L’ipocrisia anacronistica e anticulturale dell’Irc. “No al presepe a scuola”

La scuola italiana non rispetta la Costituzione degli articoli 7 e 8. Trasgrediti i principi di pluralismo, laicità e uguaglianza.


L’ipocrisia anacronistica e anticulturale dell’Irc. “No al presepe a scuola”

La scuola italiana non rispetta la Costituzione degli articoli 7 e 8. Trasgrediti i principi di pluralismo, laicità e uguaglianza. I docenti di religione sotto la supervisione dell’autorità diocesana. Nell’insegnamento della religione vengono omessi gli altri “credo”. La polemica di Rozzano e le dimissioni del preside che ha proposto un Natale laico. Gli interventi di Salvini e della Cei. Addio Don Milani?

di Alba Vastano

La scuola italiana è cattolica da sempre. La massima espressione della tradizionale cultura religiosa “esplode” alle soglie del Natale, quando si rinnovano i riti legati alla Natività. La scuola italiana, nel contempo non rispetta la Costituzione. Nei principi fondamentali, agli artt. 7 e 8, si fa espressamente richiamo ai rapporti fra stato e chiesa che si conformano, come tutti gli altri, ai principi di pluralità, di laicità e di uguaglianza, come chiaramente espresso nell’articolo 3.

Ciò che i padri costituenti hanno decretato nell’art. 7: ”Lo stato e la chiesa cattolica sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani…”, esprime pienamente il principio di laicità dello stato, che non dovendo conformarsi ai diktat della chiesa, non è neanche vincolato nell’applicazione delle pratiche della religione cattolica. Ed è poi l’articolo 8 che stabilisce la parità fra le religioni e la libertà che ogni credo religioso ha di esprimersi liberamente. “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge…”. Così viene sancito nel testo della costituzione italiana.

Ma paradosso vuole che tutto ciò che è stato scritto nella massima legge dello Stato venga contraffatto, contraddetto, calpestato, inapplicato. Per fare pratiche religiose cattoliche ci sono le chiese, per fare formazione cattolica ci sono gli oratori parrocchiali. Non necessariamente, né obbligatoriamente si deve fare pratica religiosa, tantomeno catechesi, fra i banchi di scuola, o perlomeno non nelle modalità con cui vengono propinati questi insegnamenti agli studenti di ogni ordine e grado. L’ora di religione è prettamente orientata all’insegnamento di un’unica fede religiosa, quella cattolica. Tant’è che la disciplina viene denominata “Irc”(insegnamento della religione cattolica).

I docenti della disciplina sono costantemente supervisionati dall’autorità diocesana che si riserva comunque di revocare dall’insegnamento quel docente che si rivelasse incapace di proporre validi metodi e contenuti didattici sul tema o che si rivelasse colpevole di scarsa moralità. Si contravviene così pienamente a quanto espresso nell’articolo 7, ovvero al principio di laicità dello Stato, dovuto alla separazione dei poteri.

L’ora alternativa alla religione (circolare Ministeriale del 28 ottobre 1987 n. 316, a seguito del concordato bis di Villa Madama, del 1984) destinata agli allievi che si avvalgono della facoltà di astenersi dall’insegnamento della religione cattolica, non avrebbe necessità di essere, se i docenti della materia facessero realmente cultura religiosa. Se proponessero ai loro allievi la storia delle religioni, tutte. Dall’islamismo, all’induismo, dal taoismo all’ebraismo, dal buddismo allo sciamanesimo coreano.

Avviene invece che, durante l’ora destinata alla cultura religiosa, i docenti non sempre rispettino i contenuti e gli obiettivi dei programmi nazionali, e seguendo pedissequamente le letture del Vangelo e della Bibbia, disquisiscono in classe con gli allievi su infinite parabole e miracoli. Mentre avrebbero il dovere professionale di includere e integrare la lezione di religione con la storia dei popoli dalle prime civiltà mesopotamiche. Storia, che, nella strenua lotta per la sopravvivenza, forse poco ha di mistico, ma molto di vita reale e di millenni di cammino sul Pianeta.

Alla luce di queste innegabili verità, si affaccia, ed è news di questi giorni, l’ accesa contestazione sulla questione “presepe sì, presepe no”. A scuola, s’intende. C’è tutto un popolo di conservatori delle tradizioni cristiane, un popolo fatto di famiglie che frequentano la parrocchia, che credono in Dio, che hanno fede, che il Natale per loro non è vissuto se non si fa il presepe. Che poi è evidentemente un rituale che nulla ha a che veder con la fede. Quei pupazzetti, che rappresentano la Natività, fanno tanto “Peace and love”. E per chi ci crede fa anche bene allo spirito.

