Il declino dell’idea stessa di università

Il declino dell’università e della ricerca in questo paese è un’operazione sistematica.


Il declino dell’idea stessa di università

Il declino dell’università e della ricerca in questo paese è un’operazione sistematica.Il vero progetto di smantellamento, o di riconversione, comincia con la riforma Berlinguer. Se è vero, come è vero, che l’attacco all’università è un attacco neoliberista, un attacco del capitale, uno dei primi rilevatori di esso non può che essere la trasformazione del lavoro nell’università.

di Michela Becchis

Per provare a mostrare il declino dell’idea stessa di università probabilmente basterebbe una piccola tabella di dati che si potrebbe leggere in pochi minuti o mostrare con una slide di quelle da piccola riunione di marketing. Ma forse è meglio provare a cercare elementi che possano essere d’aiuto a una discussione e a una comune riflessione. 

Il declino dell’università e della ricerca in questo paese è un’operazione di sistema che sarebbe troppo facile individuare in una sola persona o al massimo in due o tre ministri. Tuttavia sarà utile usare questi nomi come dei segnalibri, anche perché il progetto sistemico non può avere dei risultati, devastanti, se non pensato in continuità con un attacco sferrato anche alla scuola e all’intera organizzazione della formazione.

L’università italiana è traballante da molti decenni, ma il vero progetto di smantellamento, o di riconversione, comincia con la riforma Berlinguer. Il luogo deputato alla libertà di ricerca e alla creazione di senso critico viene trasformato in un canale per la creazione in maggioranza di piccoli quadri, in gran parte non assorbibili dal mercato del lavoro ma culturalmente, scientificamente e quindi criticamente silenti, tutt’al più con ostentate, precise “competenze”. La parola “competenza” è diventata un feticcio da esibire contro qualsiasi obiezione, contro qualsiasi esigenza critica. La competenza va a coincidere con il sapere acritico e con la mercificazione della conoscenza. Tutto questo in funzione della presunta necessità di stabilire uno stringente rapporto tra formazione universitaria e mercato del lavoro, un rapporto che invece non può certo essere, pena il fallimento di quanto dichiarato, l’unico obiettivo di una formazione universitaria. 

La trasformazione del corso di studi con la creazione del cosiddetto 3+2 (un primo conseguimento di titolo ottenuto con un triennio e poi l’accesso a un biennio specialistico) è una trasformazione paradigmatica della diffusa, cattiva e provinciale intenzionalità che tende a una assoluta semplificazione, standardizzazione, direi banalizzazione, dell’impegno dello studente che sostanzialmente prosegue per i primi tre anni, a livello di difficoltà e prova di se stesso e delle sue capacità, quanto gli viene richiesto dalla scuola via via sempre più “normalizzata” [1]. Alla fine del triennio, conseguita la cosiddetta “laurea breve”, anche l’obiettivo dichiarato di un’offerta sia didattica sia formativa tesa all’immissione nel mondo del lavoro è clamorosamente fallito. Senza la cosiddetta “magistrale” non vi sono praticamente possibilità di rapporti con il tanto ricercato mercato. Uno dei motivi alla base di questo fallimento risiede nel fatto che l’Università non si può immaginare (in più surrettiziamente) come un’agenzia di collocamento.

Ma questa organizzazione riesce perfettamente innanzitutto a creare una cesura deleteria nell’organizzazione e nella trasmissione, anzi meglio nella produzione, del sapere universitario che viene tagliato in due blocchi di voluta diversa qualità e di conseguenza a tracciare un discrimine culturale, formativo, economico e non da ultimo di classe. Solo chi accede alla magistrale entra in una fase diversa e, seppur non sempre e spesso in modo inadeguato, capace di formare la coscienza critica dello studente. Un biennio specialistico così come è stato concepito tende a strangolare un sapere diffuso e libero anche geograficamente. Spesso le “magistrali” si contraggono in poli di cosiddetta – o effettiva – eccellenza che in primo luogo spingono in avanti le università private ma che soprattutto spezzano una rete di collaborazione che sarebbe dovuta essere quel tessuto connettivo e di circolazione di saperi che l’idea stessa di Università dovrebbe custodire in sé.

È così che da un lato si sono fatte proliferare triennali di tutti i tipi, spesso organizzate senza nessun criterio scientifico, si sono attivati corsi i cui nomi non possono che essere invitanti per la curiosità dei giovani cittadini, ma privi di nerbo criticamente formativo; pensati solo sull’eventuale formazione non di strutture di sapere, ma di ipotetiche figure professionali con il preciso intento di formare affollate università di serie B. Affollate non solo di studenti, ma soprattutto di insegnamenti “mordi e fuggi” che servivano solo a fungere da polo di attrazione per numeri da esibire a un ministero sempre più votato a una verifica economico-quantitativa. Dall’altro si costruivano e favorivano pochi centri sempre più indispensabili ai fini di un completamento effettivo del percorso di studi tramite laure magistrali, master e specializzazioni, anche questi però configurati secondo quell’idea terribile della “figura professionale”; questi centri di serie A hanno costruito un livello superiore slegato da un sano rapporto di interdipendenza con i molti centri di inesorabile serie B che oggi si tendono a chiudere secondo quella logica del “colpo di spugna” che da sempre affligge questo paese. 

