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Recensione a Collemaggio: storia di un manicomio che non c’è più

Manicomio di Girifalco anni '40 del '900

Un prezioso, storico esperimento “locale” di cura del disagio mentale sorge e si offre come ostinata traduzione “militante” sul territorio della grande conquista basagliana, che la pensa come deistituzionalizzazione, desegregazione e restituzione della dignità originaria, della titolarità dei diritti a un’area umana ed esistenziale “improduttiva”, prima gravata dello stigma, del pregiudizio, del compatimento paternalistico. Non una banale riorganizzazione tecnica della

Collemaggio: storia di un manicomio che non c’è più di AaVv, a cura di Carmela de Felice, Antonella Maria Mancusi, Alessandro Sirolli, Emanuele Sirolli, Associazione 180amici, Cestat ETS, L’Aquila, 2026, pag. 185, € 25,00

Ci sono realmente stati gli anni “formidabili” [1], nei quali il nostro Paese faceva proprio un decisivo patrimonio di straordinarie conquiste sociali e civili, che ne modificarono (sismograficamente rispecchiandone ciclo politico generale e preziosi umori circostanziali, oltre che un’inedita sensibilità progressiva e capacità di mobilitazione di massa) in profondità assetti ed ethos. Gli stessi che, sull’onda degli ultimi decenni e dell’imponente regressione sofferta a partire dagli Ottanta [2], sono di fatto nell’immaginario sfumati in lontananze siderali, soffocati o labilizzati nella loro concreta e viva articolazione emancipatoria e (certo non da tutti…) rimpianti come echi di un’ormai archeologica stagione della vita collettiva, dileguata sotto l’offensiva di una modernità acquisitiva e ultra-individualistica [3].

Quella grande stagione diastolica di risveglio e ossigenazione della società nazionale (come di quella mondiale), di modernizzazione sana, nel suo portato liberatorio e disalienante investiva prepotentemente anche un’area apparentemente periferica della vita associata, una “sacca” di sofferenza umana e sociale, prima relegata e delegata all’intervento “specialistico” di una branca della medicina (la psichiatria), le cui rozze e improvvisate metodologie meccanicistiche (si pensi alla “contenzione” e al famigerato elettroshock – eufemizzato in “terapia elettroconvulsivante”) schiacciavano il malato sulla “malattia” e spersonalizzavano il paziente a entità generica, oggetto reificato di un’azione “terapeutica” estrinseca e protocollare, fredda e “oggettiva” – soprattutto, nella sua separatezza sganciato dalle dinamiche materiali e relazionali che ne modellavano il contesto (fosse esso familiare e affettivo, lavorativo e sociale). 

D’altra parte, criticati e apparentemente sormontati i pur generosi sperimentalismi fine-ottocenteschi di una giovane (volenterosa ma ancora assai rudimentale) scienza della psiche, che aveva positivisticamente indugiato su un’equivoca e riduzionistica “naturalizzazione” della malattia mentale [4], la più recente, “correttiva” innovazione psicanalitica, che pur usciva dalle vistose e anguste (e colpevolizzanti) pulsioni organicistiche e dalle terapie autoritative della medicina ufficiale, confinava il sintomo in un’area tutta privata dell’esistenza singola, concependo la cura da un lato come fatto di astratta e conchiusa irriducibilità individuale, dall’altro come strumento di una reintegrazione nel quotidiano, che concludeva nell’ accettazione rassegnata e subalterna dello statu quo. 

In tal senso, la Prima guerra mondiale, anche in questo experimentum crucis della modernità borghese, nel giovarsi della nuova teoria sul terreno curativo in rapporto alla sofferenza psichica derivante dallo stress da combattimento e dagli innumerevoli, connessi fattori di ammalamento, ne confermava (anche) la connotazione di ambiguo strumento di ripristino di una “normalità” subordinata ai ritmi e alle logiche del potere [5]: il combattente vulnerato nell’anima, andava recuperato alla consuetudine esistenziale e riconsegnato all’istituzione militare, affinché la macchina di guerra venisse reintegrata di tutte le potenzialità “produttive”, nella fordista “guerra di materiali”. 

