Ci sono libri che scegliamo. Altri, invece, sembrano aspettarci. Il mio incontro con Simone de Beauvoir avvenne così, quasi per caso, a vent’anni, davanti all'ingresso dell'università, in un piccolo baracchino di libri usati. Uno di quei luoghi sospesi dove i volumi passano di mano in mano come oggetti destinati a nuove vite, dove pile di libri accatastati raccoglievano storie dimenticate, dispense ingiallite, romanzi senza più padrone. Tra le copertine consumate dal tempo, comparve Memorie di una ragazza per bene. Lo comprai senza sapere che, in quelle pagine, avrei trovato non soltanto un'autrice, ma un modo nuovo di abitare il pensiero. Fu l’inizio di un amore e di un dialogo che non si sarebbero più interrotti. Dopo quel libro arrivarono: L'invitata, I mandarini, Il secondo sesso. Lessi ogni opera come se facesse parte di un unico racconto, quello di una donna che aveva trasformato la propria esperienza in uno strumento per interrogare la storia. In de Beauvoir, autobiografia e filosofia non procedono su binari paralleli: si alimentano reciprocamente. La vita non serve a confermare una teoria, ma diventa il luogo da cui la teoria prende forma. È forse questa la ragione per cui, ancora oggi, i suoi libri conservano una forza rara. Non offrono risposte rassicuranti. Costringono il lettore a prendere posizione. A quarant'anni dalla sua morte, viene spontaneo chiedersi se abbia ancora senso tornare a Simone de Beauvoir. La risposta oggi, più che mai, è sì. Non per un dovere di memoria né per riconoscenza verso una figura imprescindibile del Novecento, ma perché molte delle contraddizioni che attraversano il nostro tempo erano già contenute nelle sue domande.
In un'epoca segnata dall'aumento delle disuguaglianze, dalla precarizzazione del lavoro e dall'arretramento dei diritti sociali, il suo pensiero continua a ricordarci che non esiste emancipazione possibile se non si mettono in discussione le condizioni materiali che producono la subordinazione. È questa, probabilmente, la parte della sua eredità che più spesso viene dimenticata. I suoi testi, le sue idee vengono evocati soprattutto come icone del femminismo. Lo sono stati, naturalmente. Ma ridurre il pensiero della de Beauvoir a questo significa impoverire la radicalità della sua riflessione. Il secondo sesso non nasce come un manifesto identitario, né come una semplice rivendicazione dell'uguaglianza giuridica tra uomini e donne. Nasce da una domanda più profonda: in quale momento storico la differenza sessuale si trasforma in gerarchia? Perché una parte dell'umanità viene costruita come "l'Altro"? La celebre affermazione “Donna non si nasce, lo si diventa” è stata spesso isolata dal contesto, trasformata in uno slogan capace di adattarsi alle più diverse interpretazioni. Eppure, quella frase non è una formula psicologica, né una generica dichiarazione contro il determinismo biologico. È una tesi storica e politica. Significa che nessuna forma di subordinazione è naturale. Ogni identità è il prodotto di rapporti sociali, economici, culturali che mutano nel tempo. La storia, non la natura, fabbrica le gerarchie. Ed è qui che affiora con chiarezza la matrice materialista del pensiero di Beauvoir.
Troppo spesso il suo nome viene accostato quasi esclusivamente a Jean-Paul Sartre e all'esistenzialismo. Quel dialogo fu certamente decisivo, ma non basta a comprendere l'originalità de Il secondo sesso. Dietro quelle pagine agisce infatti un altro interlocutore, meno evocato ma altrettanto fondamentale: Friedrich Engels. Non è un caso che de Beauvoir affronti la questione femminile partendo dalla storia, dalla famiglia, dal lavoro, dalla proprietà, dalle forme concrete attraverso cui una società organizza i rapporti tra i sessi. Il debito nei confronti de L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato non consiste nell'applicazione meccanicista di una teoria. Al contrario, Beauvoir ne raccoglie l'intuizione fondamentale – l'idea che l'oppressione abbia una genesi storica e non naturale – per svilupparla in una direzione nuova, intrecciando materialismo storico, esistenzialismo, antropologia e analisi culturale. È proprio questa capacità di tenere insieme strutture economiche ed esperienza vissuta che rende il suo lavoro ancora così vicino al presente. La libertà, nelle sue pagine, non è mai un fatto puramente individuale. Esiste soltanto dentro rapporti sociali che possono favorirla oppure impedirla. L'eredità di Engels, tuttavia, non esaurisce il pensiero di Simone de Beauvoir, ne costituisce, piuttosto, il punto di partenza. Là, dove il materialismo storico aveva individuato nell'origine della proprietà privata e della famiglia monogamica uno dei momenti decisivi della subordinazione femminile, de Beauvoir compie un passo ulteriore. Si chiede come quel dominio riesca a perpetuarsi anche quando le sue basi economiche sembrano mutare, quali dispositivi culturali lo rendano ancora accettabile? Quale educazione trasformi una differenza biologica in un destino sociale?
