L’articolo «Contraddizioni nella transizione a una società socialista», pubblicato su La Città Futura del 28 agosto a firma di Renato Caputo, propone di valutare criticamente i primi tentativi storici di costruzione socialista e dedica la parte conclusiva alla Cina contemporanea[1]. Il suo intervento ha innanzitutto il merito di sottrarre la discussione alla falsa alternativa fra l’apologia di ogni esperienza diretta da un partito comunista e la sua liquidazione come fallimento. Una transizione, proprio perché si svolge entro condizioni storiche determinate, non può coincidere immediatamente con il modello teorico della società che intende costruire. Essa, al contrario, deve fare i conti con il livello delle forze produttive, con i rapporti sociali ereditati, con le pressioni internazionali e con le contraddizioni che essa stessa genera.
Caputo individua correttamente due esigenze che non possono essere separate: lo sviluppo delle forze produttive e l’estensione della partecipazione socialista. La formula leniniana da lui richiamata, secondo cui «il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il Paese»[2], non invitava a sommare meccanicamente una tecnica produttiva e una forma politica, piuttosto affermava che la nuova società avrebbe avuto bisogno tanto di una base materiale moderna quanto del potere organizzato dei lavoratori. Al contrario, lo sviluppo senza potere proletario può rafforzare una società capitalistica, mentre il potere proletario senza una base produttiva adeguata resta invece ancorato alla scarsità, costretto a distribuire la miseria e vulnerabile alla pressione delle economie più avanzate.
Applicare questo criterio per valutare l’esperienza della Repubblica Popolare Cinese è dunque necessario. Non concordiamo, tuttavia, con la conclusione secondo la quale, dopo la morte di Mao Zedong, la «maggioranza di destra» del Partito Comunista Cinese avrebbe sacrificato completamente la dittatura democratica del proletariato allo sviluppo produttivo, fino a determinare una generale burocratizzazione e un «imborghesimento» della società. Sebbene questa formula metta in evidenza dei problemi esistenti, la conclusione ci sembra affrettata: per stabilire se la transizione sia stata abbandonata occorre verificare chi controlli le condizioni fondamentali della produzione, quale classe disponga del potere politico, come venga diretto il surplus e se il capitale privato sia dominante oppure subordinato. Occorre, inoltre, distinguere l’esistenza di limiti nella democrazia socialista dalla sua completa soppressione.
La contraddizione principale e la gerarchia delle priorità
Il punto di partenza della nostra analisi può essere trovato nello stesso Mao Zedong. In Sulla contraddizione, Mao osservava che in ogni processo complesso esistono più contraddizioni, ma una di esse assume, in una determinata fase, un ruolo principale e decisivo. Tale gerarchia non è immobile: la contraddizione principale e quelle secondarie possono cambiare posizione con il mutare delle condizioni [3]. Una politica di transizione deve quindi perseguire simultaneamente diversi obiettivi, ma non può assegnare a tutti la stessa priorità in ogni momento.
La Cina del 1949 era un Paese prevalentemente agricolo, impoverito e diviso da un lungo ciclo di invasioni, guerre civili e subordinazione semicoloniale. La rivoluzione dovette innanzitutto ricostruire l’unità nazionale, distribuire la terra, garantire la sovranità, creare un sistema amministrativo unitario e porre le fondamenta dell’industrializzazione. La fase maoista non può neppure essere frettolosamente ridotta a un egualitarismo della miseria: in meno di trent’anni costruì un apparato industriale autonomo, realizzò la trasformazione socialista della proprietà, estese l’istruzione e l’assistenza sanitaria e portò la speranza di vita da circa 35 anni nel 1949 a circa 68 alla fine degli anni Settanta [4]. Senza questa trasformazione preliminare, la successiva crescita cinese non sarebbe stata possibile.