Quelle rocce e i pastorelli a qualcuno, per brevissimo tempo, ricorda che bisogna fare qualcosa per gli altri. Insieme alle decorazioni sull’abete appena tranciato dal suo habitat naturale per i mercati (ndr: orrore) i bambini si divertono a fare il laghetto fra la carta roccia e stellata, con la carta stagnola. E fa tanto famiglia e allegria questo rito, ma soprattutto fa “peace, peace, peace”. E sembra più che altro, oggi, un rito scaramantico, laddove la questione della guerra, con i fatti dell’Isis, è una realtà cocente.

Passi il presepe fra le mura domestiche, ma a scuola perché farlo? Perché imporre in una scuola ormai decisamente multietnica, la tradizione cattolica? Perché un bambino islamico o induista che non conosce Gesù, lo deve festeggiare con i suoi compagni. Ma se non lo conosce, perché dovrebbe euforizzarsi e sentirsi migliore a vedere una statuina di un neonato di coccio? Perché alla vista dei personaggi del presepe dovrebbe sentirsi più buono? Per lui è un nonsense e tale sarebbe giusto che restasse.

La polemica

Alla scuola” Garofani” di Rozzano, in provincia di Milano, Marco Parma , il preside, propone ai docenti una festa sostitutiva al Natale. La maggior parte delle famiglie si oppone a questo provvedimento. Interviene Salvini a fomentare le contestazioni: "Se qualcuno ritiene di favorire i nostri bambini negando le tradizioni deve cambiare mestiere. Pensare che Gesù bambino possa essere una provocazione è una cosa da fuori di testa”.

Ha in mano un presepe, che per lui, uomo che si serve più della tv che delle preghiere, almeno da ciò che trapela dalla sua costante presenza nei media e nessun reporter l’ha mai colto intento alle orazioni fra i banchi di una chiesa, è un giocattolo. Lo sbandiera in piazza, mentre la Gelmini (ndr: ancora presente nella scuola?), intona “Tu scendi dalle stelle”. La scena ha del patetico, ma molti li osannano, perché non collegano il Salvini, nella fattispecie, a quel partito che ha adorato il dio Po e non il piccolo Gesù che tiene in mano l’attuale segretario federale della Lega nord. Salvini è uomo che soffre di xenofobia, che il diverso non lo accetta, che chi scappa per la guerra fa male, perché deve morire in patria. E con il Bambinello in mano è il paradosso per antonomasia.

Monsignor Nunzio Galantino (Cei) interviene sul caso e su “Vita pastorale”, scrive un editoriale in cui critica la laicità del preside di Rozzano e "la scelta di chi, per rispettare altre tradizioni o confessioni religiose, pensa di cancellare il Natale o di camuffarlo scadendo nel ridicolo".

Infine il preside si dimette e scrive una lettera in cui dichiara che quanto accaduto non corrisponde al vero e lascia intendere che si è montata una campagna denigratoria nei suoi confronti, per la proposta di un Natale laico e inclusivo di chi ha cultura e religione diversi dalla cattolica. Una boutade, più che una contestazione. Una vergogna italiana, più che la rivolta per una buona causa. Rivolta alimentata da chi? Dall’ignoranza, si potrebbe affermare senza indugio. Dalla discriminazione e dalle falsità, luoghi comuni di un popolo ammalato di populismo e di falsi idoli, che nulla hanno a che vedere con la religione, qualsiasi essa sia.

E pensare che nel 1953, in una scuola popolare, don Lorenzo Milani, religioso che si può definire eretico e cattocomunista, tolse il crocifisso dalla parete della sala parrocchiale dove si teneva la lezione “perché non doveva esserci neppure un simbolo che facesse pensare che quella fosse una scuola confessionale”. Cosa avrebbe detto oggi don Milani a Salvini e alla Gelmini se avesse potuto vederli, nella piazza di Rozzano, con il presepe fra le mani mentre intonavano con blasfemia le stridenti e “stonatissime” note, nella loro ugola, del canto di Natale religioso più famoso del mondo cattolico?

10/12/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alba Vastano

"La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re. Non si rende conto che in realtà è il re che è il Re, perché essi sono sudditi" (Karl Marx)


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