Il patriarcato, nelle sue pagine, non è semplicemente il potere degli uomini sulle donne. È una forma storica dell'organizzazione della società, una pedagogia invisibile che plasma desideri, aspettative, comportamenti. Il patriarcato si apprende fin dall'infanzia, nei giochi, nella famiglia, nella scuola, nella religione, nella letteratura, nelle immagini che una società produce di sé. Prima ancora di diventare una relazione di dominio, diventa un modo di guardare il mondo. Per questo il testo Il secondo sesso continua a inquietare. Non si limita a denunciare un'ingiustizia. Smonta i meccanismi attraverso cui quell'ingiustizia viene naturalizzata, mostrando come la cultura possa trasformare una costruzione storica in un'apparente evidenza della natura. La celebre formula “Donna non si nasce, lo si diventa” acquista così il suo significato più radicale: non descrive un'identità individuale, ma il processo attraverso il quale una società produce i soggetti di cui ha bisogno.
È qui che il dialogo con Marx ed Engels si rivela nella sua originalità. De Beauvoir non applica semplicemente il materialismo storico alla condizione femminile, ne amplia l'orizzonte, mostrando che i rapporti di produzione non possono essere compresi fino in fondo senza interrogare anche la produzione culturale delle gerarchie. Le strutture economiche e le rappresentazioni simboliche non procedono separatamente. Si alimentano a vicenda. L'una consolida l'altra. Questa prospettiva conserva una sorprendente attualità proprio perché si sottrae a ogni riduzione economicistica. Le condizioni materiali restano decisive, ma non bastano da sole a spiegare la complessità dell'oppressione. L'essere umano, nell'orizzonte esistenzialista di de Beauvoir, non è mai interamente determinato. Rimane sempre uno spazio di scelta, di responsabilità, di libertà. È nella tensione fra condizionamento storico e possibilità di trascenderlo che prende forma il suo pensiero politico.
Forse è anche per questo che, a distanza di decenni, una parte del femminismo contemporaneo sembra essersi allontanata dalla sua lezione. Il dibattito pubblico insiste soprattutto sulla rappresentanza, sull'empowerment individuale, sulla presenza femminile nei luoghi del potere, sull'accesso alle posizioni di vertice. Sono conquiste importanti, che hanno modificato profondamente la vita di milioni di donne. Ma de Beauvoir ci obbliga a porre una domanda ulteriore: che cosa accade quando alcune donne conquistano il potere, mentre le strutture economiche e sociali che producono la subordinazione rimangono immutate?
È una domanda scomoda, perché mette in discussione uno dei paradigmi dominanti del nostro tempo. Il neoliberismo ha mostrato una straordinaria capacità di assorbire parte delle rivendicazioni femminili, trasformandole in fattori di competitività e di consumo. L'autonomia individuale viene celebrata, purché non metta in discussione l'organizzazione del lavoro, la distribuzione della ricchezza, il valore economico della cura, la divisione sessuale delle responsabilità domestiche. La figura della donna emancipata rischia così di coincidere con quella della lavoratrice perfettamente integrata nei meccanismi del mercato, senza che il mercato stesso venga mai interrogato. È proprio qui che de Beauvoir continua a rappresentare una voce controcorrente. Per lei emanciparsi non significa adattarsi con maggiore successo a un ordine esistente. Significa trasformare quell'ordine. Non basta che alcune donne siedano ai tavoli dove si esercita il potere, se il potere continua a riprodurre le stesse forme di sfruttamento e di esclusione. La libertà non consiste nell'occupare un posto dentro un sistema immutato, ma nel rendere quel sistema più giusto.