Non tutte le forme assunte da quella fase potevano però essere conservate indefinitamente. Il basso livello della produttività agricola, la scarsità dei beni di consumo, l’isolamento tecnologico e la distanza accumulata rispetto ai Paesi industrialmente avanzati ponevano una nuova contraddizione. La prosecuzione immutata delle forme economiche dell’ultima fase maoista avrebbe forse preservato una distribuzione più uniforme, ma difficilmente avrebbe prodotto, senza profonde trasformazioni, l’aumento della produttività necessario a superare la scarsità. Una società più eguale ma incapace di sviluppare la propria base materiale non avrebbe per questo raggiunto una forma superiore di socialismo.
La svolta delle riforme denghiste deve essere letta a partire dall’emergere di questa nuova priorità. L’apertura al mercato mondiale, l’ammissione del capitale privato, l’impiego degli investimenti esteri e l’introduzione di meccanismi concorrenziali comportarono certamente costi sociali, diseguaglianze e nuove possibilità di accumulazione privata. Consentirono tuttavia alla Cina di acquisire tecnologia, accrescere la produttività, sviluppare un moderno apparato industriale e sottrarre alla povertà estrema una parte enorme della popolazione. Secondo lo studio congiunto della Banca Mondiale e delle istituzioni cinesi, in quarant’anni quasi 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema, contribuendo per oltre tre quarti alla riduzione mondiale registrata nello stesso periodo [5]. Si tratta di un risultato pienamente coerente con la logica della transizione al socialismo, mai raggiunto da nessun altro Paese al mondo fino ad oggi: una società socialista, infatti, non può fondarsi sulla perpetuazione della povertà. La nota affermazione di Deng Xiaoping, secondo cui «la povertà non è socialismo», indicava precisamente questa contraddizione [6].
Priorità, tuttavia, non significa rinuncia. La scelta di sviluppare le forze produttive può essere considerata socialista soltanto se gli strumenti capitalistici impiegati non conquistano la direzione del processo. Se il mercato da mezzo si trasforma in fine, se l’accumulazione privata si impadronisce del credito, della terra, delle infrastrutture e dello Stato, la transizione cambia natura. Analogamente, una priorità storicamente giustificata non può diventare la spiegazione permanente di ogni diseguaglianza o il rinvio indefinito della partecipazione dei lavoratori.
Il mercato come strumento e il problema del potere
Nel volume collettivo La Cina (prevalentemente) socialista, che il sottoscritto ha redatto insieme a Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, abbiamo sostenuto che la natura della formazione cinese non possa essere dedotta dalla sola presenza di merci, salario, profitto e capitale privato [7]. Il criterio discriminante riguarda la relazione fra proprietà, potere politico e accumulazione. Bisogna stabilire chi possieda le principali condizioni della produzione, chi controlli il credito, chi determini gli investimenti strategici e quale forza sociale riesca a subordinare le altre ai propri obiettivi.
La Cina conserva la proprietà statale del suolo urbano e quella collettiva del suolo rurale e suburbano; lo Stato possiede le risorse minerarie e le acque e mantiene sotto controllo pubblico le grandi banche, la moneta, l’energia, le telecomunicazioni, le ferrovie e le principali infrastrutture. La Costituzione definisce la proprietà pubblica socialista come fondamento del sistema economico, assegna al settore statale una funzione dirigente e riconosce il settore privato subordinandolo all’indirizzo, alla supervisione e alla regolazione dello Stato [8]. I dati sul patrimonio delle imprese pubbliche centrali e locali e sul predominio pubblico delle attività finanziarie mostrano una struttura che non può essere assimilata alle partecipazioni statali presenti in una comune economia capitalistica [9].
Siamo allo stesso tempo consapevoli del fatto che la proprietà statale non sia socialista per definizione. Essa può servire, come avviene nelle economie capitalistiche, a socializzare le perdite, finanziare i monopoli privati e garantire la riproduzione del capitale. In Cina, tuttavia, il settore pubblico non svolge soltanto una funzione di sostegno esterno. Esso, invece, dirige l’accumulazione nei comparti a maggiore intensità di capitale, realizza infrastrutture secondo priorità politiche, controlla l’erogazione del credito e impedisce alla grande ricchezza privata di tradursi automaticamente in un potere politico autonomo.