Nei centri di serie A, nel frattempo, si aprivano le porte ai capitali privati e alla possibilità che questi determinassero direttamente indirizzi di ricerca e di qualificazione. Non sarebbe corretto omettere di dire che tutto questo, molto spesso, ha ricevuto l’avallo della Conferenza dei rettori. 

Il disegno quindi di questa trasformazione è, fra gli altri, di stoppare la gran parte degli studenti e creare un bacino di precarietà culturale, necessariamente sottopagata quando mai diventerà precarietà di lavoro e nel contempo formare ristrette generazioni di studiosi i quali, una volta terminato tutto il percorso, potessero essere offerti a un mercato esterno pronto a prendere quelle competenze effettivamente ben formate, mettere a loro disposizione strumenti e fondi per una ricerca che avrebbe e ha come risultato un plusvalore scientifico, culturale, tecnico che il nostro paese deve “ricomprare”, ma che costa sempre meno di una piena distribuzione di fondi per la ricerca all’intero paese, a tutta la sua formazione e che diventa così automaticamente selettivo.

Se è vero, come è vero che l’attacco all’università è un attacco neoliberista, un attacco del capitale, uno dei primi rilevatori non può che essere la trasformazione del lavoro nell’università. L’attacco neoliberista mira all’indebolimento del lavoratore salariato. Se quindi si tende a spingere figure di soglia, di sorveglianza critica e politica e anche, e soprattutto per questo, potenzialmente pericolose dentro il nudo meccanismo di lavoro salariato indebolito, il disegno sarà di più facile attuazione e globalizzato. E allora quella riforma e i suoi proseguimenti hanno introdotto nell’università un enorme forza lavoro precarizzata con la possibilità di fare decine di piccoli (temporalmente e economicamente) contratti a tempo per docenze destinate a durare poche stagioni, si badi bene tutti contratti di diritto privato; hanno inoltre spesso ricondotto l’intero corpo docente a un silenzio scientifico (purtroppo quello di dissenso e di opposizione è stato molto raro e colpevolmente non raccolto e organizzato) tagliando fondi di ricerca e di studio su cui sarebbe stato solo ben più opportuno attuare reali e stingenti strumenti di verifica. L’organizzazione della forza lavoro intellettuale viene marginalizzata e di frequente messa sotto un vaglio di mercato e non culturale e scientifico, fino a cedere l’intera organizzazione anche didattica e di ricerca nelle mani della finanza o meglio degli aspetti contingenti e più capillari di essa e, perciò, spesso più lesivi della libertà di ricerca, di pensiero. Lungo sarebbe il discorso sul progressivo aumento di potere che è stato attribuito a figure che dovrebbero essere necessarie, ma non certo dirimenti e soprattutto giudicanti su ogni aspetto della vita dell’istituzione universitaria quali i direttori amministrativi. Di fatto, l’aumentato potere di tali figure professionali è la definitiva apertura alla finanziarizzazione e al vaglio di questa sull’intera organizzazione dell’università, poiché questi rappresentano di frequente più interessi bancari di vario tipo che risorse economiche.

Purtroppo questo aspetto, che a prima vista potrebbe sembrare tecnico e quindi tecnicamente risolvibile, è il segnale forte, direi quasi violento, di quell’attacco ideologico-economico a cui facevo riferimento. L’altro è un concetto totalmente sbagliato della “valutazione”, altra parola che insieme a “competenza” rappresenta un principio deragliante nel quadro che tento di figurare. Stante che la valutazione scientifica deve esserci, mai potrò essere in accordo con i talebani della valutazione che pensano di far emergere quanto di meglio vi sia nell’Università mettendo i docenti di discipline simili in competizione tra loro e basando la valutazione non sui contenuti ma sulla competizione stessa, proponendo di finanziare coloro che risultano i migliori in questa agone. Una semplificazione quasi comica, laddove nel comico si cela la verità, è lo stretto legame stabilito non fra quanto si pubblica e il suo spessore culturale, scientifico, innovativo, propositivo, ma fra quanto si pubblica e un codice ISBN, di fatto un codice di mercato. 

