L’integrazione zero-sei: la commistione pubblico-privato

Terza ed ultima tappa dell’analisi della legge che istituisce anche in Italia il sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita sino ai sei anni


L’integrazione zero-sei: la commistione pubblico-privato Credits: giuntiscuola.it

L’integrazione dei servizi socio-educativi e scolastici attesa da oltre quindici anni è finalmente arrivata e purtroppo, come accade sempre più spesso da troppi anni a questa parte, le aspirazioni delle classi popolari vengono nuovamente tradite. Come visto nel primo articolo, ciò che muove il legislatore alla cura dell’ambiente scolastico non è la necessità di formare cittadini pensanti, critici, liberi, eguali e consapevoli bensì di sviluppare il “capitale umano”. Dall’analisi del decreto legislativo iniziata nel secondo articolo, poi, emergono gravi arretramenti non solo rispetto alla proposta del 2004 ma addirittura al già pessimo ddl Puglisi del 2014. Ora non si parla più di “diritti” dei bambini e si lascia mano libera ai padroni per stabilire quali sono le potenzialità di relazione, autonomia, creatività e apprendimento effettivamente da realizzare e quali da reprimere o nascondere. Per farlo si subordinano anche i servizi educativi alle direttive Miur e alle illogiche dell’Invalsi e si dirottano la maggior parte delle risorse e delle attenzioni dalla dimensione pedagogica dell’integrazione alla dimensione infrastrutturale ed economica, per mezzo della costruzione di “poli per l’infanzia” e per mezzo del progressivo affidamento della soddisfazione dei bisogni di cura, educazione ed istruzione ai soggetti privati cui viene dato riconoscimento e risorse pubbliche. Di quest’ultimo aspetto tratterò in questo articolo.

La nuova normativa, oltre a riconoscere ancora una volta valenza pubblica alle scuole dell’infanzia paritarie (L. 62/2000), ribadisce la bontà di tale modello anche per il mondo dei servizi dedicati alla prima infanzia, con la differenza che qui all’autorità statale è riservata solo la possibilità di gestire le sezioni primavera (quelle che accolgono i bambini dai 24 ai 36 mesi) mentre ai restanti servizi dovranno pensare gli enti locali (in forma diretta o indiretta), gli altri enti pubblici e i soggetti privati. Secondo l’articolo 2, inoltre, il sistema integrato di educazione ed istruzione, che si compone di “scuole dell’infanzia” e di “servizi educativi per l’infanzia”, include tra questi ultimi non solo gli asili nido, i micronidi e le sezioni primavera ma anche il vasto e variegato mondo dei “servizi integrativi”, monopolio di chiese, aziende e cooperative. Lo stato, quindi, ci sta dicendo che il bisogno di cura, educazione ed istruzione per i futuri cittadini non può essere appagato in modo uguale per tutti ma “in modo flessibile e diversificato”.

Solo nidi e micronidi, oltre alle sezioni primavera, saranno tenuti ad operare “in continuità con la scuola dell’infanzia” (sebbene dovrebbe essere quest’ultima ad operare in continuità, venendo dopo, il che ci preannuncia lo schiacciamento dei primi sulla seconda), ad assicurare il pasto ed il riposo e la frequenza a tempo pieno. Al contrario, gli “spazi gioco” saranno privi del servizio mensa ed “aperti ad una frequenza flessibile, per un massimo di cinque ore giornaliere”; i “centri per bambini e famiglie”, anch’essi privi di mensa e flessibili, serviranno ad accogliere “bambine e bambini dai primi mesi di vita insieme ad un adulto accompagnatore per offrire un contesto qualificato per esperienze di socializzazione, apprendimento e gioco e momenti di comunicazione e incontro per gli adulti sui temi dell'educazione e della genitorialità”; i “servizi educativi in contesto domiciliare” infine, si caratterizzeranno per un “numero ridotto di bambini affidati a uno o più educatori in modo continuativo” dentro casa di qualcuno. Il problema di questa parificazione, tuttavia, è che non essendo la frequenza dell’asilo un diritto, non sarà possibile scegliere ciò che meglio soddisfa i propri bisogni ma bisognerà accontentarsi del servizio che sarà effettivamente reso disponibile. Ed è facile prevedere che saranno i servizi integrativi, non gli asili, a ricevere la maggior parte dell’attenzione e dei finanziamenti da parte delle pubbliche amministrazioni, con tanti saluti all’integrazione e all’uguaglianza di trattamento di chi dovrebbe affrontare il passaggio alla materna senza traumi.