La sospensione della quotazione di Ant Group, la ristrutturazione delle sue attività finanziarie, le sanzioni inflitte ad Alibaba e il trattamento riservato a Xu Jiayin ed Evergrande non provano isolatamente la natura socialista dello Stato. Considerati insieme alla struttura proprietaria e finanziaria, mostrano però che le dimensioni di un gruppo privato non gli garantiscono né il controllo delle autorità né un diritto incondizionato al salvataggio [10]. Il capitale cinese è potente, produce una quota rilevante del reddito e dell’occupazione ed esercita inevitabilmente pressioni sulla società e sul Partito. Non ha tuttavia conquistato le leve con le quali potrebbe trasformarsi nella classe politicamente dominante.
È in questa gerarchia, non in una presunta purezza, che risiede il significato di «prevalentemente socialista» che abbiamo assegnato alla Cina contemporanea. Tale definizione non nega la presenza di rapporti capitalistici e neppure garantisce irreversibilmente l’esito della transizione. Indica che, nella contraddizione fra proprietà sociale e capitale privato, il primo polo continua a detenere gli strumenti decisivi per orientare l’insieme. La lotta fra le due tendenze rimane aperta e, proprio per questo, riteniamo che la natura del sistema debba essere verificata nel movimento, non solo fissata una volta per tutte da una definizione costituzionale.
Lo sviluppo non è terminato, ma deve cambiare qualità
L’articolo di Caputo collega l’«imborghesimento» della società all’inizio di una crisi di sovrapproduzione che avrebbe posto fine all’eccezionale sviluppo delle forze produttive. La Cina affronta certamente una crisi prolungata del settore immobiliare, un indebitamento elevato di alcune amministrazioni locali, una domanda interna in crescita ma ancora insufficiente e capacità eccedente in determinati comparti. Questi squilibri non possono essere negati, ma non dimostrano neppure che lo sviluppo produttivo sia terminato.
Nel 2025, il prodotto interno lordo cinese è cresciuto del 5%, il valore aggiunto delle imprese industriali sopra la soglia statistica del 5,9% e la produzione dei veicoli a nuova energia del 25,1%. La spesa in ricerca e sviluppo ha raggiunto 3.926,2 miliardi di yuan, con un aumento dell’8,1%, mentre quella destinata alla ricerca di base è cresciuta dell’11,1%.[11] La Cina sta passando da un’espansione fondata sulla quantità di lavoro, sugli investimenti immobiliari e sulle esportazioni a una crescita nella quale assumono maggiore importanza automazione, conoscenza, nuove energie e innovazione. Il rallentamento rispetto ai tassi a due cifre del passato riflette anche la scala ormai raggiunta dall’economia e non equivale alla cessazione dello sviluppo delle forze produttive.
La sovraccapacità settoriale e la debolezza della domanda pongono semmai il problema della nuova priorità. Il Fondo monetario internazionale ha rilevato nel 2026 la persistenza di domanda interna debole, pressioni deflazionistiche e offerta eccedente in alcuni settori commerciabili [12]. La risposta non può consistere soltanto nell’espandere ulteriormente la produzione o nel cercare nuovi mercati esteri. Deve accrescere la quota di reddito destinata al lavoro, rafforzare la sicurezza sociale, ridurre il bisogno di risparmio precauzionale e ampliare il consumo individuale e collettivo. Una contraddizione nata dal successo dell’industrializzazione richiede, quindi, di spostare progressivamente la priorità dalla semplice crescita della capacità produttiva alla distribuzione sociale dei suoi risultati.