Insomma la psicanalisi, pur rifiutandosi alla grossolana presa in carico del singolo traumatizzato in termini di “maschia” e autoritaria reinduzione al combattimento [6], si sforzava di civilizzare e flessibilizzare le procedure curative, uscendo da rozze categorizzazioni “morali”, rimanendo tuttavia ben dentro le “compatibilità” di sistema e a esso assicurando il perseguimento di una normalizzazione, appropriata a un lineare e a-conflittuale funzionamento delle relazioni sociali.  

Il lungo, ma “breve”, XX secolo vede nel tempo la progressiva maturazione di coordinate diagnostiche e terapeutiche più attente alla dimensione umano-creaturale, alla incolpevole fragilità del paziente e sensibili alle ragioni storico-circostanziali del suo agire e del suo patire. Esse propongono una decisa dissociazione dell’intervento sul disagio psichico dagli sbrigativi protocolli repressivo-contenitivi (meccanici o farmacologici), che avevano lavorato a un mero, rigido disciplinamento delle “eccedenze” o irregolarità psichico-psichiatriche, spesso manifestazione di meri, innocui disturbi comportamentali [7]. Soprattutto a partire dagli anni Sessanta/Settanta, in coincidenza con un imponente ciclo di conflitti sociali e di ridiscussione dei paradigmi del vivere associato, riflessione e pratica si orientano verso una vivace ed “eversiva” revisione dei criteri di organizzazione sanitaria e delle strategie d’alleviamento della sofferenza, toccando uno sviluppo e un vertice significativo, qui da noi, nello spartiacque epocale rappresentato dall’opera dello psichiatra veneziano Franco Basaglia e dell’inseparabile Franca Ongaro [8].

Si tratta di una vera e propria svolta copernicana, variamente implicata e implicante, seguita a una precedente, importante iniziativa di riforma (Legge Mariotti del 1968), che raccoglieva istanze diffuse di robusto riorientamento della pratica psichiatrica e gettava le basi per la nascita di un Servizio Sanitario Nazionale e un’esemplare revisione di forme e modi della pratica sanitaria [9]. Superando ottusi paternalismi e opposizioni vivaci degli addetti ai lavori e della stessa società civile, conservatorismi tecnico-specialistici e inerzie politico-ideologiche, lo psichiatra veneziano incassava la chiusura tout-court delle strutture manicomiali, l’apertura di spazi di inserimento graduale nel consorzio civile dei ricoverati, con l’organizzazione di luoghi inediti di convivenza e residenzialità, che spalancavano nuove opportunità esistenziali, fluidificando le vite e reinnescando processi virtuosi di socializzazione. Un precipitato storico-concettuale di enorme momento politico e sociale, indimenticabile tornante epocale, una “trasformazione culturale che modificava profondamente il modo di intendere la malattia mentale, la cura, i diritti della persona e il rapporto tra le istituzioni e la comunità”, nelle parole della curatrice del volume Antonella Maria Mancusi, Presidente dell’Associazione 180 amici de L’Aquila (p.16) [10]. 