L’equiparazione tra operatori pubblici e privati, dunque, è funzionale, ancor più che al disimpegno dei primi in favore dei secondi, al dirottamento di risorse dalla gestione diretta a quella indiretta, tramite gli istituti della concessione e della convenzione. L’aumento dell’erogazione dei servizi socio-educativi da parte di operatori privati e la corrispondente contrazione nell’erogazione diretta da parte degli enti locali, infatti, avrebbe almeno il merito di dimostrare che il modo di produzione capitalistico è ancora capace di progredire. Al contrario, il trasferimento di risorse in favore di imprese private regolamentate - che rappresenta la soluzione trovata dall’asinistra di lotta e di governo ed il vero perno su cui è ruotata la ristrutturazione dei servizi socio-educativi tenacemente portata avanti dalle giunte regionali pseudo-progressiste negli ultimi vent’anni - testimonia ancora una volta che il capitalismo è oramai arrivato alla frutta. Questa soluzione, infatti, è altamente dannosa giacché scarica tutte le contraddizioni sul costo del lavoro senza poter garantire necessariamente né risparmi significativi per le finanze pubbliche, né una produzione di ricchezza maggiore di quella che si consuma per crearla.

Il ruolo progressista interpretato dalla privatizzazione di questi servizi, mi rendo conto, è questione delicata, abituati come siamo a pensare in maniera schematica che il pubblico rappresenti “il buono” ed il privato “il cattivo” (o viceversa), dimenticandoci che “il brutto”, in questa semplificazione, è la semplificazione stessa. Fortunatamente, a metterci la pulce nell’orecchio è proprio la norma, che all’articolo 9 stabilisce che “le aziende pubbliche e private, quale forma di welfare aziendale, possono erogare alle lavoratrici e ai lavoratori che hanno figli in età compresa fra i tre mesi e i tre anni un buono denominato ‘Buono nido’ spendibile nel sistema dei nidi accreditati o a gestione comunale”, quindi anche per quei servizi privati che non ricevono alcun finanziamento pubblico. Tale buono, inoltre, “non prevede oneri fiscali o previdenziali a carico del datore di lavoro né del lavoratore, fino a un valore di 150 euro per ogni singolo buono”.

Un cambiamento importante, che chiama direttamente in causa le tasche dei padroni e che non può essere liquidato solamente come fine dell’universalismo e dell’uguaglianza nell’accesso ai servizi pubblici, ma deve riconoscere il carattere strumentale che ha, per lorsignori, lo sviluppo del c.d. Stato sociale. Se lo stato del capitale smette di pagare quelle componenti del salario di classe che servono, ad es, alla riproduzione della forza-lavoro o alla sua manutenzione (sanità), cessando o riducendo la fornitura di servizi gratuiti o semi-gratuiti finanziati con la fiscalità generale, significa che tali servizi “dovrebbero essere comprati e pagati con reddito, e con reddito salariale in particolare. E ciò costituisce una spesa certa per i capitalisti compratori di forza-lavoro”. Riconoscere la natura salariale dei servizi socio-educativi e scolastici, infatti, significa riconoscerne l’indispensabilità non solo per noi ma anche per il capitale, in quanto permettono la riproduzione della materia che sfrutta (alias la forza-lavoro), unica depositaria della capacità di generare valore. E che il consumo di questi servizi da parte dei lavoratori sia pagato dal loro sfruttatore e non da loro stessi - come avviene direttamente, quando il lavoratore compartecipa alle spese, o indirettamente quando a pagare è lo stato - rappresenta un indubbio passo avanti, mentre al contrario, “pagare la produzione di questi valori d’uso collettivi (servizi) con reddito anziché direttamente con capitale, osserva Marx, non è segno di progresso ma di arretratezza” [1].