La democrazia del lavoro come contraddizione irrisolta
Un punto certamente rilevante dell’intervento di Caputo riguarda la partecipazione dei lavoratori. Se il socialismo venisse ridotto alla proprietà pubblica e alla direzione amministrativa dall’alto, verrebbe infatti meno una parte essenziale del progetto di emancipazione. Lo sviluppo delle forze produttive deve dunque associarsi alla trasformazione dei produttori da oggetti dell’amministrazione in soggetti capaci di incidere sulle decisioni economiche e politiche.
Non ci pare però corretto affermare che questa dimensione sia stata «completamente» sacrificata. Gli articoli 16 e 17 della Costituzione prevedono la gestione democratica delle imprese statali attraverso i congressi dei lavoratori e attribuiscono alle organizzazioni economiche collettive il potere di eleggere o rimuovere i dirigenti e di decidere le questioni principali della gestione. La legislazione sindacale indica il congresso dei lavoratori come forma fondamentale della gestione democratica nelle imprese statali e prevede la partecipazione sindacale alle decisioni riguardanti salari, sicurezza, previdenza e condizioni di lavoro [13].
Allo stesso tempo, l’esistenza giuridica di questi strumenti non risolve la questione della loro efficacia. Certamente, vi sono delle contraddizioni anche nell’applicazione delle leggi sulla gestione democratica delle imprese e sull’organizzazione dei lavoratori in sindacati. Tali elementi mostrano una socializzazione politica incompleta, nella quale la tutela del lavoro viene affidata in larga misura alla mediazione del Partito, delle istituzioni e del sindacato unitario, mentre resta più debole la capacità autonoma dei lavoratori di organizzare il conflitto. La contraddizione, tuttavia, non riguarda la totale assenza di partecipazione delle masse lavatrici, ma l’applicazione diseguale e spesso insufficiente di un principio previsto dalla stessa legislazione cinese.
In futuro, la Cina dovrebbe certamente rafforzare i congressi dei lavoratori, rendere più incisivi i meccanismi di controllo dal basso, estendere la contrattazione collettiva ai nuovi settori e garantire che il sindacato rappresenti effettivamente gli interessi dei salariati, compresi i lavoratori migranti e quelli delle piattaforme. Allo stesso tempo, riteniamo che la risposta socialista non dovrebbe consistere nell’importazione del pluralismo sindacale occidentale.
Individuo, benessere e imborghesimento
Caputo ha ragione anche nel rifiutare la contrapposizione fra felicità individuale e bene collettivo. Marx ed Engels definivano la società comunista come un’associazione nella quale «il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti».[14] Il socialismo non può chiedere agli individui il sacrificio permanente dei propri bisogni in nome di un futuro sempre rinviato. Al contrario, deve ampliare concretamente le possibilità di istruirsi, curarsi, abitare dignitosamente, viaggiare, partecipare alla vita culturale e disporre del proprio tempo.
Da questo punto di vista, l’aumento dei consumi e la ricerca di un maggiore benessere non costituiscono automaticamente un imborghesimento. L’accesso di centinaia di milioni di persone a beni e servizi prima irraggiungibili rappresenta anche un’espansione delle capacità individuali. L’imborghesimento diventa una categoria di classe soltanto quando indica la trasformazione della ricchezza in proprietà dei mezzi fondamentali di produzione e in potere politico trasmissibile. Altrimenti si rischia di cadere nell’errore, fin troppo comune presso alcuni settori della sinistra occidentale, di considerare socialista la povertà e borghese qualsiasi miglioramento materiale della vita quotidiana.
Ciò non nega la crescita delle diseguaglianze, la pressione competitiva nell’istruzione e nel lavoro (tipica di gran parte delle società asiatiche da secoli, socialiste e non), le differenze fra città e campagne o le barriere che continuano a colpire molti lavoratori migranti. Nel 2025, il reddito disponibile pro capite urbano era ancora più del doppio di quello rurale, sebbene quest’ultimo sia cresciuto più rapidamente [15]. Il miglioramento generale non coincide quindi con la soluzione del problema distributivo. Proprio perché la base produttiva è oggi incomparabilmente più avanzata, la riduzione di questi divari deve assumere un peso maggiore nella gerarchia delle priorità, e sembra che il governo cinese sia intenzionato ad agire proprio in questa direzione, secondo il principio della «società moderatamente prospera».
