonata al suo destino, che è molto meglio per loro se produce lavoratori a basso costo e senza consapevolezza sociale. 

Poco importa a loro se in questo modo la scuola pubblica sfornerà una precaria moltitudine da impiegare. I loro figli potranno frequentare le scuole private suddette e sfruttare meglio i figli delle classi meno abbienti. Questo è ancor più vero per il sistema produttivo italiano, che, da quando è nato, ha avuto sempre un ruolo subalterno nella competizione tra le grandi potenze industriali [4], e la grande industria e banca privata nazionale si è sviluppata solo grazie alle protezioni e ai privilegi che lo Stato “democratico” le ha offerto. 

Io credo che “ogni tendenza ad estraniarsi dalla vita delle organizzazioni, qualunque esse siano, in cui è possibile prendere contatto con le masse lavoratrici, è da combattere come pericolosa deviazione, indizio di pessimismo e sorgente di passività” [5]. Quindi credo sia necessario partecipare attivamente alla lotta che i lavoratori della scuola stanno conducendo. 

Ma chi sono i lavoratori della scuola? Non c’è dubbio che gli insegnanti, in quanto produttori di cultura, siano degli intellettuali. Credo pure si possa dire che gli intellettuali, per definizione, non appartengano ad una classe specifica, in quanto la loro appartenenza a questa o quella classe dipende dal tipo di cultura di cui sono portatori. Parte dei docenti, come altri settori della popolazione, è immersa nella cultura neoliberista dominante, ma, come dimostrano con la loro lotta contro l’attuale Ddl sulla scuola, tra essi vi è una parte notevole di quelle forze sinceramente democratiche che vedono nella Costituzione l’unico argine alla crisi del sistema parlamentare borghese. 

La maggioranza dei lavoratori della scuola sa bene che un’istruzione pubblica democratica è la premessa necessaria per poter garantire una certa mobilità sociale per loro, i loro figli e i loro studenti, sa bene che solo una scuola pubblica democratica può garantire quella libertà d’insegnamento che è fondamento per la circolazione di una cultura pluralista, fondamento di una società democratica. Ma i sistemi capitalistici, vista la crisi strutturale che stanno vivendo e la guerra economica-militare che stanno conducendo per conquistare spazi di mercato, e in particolare quello parassitario italiano, sono in grado, oggi, di poter offrire di nuovo una scuola pubblica democratica almeno all’altezza di quella esistente negli anni Sessanta e Settanta? Io credo di no. Io credo che riproporre, per i prossimi decenni, il modello socialdemocratico di scuola pubblica sia illusorio, che bisogna combattere il sogno che la questione possa essere risolta con la semplice dimissione di Renzi. 

Il sistema borghese “democratico” può oggi continuare ad offrire una scuola pubblica gratuita, laica, pluralista, inclusiva. Dipende dai rapporti di forza, che oggi, però, pendono decisamente dal lato del grande capitale imperialista. E allora ben vengano le alleanze con le forze borghesi, la loro lotta per una scuola democratica è anche la nostra, perché “l’agitazione di un programma di rivendicazioni immediate e l’appoggio alle lotte parziali è il solo modo col quale si possa giungere alle grandi masse e mobilitarle” [6]. 

Dobbiamo tener sempre presente, però, che è “alla organizzazione sindacale di massa (che) spetta la direzione dei movimenti parziali” [7]. Noi, Lavoratori autoconvocati della scuola, non siamo un sindacato né vogliamo diventarlo. La nostra è una struttura consiliare che nasce tra i lavoratori più consapevoli del nostro comparto a prescindere dai sindacati di appartenenza. 

Naturalmente dobbiamo fare in modo che “ogni lotta di carattere limitato sia preparata e diretta in modo da poter condurre alla mobilitazione e alla unificazione delle forze lavoratrici”8. Ma siamo coscienti del fatto che la maggioranza dei nostri colleghi non ha altro programma da opporre alla deriva plebiscitaria che il vecchio programma della democrazia borghese parlamentare, il ritorno alla costituzione, alla legalità, alla democrazia. Un programma che secondo me è destinato a fallire per i motivi che ho detto. E allora, che fare? 

Io credo che bisogna partire da quello che TUTTI i lavoratori chiedono alla scuola pubblica: 

a. Una scuola obbligatoria efficiente uguale per tutti fino a 16/18 anni;
b. La possibilità per i figli dei lavoratori di poter continuare a studiare nell’istruzione superiore e universitaria a prescindere dalla situazione economica;
c. Una riduzione drastica della dispersione scolastica ottenuta attraverso un miglioramento qualitativo dell’offerta formativa;
d. Il diritto di potersi formare lungo tutto l’arco della vita. 

Dobbiamo lavorare affinché i lavoratori della scuola comprendono che una scuola veramente democratica, oggi, può essere realizzata solo se in questa lotta si è appoggiati da tutti i lavoratori. Solo se facciamo nostro il bisogno d’istruzione che proviene dai lavoratori a tempo indeterminato, dai precari, dai lavoratori in nero, dai disoccupati, dagli emigrati, illegali o meno, avremo la forza di imporre una vera scuola democratica per i lavoratori. 

Per lavorare in questa direzione, per essere credibili tra i colleghi, da un lato dobbiamo evitare di essere scambiati per una fazione che lotta per conquistarne la direzione di questo o quel sindacato, dall’altro dobbiamo sforzarci di isolare le posizioni massimaliste e parolaie amate dagli intellettuali piccolo- borghesi presenti nella nostra categoria. 

Note

1 In tale processo si sono distinte, per il particolare accanimento, la Moratti e la Giannini.

2 Cfr. Consiglio Europeo di Lisbona, 2000. Consiglio Europeo Stoccolma,2001. Consiglio Europeo Barcellona 2002. Consiglio Europeo Bruxelles 25-26 marzo 2004.

3 Le scuole statali di New York sembrano prigioni in cui non viene nessuna voglia di entrare.

4 Gli unici tentativi che hanno fatto degli industriali italiani “illuminati” per competere sul piano internazionale, sono finiti in malo modo (Olivetti, Mattei).

5 A. Gramsci, Intervento al Congresso di Lione, 1926, in A. Gramsci, La costruzione del Partito comunista: 1923- 26, Einaudi 1971.

6 A. Gramsci, Op. cit.

7 A. Gramsci, Op. cit.

8 A. Gramsci, Op. cit. 

23/05/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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