Oggi si impone un modello di Università della valutazione che cancella l’università della relazione e, quindi, della trasmissione. Si vuole che la valutazione sia il luogo dove si perda di vista l’obiettivo del trasmettere conoscenza e quindi avanzamento e progresso. Si deve lavorare (e in molti casi molto bene) per essere valutati, non per affidare ai futuri studiosi i propri effettivi risultati.

Ma tornando al problema più strettamente culturale, senza mai perdere di vista quanto sia esso indissolubilmente legato a un progetto politico in senso vasto, mi vorrei soffermare un attimo sulla trasformazione negli ultimi decenni del sapere umanistico. Purtroppo più che di una trasformazione ci troviamo a parlare di un azzeramento e di un ricercato declino. Certamente non si può tacere che di frequente esiste una difficoltà degli studi – e degli studiosi – umanistici a ripensarsi secondo coordinate epistemologiche ed ermeneutiche in grado di offrire a giovani studiosi strumenti di organizzazione del pensiero, della ricerca, dell’analisi e, perché no, del dissenso, adatti ai mutamenti storici, politici e sociali di quella globalizzazione dei saperi che viene passivamente esposta e quasi mai criticamente esperita in quelle facoltà (o nelle odierne macroaree). Tuttavia, posta questo purtroppo necessaria premessa, il disegno di una successione di ministri, che va sempre da Berlinguer fino all’attuale ministra Giannini, è quello di disarticolare il sapere storico, letterario, filosofico. Il senso del sapere umanistico, la sua capacità gramsciana di essere trincea critica per la comprensione del movimento della storia e dei suoi risultati culturali, non può più essere accettato neanche marginalmente in una logica che intende trasformare tutto in “azienda” capace di produrre utili a breve o medio termine. Il sapere umanistico viene liquidato come sapere individuale e, perciò, inutile e inefficiente per la costruzione di una società-mercato.

Può essere vera la logica per cui se si guarda al singolo storico, al singolo studioso di letteratura, arte, teatro, cinema, filosofia questi non produce nell’immediato nulla per il “bene pubblico conoscenza”, ma temo che l’attacco al sapere umanistico, il taglio sistematico ai finanziamenti a quel campo di ricerca non siano dettati da una critica gramsciana alla funzione dell’intellettuale organico. Piuttosto quello a cui si è mirato è una trasformazione dell’intero sapere umanistico in semplice comunicazione e intrattenimento, quindi, al suo definitivo depotenziamento. Ma se mi appunto sul sapere umanistico, piuttosto che sui saperi sociali o scientifici, è perché questo funziona benissimo, senza possibili nascondigli, per illuminare un dato molto aspro e cioè che l’università italiana non è più in grado di cambiare, rivoluzionare l’orizzonte di aspettative e riferimenti delle ragazze e dei ragazzi. Tra quando entrano e quando escono non si è verificato quel tempo del sapere che ha cambiato in via definitiva le loro prospettive non lavorative, ma di futuro nella sua interezza e di azione e interpretazione di quel futuro. Rispetto a quando sono a scuola, quasi nulla sembra mutare negli strumenti offerti che occorrono a un giovane adulto per cercare e chiedere aspettative. Se l’università non fa questo come primo obiettivo, ha fallito il suo ruolo. Non a caso parlavo di una visione limitata al singolo, perché nella nostra università vi sono decine e decine di singoli che si concentrano sui loro personali sistemi didattici e su questi ottengono quei risultati di cambiamento a cui accennavo andando a stabilire però una sorta di rapporto 1 a 1. Ma la parola stessa, università, e la sua etimologia dovrebbero escludere di fondarsi sulla sola azione di alcuni singoli. 

Se  ho cominciato affermando che il declino dell’idea di università è un attacco di sistema, non posso che avviarmi alla conclusione inquadrando questo declino nel panorama più ampio e più drammatico di un paese che altrettanto sistematicamente ha smantellato l’idea di collettività, di operare collettivo e in cui appare, quindi, risibile la proposta di tipo esistenziale e politico che un’università dovrebbe porre come fondamento e cioè quella di formarsi e preparasi per poter dare il proprio contributo a una società migliore.

 

Note

[1] Intendo per “scuola normalizzata” non certo una scuola che in virtù delle conoscenze acquisite tramite tutte le scienze, le esperienze, le tecnologie, gli avanzamenti collettivi riformuli la sua stessa organizzazione in modo tale da stabilire una democratica uniformità di accesso e di sviluppo dei giovani e delle giovani cittadine, quanto piuttosto una scuola che impone nozioni e normative facilitate che apparentemente creano uguaglianza, ma che in realtà privano la scuola stessa del suo strumento più importante e cioè quella graduale complessità che dovrebbe insegnare progressivamente ai ragazzi l’esperienza critica del conoscere.

 

27/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Michela Becchis

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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