Un progresso, dunque, derivante dal tipo di imposizione fiscale che vige nei moderni stati imperialistici e dalla natura produttiva di plusvalore che i servizi-socio educativi e scolastici assumono una volta che la loro produzione è sottoposta al comando diretto del capitale. Le tasse raccolte in un paese come l’Italia, ad esempio, sebbene colpiscano per lo più il “reddito salariale” non comportano un aumento dei costi di produzione per il capitalista, nella misura in cui ad essere tosata è quella parte della busta paga che eccede il valore dei mezzi di sussistenza che sono socialmente necessari alla riproduzione della forza-lavoro. Al contrario, quando ad essere colpito dalla scure del fisco è il consumo necessario a riprodurre il lavoratore con tutta la sua maggior specializzazione e qualificazione - e non quella quota ulteriore di stipendio (e consumo) derivante dai profitti monopolistici che le lotte vittoriose o gli opportunismi hanno consentito di trasferire ai lavoratori occidentali - allora siamo di fronte ad un abbassamento del salario sotto il livello di sussistenza, a cui il capitale stesso dovrebbe far fronte di tasca propria ogni qualvolta non ci sono le condizioni per ridefinire al ribasso tale livello. Per tanto, se la fornitura di beni e servizi di prima necessità da parte dello stato imperialista consente ai padroni di addebitare al lavoratore una parte dei costi necessari alla propria sopravvivenza e riproduzione, il suo venir meno costituisce una spesa che dev’essere ricoperta attraverso l’impiego di capitale addizionale.

La funzione progressista della privatizzazione dei servizi socio-educativi e scolastici di cui si parla, però, non si limita all’incremento degli oneri che i capitalisti devono sopportare se vogliono che la forza-lavoro che sfruttano si riproduca nelle condizioni date. Tuttavia, non tutti i processi di privatizzazione sono ugualmente produttivi di plusvalore e purtroppo quello in corso rappresenta il meno favorevole, da questo punto di vista, per la classe lavoratrice nel suo complesso. Per capirlo, si consideri quanto segue. Una volta che il lavoro di cura, educazione ed istruzione è sottomesso ai diktat del capitale, siamo di fronte a lavoro produttivo di plusvalore a tutti gli effetti. Si definisce tale quel lavoro che viene acquistato per essere usato nella trasformazione degli oggetti di lavoro i quali, una volta finiti e dunque arricchiti di lavoro, possono essere posti sul mercato per essere venduti e per realizzare il plusvalore in esso incorporato grazie all’aver impiegato i lavoratori per un tempo superiore a quello necessario a riprodurre l’equivalente dei mezzi di sussistenza necessari al loro mantenimento (alias del salario che gli viene corrisposto).