In quel clima di fervori trasformativi, anche nel capoluogo abruzzese, pertanto, gruppi di coraggiosi, determinati e visionari, ben consapevoli della partita storica che vi si giocava, dell’idea di umanità e convivenza che vi si agitava inquieta, nel raccogliere quella domanda fondamentale, mettevano in forma progetti, non semplicemente di astratta o velleitaria “ribellione alla condizione di internamento permanente“, ma di coinvolgimento attivo di operatori ai vari livelli di competenza con gli invisibili, uomini e donne che, uscendo dalla storica minorità esistenziale e dalla fissità afasica della derelizione formalizzata nella prassi e nell’istituzione, “potevano finalmente esprimere consenso e dissenso rispetto alla gestione della loro vita quotidiana” (p. 33), allargare gli orizzonti di materiale, anche minuto governo dell’esistenza, accedere a opportunità e prerogative prima impensabili (es. la possibilità di gestire denaro, acquistare vestiario, scegliere i mobili) . L’autentico salto di civiltà, fatto anche di (grandi) “piccole cose” (Rachele Bergantino, p. 110), travolgeva prassi consolidate e resistenze di varia origine e consistenza, mettendo alla prova fantasia sperimentale, rinnovate sensibilità professionali e cospicue competenze specifiche, in una rifusione di saperi e volontà, che rovesciava i rancidi assunti accademici della psichiatria canonizzata. In quell’avamposto di un ripensato benessere mentale, l’istituzione totale manicomiale [11] della realtà aquilana vi veniva “sciolta” e oltrepassata, dunque, non senza resistenze e sorde opposizioni, ma si faceva strada nella cittadina e nell’“opinione”, ne attenuava sapientemente le riserve, riuscendo a farsi condivisione e senso comune, grazie alle iniziative e alle escogitazioni di un collettivo di figure dinamiche che, se pure si ispiravano alle più strutturate realtà nazionali (si pensi a quella pionieristica triestina, alle novità promosse nella romana Santa Maria della Pietà, a Gorizia, Perugia, Arezzo), operavano in risoluta autonomia inventiva e progettuale, modificando in profondità ambienti e atmosfere della locale istituzione manicomiale e attivando processi, suscettibili di ulteriori sviluppi. Avvenne dunque che, ricorda Emanuele Sirolli, “l’ospedale Psichiatrico dell’Aquila fosse uno dei primi in assoluto ad aprire le porte e, soprattutto, a costituire i primi gruppi di appartamento” (p. 93) [12], le residenze auto-gestite, successivamente le “case-famiglia”, che volevano creativamente surrogare il vuoto derivante dalla chiusura di una struttura disumana e alienante, nella quale venivano meno e implodevano miseramente i fondamentali dell’essere umani. Ma prima e contestualmente, gli stessi operatori avevano modificato il quadro “societario” della vita interna all’istituto di Collemaggio, favorendo la vita di relazione (prima confinata a una degradata soggezione al mero, neghittoso, assai spesso vergognosamente degradato trascorrere del tempo e molte volte coinvolta in crudeli esperimenti “terapeutici”, come contenzione ed elettroshock [13]), attraverso una riorganizzazione molecolare del quotidiano, che responsabilizzava e valorizzava i degenti, in una sorta di fluido regime “assembleare”, che serviva “a spingere, a stimolare le persone ricoverate ad incontrarsi la mattina dentro un ambiente trasformato” diventato progressivamente “luogo di civile abitazione”, ricorda uno dei protagonisti della vicenda, il curatore del volume Alessandro Sirolli (p. 87) e aperto alle variabili di una relazionalità potenziata e molteplice. 

Sorto dunque volontaristicamente dentro quel generale, irriducibile contesto epocale, animato dalla vigorosa spinta “riformatrice” a esso consentanea di medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, l’esperimento aquilano poneva in essere una riformulazione complessiva del rapporto dei pazienti con se stessi e con la realtà sociale, ma anche quello degli operatori con senso e direzione della propria professionalità e del proprio ruolo – a fare da fondo una compagine cittadina, istituzioni e esponenti della politica (di sinistra, ma anche della DC “buona”), che si andavano dimostrando tutt’altro che insensibili e in larga parte capaci di assorbire fattivamente la novità.

Quel clima di fermento e fervori collettivi si trova ora finalmente riconsegnato alla memoria pubblica e storica in questo agile volume, prodotto, ancora una volta e coerentemente, di un’impresa a più voci, per varie ragioni più matura e disincantata, ma non per questo meno consapevole del valore storico-politico e morale di quell’intenso lavoro comune. Per ciò stesso trepidante per gli sviluppi di una salute mentale che, in tempi recenti, allunga l’ombra di una neo-manicomialità, che è in linea con più generali indirizzi politico-sociali ispirati a logiche diffuse di privatizzazione, anche in questo cruciale settore della vita associata [14]. Compendio e cristallizzazione editoriale dell’Archivio-Spazio Museale omonimo (dedicato ad Alda Merini), il volume offre un’ampia e filologicamente rigorosa ricognizione documentale e fotografica della vita e delle tante attività dell’ex-manicomio aquilano, corredata da una serie di toccanti interviste, che costituiscono la vibrante “presa diretta” dell’accidentato percorso che concluse nell’abolizione di “Collemaggio”, come tòpos cittadino di un’alterità inferma (i “pazzi”), della segregazione e del degrado a essa connessi, della “vergogna” e dell’oblio civile. Sono soprattutto le interviste, infatti, rivolte al personale specialistico, medico e infermieristico, alle assistenti sociali, oltre che a numerosi degenti, che restituiscono la misura dell’intelligente e appassionata dedizione, che venne dispiegata, per sottrarre esseri umani deprivati dell’identità, della cittadinanza, dello statuto di persone all’“annullamento, alla reclusione a vita in nome di una “Scienza” che prometteva cura ma provocava sofferenze” ( p. 15), configurando veri e propri “crimini di pace” (Franco Basaglia, p. 161), nello spazio-tempo sospeso e afflittivo dell’”isola infelice“ (Malta Zugaro, p. 110), “dove la follia, incompresa e giudicata, era stata imprigionata” [15], e dove i “cosiddetti mentecatti “ (nelle parole del neuropsichiatra Giorgio Mancini, p. 49) trascinavano esistenze vegetative e semi-animalesche, in un limbo di sorda deiezione esistenziale [16], realtà scomode e improduttive, contaminate e contaminanti, da rimuovere e tenere accuratamente celate alla “normalità” e conformità del mondo esterno. 