La nuova fase della transizione
La stessa direzione cinese riconosce che la contraddizione principale non è più quella fra bisogni materiali elementari e produzione arretrata, ma quella fra uno sviluppo squilibrato e inadeguato e la crescente domanda popolare di una vita migliore. Partendo da queste considerazioni, il Quindicesimo piano quinquennale per il periodo 2026-2030 collega ancora la modernizzazione allo sviluppo di nuove forze produttive, ma attribuisce alla prosperità comune, all’occupazione di qualità, ai servizi pubblici e allo sviluppo integrale della persona una funzione più esplicita [16].
Questa impostazione segnala un mutamento necessario: nella Cina povera post-rivoluzionaria la priorità era produrre di più e costruire una base industriale capace di sottrarre il paese alla dipendenza; nella Cina contemporanea la priorità deve includere in misura crescente la distribuzione del reddito, la sicurezza sociale, la domanda interna, la qualità del lavoro, la riduzione dei divari territoriali e l’estensione della partecipazione. L’innovazione rimane indispensabile, soprattutto di fronte al tentativo statunitense di contenere tecnologicamente la Cina, ma la sua finalità socialista si misura nella capacità di liberare tempo, ridurre la fatica, ampliare i servizi e migliorare la vita collettiva.
Il rischio indicato da Caputo, dunque, esiste: una priorità può irrigidirsi, diventare un fine autonomo e trasformare la transizione in una rincorsa permanente allo sviluppo capitalistico. La Cina non è immune alla burocratizzazione, all’influenza ideologica della ricchezza, alle diseguaglianze e alla possibilità che il capitale cerchi di ampliare il proprio spazio politico. Tuttavia, la proprietà pubblica e collettiva delle condizioni fondamentali della produzione, il controllo statale del credito, la pianificazione, la capacità di disciplinare i grandi gruppi privati e l’orientamento verso la prosperità comune mostrano che il processo non è stato consegnato alla borghesia.
La Cina rimane pertanto una formazione prevalentemente socialista, non una società socialista compiuta. Tale formula serve ad indicare una gerarchia concreta: il capitale esiste ed esercita una pressione rilevante, ma non dirige lo Stato né controlla le leve fondamentali dell’accumulazione. Il carattere socialista della transizione non dipende dall’assenza di contraddizioni, bensì dalla capacità del polo socialista di governarle e di spostarne progressivamente la soluzione a favore del lavoro, della proprietà sociale e dello sviluppo umano. Lo sviluppo delle forze produttive era e resta necessario, ma non può esaurire il socialismo. La fase raggiunta dalla Cina rende oggi più urgente rafforzare la democrazia del lavoro e distribuire socialmente i risultati della modernizzazione, secondo il principio per il quale la transizione avanza quando la soluzione della contraddizione principale crea le condizioni materiali e politiche per affrontare quelle che, nel frattempo, le subentrano.
NOTE
[1] Renato Caputo, «Contraddizioni nella transizione a una società socialista», La Città Futura, 28 agosto 2026, https://www.lacittafutura.it/unigramsci/contraddizioni-nella-transizione-a-una-societ%C3%A0-socialista.html.
[2] V. I. Lenin, «Our Foreign and Domestic Position and Party Tasks», discorso alla Conferenza provinciale di Mosca del Partito Comunista Russo (bolscevico), 21 novembre 1920, Collected Works, vol. 31, pp. 408-426, https://www.marxists.org/archive/lenin/works/1920/nov/21.htm.
[3] Mao Zedong, «On Contradiction», agosto 1937, Selected Works, vol. I, https://www.marxists.org/reference/archive/mao/selected-works/volume-1/mswv1_17.htm.