Come questo lavoratore sfruttato, anche le lavoratrici di asili e scuole privati vengono acquistate per trasformare un oggetto, un oggetto molto particolare: il cervello dei bambini (la sua capacità di interazione col mondo). La differenza sta nel fatto che questo particolare oggetto, in regime capitalista, non può essere né acquistato né venduto. Ed infatti, la merce che viene acquisita dall’impresario e rivenduta al genitore (o chi ne fa le veci) non è la capacità del bambino di interagire col mondo, bensì la capacità dell’educatore e dell’insegnante di modificare la testa dei più piccoli affinché imparino a diventare grandi. Capacità la cui modifica non costituisce scopo e oggetto di tale processo ma che esso contribuisce a modificare grazie all’interazione tra colleghi e con l’oggetto di lavoro (abilità di insegnamento che si esaurisce a fine giornata ma che ogni giorno è sempre migliore). In altri termini, le capacità oggetto di compravendita (quelle dell’educatore e dell’insegnante) non sono oggetto del processo lavorativo ma strumento di esso, mentre l’oggetto di lavoro (il cervello dei bambini) non è mercificabile dall’impresario. Quest’ultimo si trova dunque come il proprietario di quella falegnameria che fosse costretto a rivendere, in luogo dei burattini, il lavoro quotidianamente resogli dall’operaio Geppetto (e dalla fata Turchina, nella filiale nordamericana). Questo fatto, tuttavia, non cancella il plusvalore che il falegname che lavora sotto padrone produce.

Per tanto, i servizi socio-educativi e scolastici organizzati come imprese capitalistiche tenderanno ad adottare soluzioni organizzative che poco o nulla hanno a che vedere col benessere dei più piccoli tra i cittadini. Esito a cui sono destinate anche le altre forme di impresa che operano nel settore, inclusa quella pubblica, nella misura in cui sono organizzate autonomamente e soggette alla pressione esercitata dai diretti concorrenti e dai fornitori [2]. Per stare sul mercato, infatti, è necessario sfruttare il più possibile il personale e le altre risorse a disposizione, incrementando il numero di cervelli su cui lavorare ogni ora (i ritmi di lavoro), flessibilizzando gli orari di fruizione del servizio per avere sempre la massima capienza (meno porosità e più saturazione) e comprimendo gli spazi a disposizione tanto dei bambini quanto degli adulti. È questa l’organizzazione sociale che produce qualità solo come nicchia di mercato a disposizione di quei pochi in grado di permettersela e che abbandona al proprio destino tutti quei luoghi dove non ci sono le condizioni minime necessarie per mantenere neanche il più squallido dei parcheggi.

Purtroppo, il padronato nostrano, invece di assumersi le proprie responsabilità e tirar fuori di tasca propria i soldi necessari a riprodurre la forza-lavoro di un paese imperialista e a dimostrazione della sua incapacità e della nostra impotenza, sceglie la molto più comoda via delle concessioni e delle convenzioni, vale a dire del sostegno pubblico all’accumulazione di capitale. La normativa, infatti, non fa del ‘Buono nido’ un obbligo per le imprese né la principale fonte di finanziamento del sistema in quanto le pubbliche autorità (stato, regioni, enti locali, Inail, cioè i lavoratori che le mantengono) e le famiglie (alias i lavoratori che le compongono) rimangono gli unici soggetti obbligati a finanziarlo. Dunque, la tanto agognata esclusione dei servizi educativi per l'infanzia dal novero dei “servizi pubblici a domanda individuale” è posta quale obiettivo rimandato a tempi migliori (art. 8). Il decreto, tuttavia, prevede di uniformare su tutto il territorio nazionale “la soglia massima di partecipazione economica delle famiglie alle spese di funzionamento dei servizi educativi per l’infanzia”, non solo di quelli pubblici, ovviamente ma anche di quelli “privati accreditati che ricevono finanziamenti pubblici” (vale a dire i concessionari ed i convenzionati).

Questo significa che, per garantire al concessionario e al convenzionato un certo tasso di profitto a parità di prestazione, un’eventuale diminuzione della quota di compartecipazione dovrà essere compensata dai contributi pubblici o dal risparmio sul costo del lavoro. In entrambi i casi una fregatura per la classe nel suo complesso. La concessione e la convenzione, infatti, permettono un’accumulazione di capitale (cioè una trasformazione di reddito pubblico in capitale privato) in condizioni che altrimenti sarebbero impraticabili per il singolo capitalista che volesse capitalizzare soltanto il pluslavoro estorto ai propri dipendenti. Se, però, con il passare del tempo, l’impresa non diventa sostenibile - vale a dire capace di produrre ai prezzi di mercato, che sono minori di quelli garantiti dagli enti locali e dallo stato tramite le concessioni e le convenzioni - allora l’attività di fatto consuma più risorse di quelle che è in grado di produrre. Un vero e proprio fallimento anche dal punto di vista capitalistico.