Questa è la differenza profonda tra un femminismo che si limita a rivendicare opportunità individuali e un femminismo che si pone il problema della trasformazione sociale. La scrittrice e pensatrice francese appartiene senza esitazioni alla seconda tradizione. Ed è forse questa la ragione per cui continua a risultare così attuale e, nello stesso tempo, così difficile da addomesticare. Il suo pensiero non si lascia trasformare in uno slogan, né ridurre a un'icona rassicurante. Ogni volta che lo si legge fino in fondo, costringe a interrogare non soltanto i rapporti tra uomini e donne, ma il modello stesso di società in cui quei rapporti prendono forma. La de Beauvoir è attuale perché il suo femminismo non nasce come politica dell'identità, ma come critica materialista dei rapporti sociali.
Ed è questo il punto di partenza da cui la sinistra dovrebbe avere il coraggio di ripartire. Per troppo tempo una parte della cultura progressista ha oscillato tra due derive opposte: da un lato la rincorsa al lessico del liberalismo, dall'altro una nostalgia incapace di interpretare le trasformazioni del presente. Simone de Beauvoir indica ancora una strada diversa. Non separa la questione femminile dalla questione sociale, né riduce l'una all'altra. Comprende, piuttosto, che ogni emancipazione autentica passa attraverso la critica dei rapporti di produzione, della distribuzione del lavoro, delle forme concrete con cui il potere si organizza e si riproduce.
È una lezione che conserva una sorprendente attualità. Nel tempo delle piattaforme digitali, del lavoro frammentato, della precarietà elevata a normalità e della progressiva mercificazione della vita, parlare di libertà significa ancora interrogarsi sulle condizioni materiali che la rendono possibile. Le donne hanno conquistato diritti fondamentali, spazi di autonomia e una presenza sempre più significativa nella vita pubblica. Eppure, la cura continua a gravare in misura sproporzionata sulle loro spalle; la maternità resta, troppo spesso, una penalizzazione economica; il lavoro domestico rimane in larga parte invisibile; la violenza di genere assume forme nuove senza smettere di affondare le radici nelle vecchie disuguaglianze.
Simone de Beauvoir aveva intuito che nessuna conquista è irreversibile. Già negli anni Settanta metteva in guardia contro l'illusione che i diritti, una volta ottenuti, fossero definitivamente acquisiti. La storia, ricordava, non procede in linea retta. Può avanzare, ma anche arretrare. Basta osservare il nostro presente per comprendere quanto quelle parole suonino oggi meno come una previsione e più come una descrizione.
Per questo il suo pensiero continua a sfuggire alle celebrazioni. Commemorare Simone de Beauvoir senza lasciarsi inquietare dalle sue domande significherebbe trasformarla in un monumento, quando tutta la sua opera è un invito a diffidare delle verità immobili. La sua grandezza non consiste nell'aver consegnato una dottrina da ripetere, ma un metodo per leggere la realtà: cercare nella storia ciò che altri attribuiscono alla natura, smascherare le forme del dominio proprio nel momento in cui si presentano come inevitabili, non separare mai la libertà individuale dalla giustizia sociale.
È forse questo il lascito più prezioso della sua riflessione. La libertà non è un bene privato da conquistare in solitudine, né un privilegio riservato a chi possiede gli strumenti per affermarsi. È una costruzione collettiva, fragile, continuamente esposta ai rapporti di forza che attraversano la società. Ogni volta che quei rapporti cambiano, anche la libertà cambia volto.
Ripenso, allora, a quel piccolo banco di libri usati davanti all'università. Perché ogni lettore conserva un luogo in cui è nato il proprio immaginario. Il mio profumava di carta, polvere e copertine scolorite. Da quel luogo marginale uscì una delle voci più luminose del Novecento capace di trasformare la curiosità di una studentessa in una ricerca destinata a durare nel tempo.
Riaprire oggi Memorie di una ragazza per bene, L'invitata, I mandarini o Il secondo sesso non significa rifugiarsi nella nostalgia di un grande Novecento ormai concluso. Significa misurarsi con un pensiero che continua a chiedere conto del nostro presente. Finché il lavoro di cura sarà svalutato, finché la dipendenza economica limiterà la libertà di milioni di donne, finché il patriarcato saprà reinventarsi dentro forme nuove di dominio, Simone de Beauvoir non sarà soltanto una figura della storia della filosofia o del femminismo. Continuerà a essere una nostra contemporanea.
E forse è proprio questo il privilegio riservato ai grandi pensatori: non quello di essere ricordati, ma di continuare, ogni volta che li leggiamo, a cambiare il nostro modo di guardare il mondo.