È appena uscita la Relazione annuale INAIL per il 2025, che monitora l’andamento degli infortuni sul lavoro. Complessivamente il numero è in crescita, visto che le denunce di infortunio “sono state 600 mila, in aumento dell’1,2% rispetto alle quasi 594 mila del 2024”,[1] anche se bisogna rilevare che siamo comunque sotto i livelli ante-2020, quando di norma la soglia delle 600mila veniva superata. All’interno di questi numeri, però, desta preoccupazione il costante incremento degli infortuni fra gli studenti in alternanza, che aumentano “del 3,4% rispetto ai 79 mila dell’anno precedente”,[2] quando a propria volta erano saliti del 10,5% sul 2023. Continuano inoltre a morire all’incirca 10 studenti l’anno[3] e anche il numero complessivo di morti sul lavoro non accenna a calare, oscillando attorno alle 1.200 vite perse.
Gli infortuni occorsi durante il tragitto casa-lavoro e durante gli spostamenti in orario di servizio continuano il trend di crescita, arrivando a 104.417 e marcando un + 2,4%, dopo che già durante il 2024 erano aumentati del 6,9%. Un segnale, questo, della riduzione del tempo libero dei lavoratori causata in primo luogo dall’estensione dell’orario di lavoro, per gli infortuni casa-lavoro, e dall’aumento dei ritmi, per chi svolge lavori itineranti (come ad esempio i corrieri).
E il vero tasto dolente, in una società in cui i dipendenti sono sempre più sottoposti all’aumento dei ritmi di lavoro e del controllo sull’operato – anche e soprattutto per la progressiva e costante immissione di tecnologia nei processi di lavoro –, è rappresentato dalla diffusione delle malattie professionali. A differenza dell'infortunio sul lavoro, che si verifica per una causa violenta e improvvisa, queste si sviluppano generalmente nell’arco di un periodo di tempo lungo, anche con anni di ritardo dall’esposizione all’attività usurante. In molti casi non sono tabellate, anche perché l’immissione di tecnologia comporta un mutamento delle patologie professionali. Inoltre vengono riconosciute al lavoratore, a cui spetta l’onere della prova, solo dopo lunghe cause legali. A tal proposito è emblematico che la medicina del lavoro non svolga un ruolo attivo e propositivo nel merito, anche per i tagli ai quali è stata soggetta nel corso degli anni dalla scure della privatizzazione che ha colpito la sanità pubblica.
Ebbene, le denunce di malattie professionali “sono in continua ascesa, superando nel 2025 quota 98 mila”, ma l’INAIL attribuisce questo dato a «una maggiore informazione e consapevolezza delle tutele assicurative da parte dei lavoratori e dei medici certificatori”.[4] Ciò appare fortemente riduttivo, specie se si pensa che l’incremento delle malattie sul 2024 è stato dell’11,3% e addirittura del 60,6% rispetto al 2019. In più, fra i settori più colpiti vi sono proprio quelli in cui l’aumento dei ritmi di lavoro è stato maggiormente sensibile: comparto manifatturiero; trasporto e magazzinaggio. Una concausa valida evidenziata dall’INAIL, invece, è l’invecchiamento della popolazione lavoratrice, connesso all’incremento dell’età pensionabile e all’esaurimento delle forme di pensionamento anticipato.
Detto ciò, non possiamo non rilevare che il nostro paese presenti evidenti sacche di sommerso dovute al lavoro nero, da cui non emergono denunce per infortunio e malattie professionali e che restano quindi escluse dalle statistiche ufficiali.
- Problematiche del processo di emersione dell’infortunio
Esistono diversi aspetti di cui l’INAIL non parla e che incidono negativamente sul processo di emersione degli infortuni. Il primo è senz’altro il mutamento della politica dell’Istituto, che da alcuni decenni si è orientata sempre più in direzione di una logica premiale: elargire alle imprese delle certificazioni di sicurezza ed ergonomicità, dietro corsi di formazione e interventi modificativi dell’organizzazione del lavoro. L’INAIL, dunque, da ente che tutela i lavoratori diventa un ente che educa gli imprenditori alla sicurezza. Questo tipo di intervento riesce a dare qualche risultato: in media il passaggio a un sistema di sicurezza certificato comporta una diminuzione degli infortuni del 16%. Tuttavia, produce un paradosso. Perché impone al lavoratore norme stringenti sulle modalità con cui eseguire la propria mansione (i movimenti corretti, le procedure standardizzate da seguire e via dicendo). Ma difficilmente questi le può rispettare, in presenza di ritmi elevati e in considerazione dell’estrema fatica accumulata durante la giornata. È vero per i camionisti, per i facchini di Amazon, per i corrieri, ecc. Nella sostanza, il passaggio a un sistema di sicurezza certificato può rendere complicata l’emersione di una parte delle malattie professionali. Perché la certificazione, rilasciata a una specifica azienda, dichiara ‘sicura’ e aliena da simili problematiche l’organizzazione del lavoro a cui si riferisce.
Un’altra problematica attiene alle funzioni dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza. Questi hanno facoltà di consultazione, informazione e accesso agli atti e formulazione di proposte, ma nessuna vera e propria prerogativa. Inoltre, nonostante gli RLS possano aiutare il lavoratore a farsi riconoscere l’infortunio, si scontrano con delle procedure di denuncia estremamente burocratizzate che rendono difficile l’emersione e con la possibilità di un certo grado di subalternità del medico aziendale alle figure datoriali. Se si prendono ad esempio le Relazioni Sanitarie – che il medico trasmette agli RLS e alla parte datoriale per comunicare loro i risultati anonimi e collettivi della sorveglianza sanitaria, al fine di suggerire opportune misure per la tutela della salute sul posto di lavoro – si nota che generalmente queste mancano del dato anamnestico che descrive lo stato complessivo di salute della forza-lavoro, essendo mirate alla rendicontazione obbligatoria dei risultati della sorveglianza sanitaria sui soli rischi organizzativi (quali i movimenti ripetuti nella manifattura). Di conseguenza, per gli RLS risulta difficile difendere i lavoratori da una condizione di malessere che esuli da una classificazione prettamente patologica del problema e ciò proprio in virtù della mancanza di prerogative di tipo sindacale. Per di più le Relazioni Sanitarie non permettono alcuna analisi comparativa con studi scientifici, in quanto per ragioni di privacy non rispettano nemmeno le caratteristiche minime di suddivisione per età e genere.
In conclusione, come dimostrato da numerose analisi la consapevolezza dell’esistenza di un legame fra l’organizzazione aziendale del lavoro e lo stato di salute personale del lavoratore induce quest’ultimo a ritenersi meno soddisfatto del proprio impiego rispetto agli altri, che al contrario tendono a percepire come ‘normale’ il proprio stato di salute o ad attribuirlo a una propria condizione di negligenza. L’azione del sindacato, pertanto, nella nostra prospettiva si fa veicolo assolutamente necessario di questa consapevolezza.
Note:
[1] INAIL, Relazione annuale 2025, p. 5.
[2] Ibidem.
[3] 9 studenti deceduti nel 2025 e 13 nel 2024.
[4] INAIL, op. cit., p. 65.