Inoltre, siccome a queste concessioni e convenzioni sono attaccati tutta una serie di limiti riguardo la numerosità dei bambini per classe, il rapporto frontale educatrice/lattanti, i metri quadri minimi di interno e di giardino a disposizione, ecc, si creano comportamenti opportunistici e fraudolenti, contro cui le autorità costituite nulla possono, non potendosi far carico della ricollocazione né delle lavoratrici né dei bambini eventualmente abbandonati a loro stessi dal padrone incapace di rispettare le regole. Regole che, chiudendo alla possibilità di aumentare gli introiti attraverso l’aumento del tasso di sfruttamento che passa per l’incremento del numero di bambini per educatore o insegnante, costringono le imprese ad aumentarli attraverso l’incremento del tasso di sfruttamento che passa direttamente per l’abbattimento salariale.

Che le paghe nelle strutture private siano generalmente più basse che in quelle pubbliche, i diritti minori ed il ricorso al nero e al part-time maggiore, è ampiamente documentato e questo fatto è generalmente addotto quale motivo del risparmio che si avrebbe nell’utilizzare l’istituto della concessione o della convenzione rispetto alla gestione diretta. Quello che però i sicofanti si dimenticano di citare è che, nel caso della concessione, le amministrazioni locali, oltre a farsi carico della costruzione e del mantenimento dell’infrastruttura edilizia - la cui messa a norma è estremamente onerosa - assumono su di sé il rischio di impresa concedendo clausole contrattuali in grado di salvaguardare comunque l’ottenimento di un determinato tasso di profitto a prescindere dal numero di iscritti su cui si calcola il rimborso all’impresa. Con tanti saluti al declamato risparmio per le casse pubbliche.

Nei casi, poi, di rimborsi ottenuti da aziende in convenzione per i bambini provenienti dalle liste comunali, essendo maggiori delle tariffe che sono costretti a pagare i tutori dei bambini che accedono privatamente - e siccome il pagamento rappresenta il valore del servizio prodotto - il rimborso pubblico finisce per rappresentare una forma di sovvenzione mascherata alla fruizione da parte dei privati, in quanto pagando di più a parità di prestazione (vale a dire non discriminando il servizio a seconda che il bambino provenga da una graduatoria comunale o meno) si contribuisce a mantenere il prezzo medio di mercato del servizio più basso di quello che altrimenti si avrebbe. In conclusione, dunque, possiamo dire che siamo di fronte ad un provvedimento che invece di risolvere il problema dell’integrazione pedagogica nella fascia zero-sei anni, tenta di risollevare le sorti del padronato. Alla beffa, però, si aggiunge il danno, che dimostra, se ce ne fosse stato ancora bisogno, che la borghesia ha esaurito la propria spinta propulsiva e prima ce ne liberiamo, meglio è.


Note

[1] Le citazioni del paragrafo sono tratte da: Gianfranco Pala “Lo stato, la spesa, la classe” in La Contraddizione

[2] Problematica che investe anche le cooperative di educatrici e di insegnanti. Al di là dell’utilizzo strumentale di tale forma giuridica da parte di molti padroni e padroncini e al di là delle controriforme dell’istituto della cooperazione, la pressione della concorrenza agisce inevitabilmente anche sulle coop, costringendoci a fare i conti con l’impossibilità, qui ed oggi, di pervenire direttamente ad una più alta e migliore organizzazione sociale semplicemente sviluppando le “negazioni positive” della proprietà privata dei mezzi di produzione o gli scambi “mutualistici” di beni e servizi.

04/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: giuntiscuola.it

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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