Sfilano così intensi e rivelativi i tanti volti scavati dalla derelizione di donne e uomini sofferenti, gli ambienti sordidi dell’abiezione, e scorre l’irrequieto proliferare di iniziative e occasioni di esplicazione dei “saperi pratici basagliani” (p. 44), che rovesciarono teoria e prassi della terapia, passata dalla feroce e astratta (ma patogena) ruvidezza e indifferenza degli strumenti tradizionali a una pratica mobile dell’interazione orizzontale di tutte le figure, che cercavano e trovavano “in situazione” forme e modi di una cura, che presupponeva e postulava il dialogo, la mitezza, la connessione sentimentale, l’inventiva relazionale, a partire dal riconoscimento universalistico dell’uguale dignità degli individui, dunque da una visione del mondo. La stessa, che in quegli anni e a varie latitudini animava e scandiva una domanda insofferente di liberazione singola e collettiva, a partire dalle fragilità più eclatanti. 

Il recupero di una stupefatta normalità, attuato in “leggerezza” (che “non è un dettaglio: è già essa stessa una forma di cura”, p. 6), poteva anche spingersi a interventi di gruppo in Consiglio comunale [17], a L’Aquila, o ad azioni rivendicative di protesta e… sciopero, attuate in quell’ormai industrioso “ laboratorio sociale” (p. 165), per pretendere il ribasso dei prezzi del bar istituito all’interno di un manicomio in progressiva dismissione. Segno, forse minimo e “di colore”, ma non irrilevante, né banale, che la vita tornava a fluire, per i “pazzacchiotti” (p. 121), una volta chiusa la “casa degli orrori”, e “ritornati persone” (M. Zugaro, pagg. 102 e 111).

Segno, soprattutto, che il reciproco intercettarsi e potenziarsi di felice fase politica della società, passione civile e sensibilità professionale poteva, come può, produrre cambiamento, e cambiamento vero.  

Note

[1] Cfr. il testo omonimo di Mario Capanna (con Prefazione di Camilla Cederna, Milano, Garzanti, 1988). 

[2] Cfr. Paolo Morando, ‘80. L’inizio della barbarie, Roma-Bari, Laterza, 2016.

[3] Vogliamo qui ricordare a mero titolo evocativo solo la riforma del diritto di famiglia (19 maggio 1975), la legge sul divorzio (1970), la legge sull’interruzione della gravidanza (1978), lo Statuto dei Lavoratori (1970), la legge sull’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (1978). Last but not Least, la Legge 180 del 1978, appunto, detta Legge Basaglia. 

[4] Si pensi alla pur generosa figura del medico, antropologo e criminologo torinese d’adozione Cesare Lombroso, la cui potente curvatura positivista generò l’equivoca semplificazione, che fissa a dati di natura, innati o ereditari, la genesi della patologia criminale, per altro curiosamente (per noi) associata alla conformazione fisiognomica. 

[5] Si veda al riguardo, il capitale Eric Leed, Terra di nessuno, Bologna, il Mulino, 1984, contenente (anche) la vicenda che accomuna lo psicotraumatologo britannico William Halse Rivers al suo paziente, l’ufficiale e poeta di guerra Siegfried L. Sassoon, protagonista di un clamoroso gesto di denuncia pubblica del conflitto in corso. 

[6] In particolare sulla cura dello “shock da combattimento” (Shell Shock) si veda l’insostituibile e ormai classico Quinto Antonelli, Storia intima della Grande guerra, Roma, Donzelli, 2014.

[7] “Sono stata costretta ad impazzire, altrimenti mi sarei suicidata”, racconta una donna ribellatasi a un matrimonio combinato e soggetta a crisi depressive, dunque internata, pagg. 109-110..

[8] Si vuole qui ricordare “C’era una volta la città dei matti”, il bel film di Rai 1 in due puntate del 2010, con regia di Marco Turco, con un indimenticabile Fabrizio Gifuni nei panni dello fondatore di Psichiatria democratica.

[9] La Legge, che prendeva avvio dall’iniziativa del deputato del Partito Socialista Italiano quattro volte Ministro della Sanità, innovava in modo significativo stile e ritmi della vita dei ricoverati. “Con l’articolo 4 i pazienti poterono uscire ed entrare liberamente in manicomio, mantenendo la capacità giuridica. […] si poterono incontrare i familiari, visitare i luoghi dove si era cresciuti prima di essere internati. […] si poterono gettar via i vecchi “camicioni”, comprare dei vestiti moderni, ognuno il proprio; si tolsero i mobili bianchi dei reparti scegliendone di nuovi con l’aiuto degli assistenti sociali”, pag. 31.

[10] “Il superamento dell’ospedale psichiatrico ha infatti aperto la strada a una nuova concezione della salute mentale, fondata sulla centralità della persona, sull’inclusione e sulla responsabilità condivisa della comunità”, ivi. “(…) per Franco Basaglia, la cura doveva passare necessariamente per la relazione più che per la reclusione, sottolineando la centralità del “curare” come atto trasformativo delle istituzioni e modifica necessaria di condizioni sociali che producono sofferenza” (Enrico Perilli, Matteo Perazzini, Arianna Ercoli, pag. 31)

[11] A mero titolo evocativo vogliamo qui ricordare testi miliari della cosiddetta anti-psichiatria, quali Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica (Milano, Rizzoli, 1963); Ervin Goffmann, Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza (Torino, Einaudi, 1968); David Cooper, Psichiatria e anti-psichiatria (Roma, Armando, 1978). 

[12] Afferma Mario Reali, già assistente di Franco Basaglia e dal 1984 in forza all’Ospedale Psichiatrico di Collemaggio, che “L’Aquila si staglia nel firmamento delle esperienze più belle di liberazione delle persone oppresse e di partecipazione dei cittadini nella gestione dei servizi, che è storica e, in questo periodo storico, ha un particolare valore”, p. 158, così inserendosi in un “movimento di liberazione internazionale”, pag.155. 

[13] Racconta uno dei giovani protagonisti di quella “esperienza incredibile” in un spazio costrittivo che “funzionava proprio come un carcere”, p.84, lo psichiatra Ugo Tobia, riferendosi a un’estemporanea e “traumatica” seduta di “elettroconvulsione”, “l’ho visto fare una sola volta, ma mi è bastato”, pag. 85.

[14] Come osserva Alessandro Sirolli, fondatore e Presidente onorario dell’Associazione 180amici, ex-Direttore del Centro Diurno Psichiatrico, mentre denuncia, nel caso specifico della Lombardia dei nostri giorni, che se pure “non riaprono i manicomi (…) affidano i malati solo a strutture private, senza controllo del pubblico”; quando “si mettono in strutture riabilitative 50 persone c’è chi ci guadagna e questo è guadagnare sulla pelle della gente, non è un servizio, non è più un servizio”, pag. 160.

[15] E. Perilli, M. Perazzini, A. Ercoli (ivi), che non mancano di sottolineare come “lo spirito (…) di Basaglia rischi di perdersi dietro la mancata applicazione, dietro i sottofinanziamenti dei centri di salute mentale e dietro una burocrazia disattenta” (pag. 32).

[16] “Quando il racconto passa dagli operatori alle persone che hanno vissuto sulla propria pelle l’esperienza dell’internamento, emerge una profonda amarezza. Si comprende il danno, spesso irreversibile, prodotto da anni di segregazione: l’impoverimento degli affetti, la perdita dei riferimenti esistenziali, la progressiva erosione della memoria e della speranza”, nelle parole dello psichiatra Massimo Casacchia, tra i protagonisti della vicenda, pag. 32.

[17] “… organizzammo un Consiglio Comunale aperto, con i consiglieri di tutti i gruppi politici, con la Giunta al completo e ricordo che i banchi del pubblico, ma anche quelli dei consiglieri erano occupati da queste persone sorridenti (…) festanti, allegre e con occhi positivi”, ricorda l’allora Sindaco de L’Aquila Antonio Centi, pag. 120.