[4] Comitato centrale del Partito Comunista Cinese, Resolution on the Major Achievements and Historical Experience of the Party over the Past Century, adottata l’11 novembre 2021, https://english.www.gov.cn/policies/latestreleases/202111/16/content_WS6193a935c6d0df57f98e50b0.html; Banca Mondiale, China: The Health Sector, 1984, p. 4, https://documents1.worldbank.org/curated/en/731341468024848076/pdf/multi0page.pdf.
[5] Banca Mondiale, «Lifting 800 Million People Out of Poverty – New Report Looks at Lessons from China’s Experience», 1° aprile 2022, https://www.worldbank.org/en/news/press-release/2022/04/01/lifting-800-million-people-out-of-poverty-new-report-looks-at-lessons-from-china-s-experience.
[6] Ufficio informazioni del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, Poverty Alleviation: China’s Experience and Contribution, 6 aprile 2021, https://english.scio.gov.cn/whitepapers/2021-04/06/content_77380652_3.htm.
[7] Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, La Cina (prevalentemente) socialista, presentazione e volume scaricabile su Giulio Chinappi – World Politics Blog, 7 giugno 2026, https://giuliochinappi.com/2026/06/07/la-cina-prevalentemente-socialista/; Id., «La Cina concreta contro il dogma: risposta a Moreno Pasquinelli», 24 agosto 2026, https://giuliochinappi.com/2026/08/24/la-cina-concreta-contro-il-dogma-risposta-a-moreno-pasquinelli/.
[8] Assemblea Popolare Nazionale della Repubblica Popolare Cinese, Constitution of the People’s Republic of China, adottata il 4 dicembre 1982 e modificata da ultimo l’11 marzo 2018, artt. 6-11, https://english.www.gov.cn/archive/lawsregulations/201911/20/content_WS5ed8856ec6d0b3f0e9499913.html.
[9] Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, Rapporto speciale sulla gestione nel 2024 del patrimonio delle imprese statali, escluse quelle finanziarie, pubblicato dal Ministero delle Finanze, 3 aprile 2026, https://zcpgzx.mof.gov.cn/szyw/202604/t20260403_3986928.htm; Ministero delle Finanze della Repubblica Popolare Cinese, Report on the Implementation of China’s Fiscal Policy in 2025, 20 maggio 2026, p. 49, https://www.mof.gov.cn/en/reports/202605/P020260520551662345438.pdf.
[10] Giulio Chinappi, «Dalla lezione a Jack Ma all’ergastolo per Xu Jiayin: la Cina riafferma il primato della politica sul capitale», Giulio Chinappi – World Politics Blog, 21 agosto 2026, https://giuliochinappi.com/2026/08/21/dalla-lezione-a-jack-ma-allergastolo-per-xu-jiayin-la-cina-riafferma-il-primato-della-politica-sul-capitale/.
[11] National Bureau of Statistics of China, Statistical Communiqué of the People’s Republic of China on the 2025 National Economic and Social Development, 28 febbraio 2026, https://www.stats.gov.cn/english/PressRelease/202602/t20260228_1962661.html.
[12] Fondo monetario internazionale, People’s Republic of China: 2025 Article IV Consultation, IMF Country Report n. 26/44, 17 febbraio 2026, https://www.imf.org/en/publications/cr/issues/2026/02/17/peoples-republic-of-china-2025-article-iv-consultation-press-release-staff-report-and-574028.
[13] Assemblea Popolare Nazionale della Repubblica Popolare Cinese, Constitution of the People’s Republic of China, cit., artt. 16-17; Trade Union Law of the People’s Republic of China, artt. 35-39, https://english.court.gov.cn/2016-04/14/c_761455.htm.
[14] Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista, 1848, cap. II, https://www.marxists.org/archive/marx/works/1848/communist-manifesto/ch02.htm.
[15] National Bureau of Statistics of China, «Households’ Income and Consumption Expenditure in 2025», 20 gennaio 2026, https://www.stats.gov.cn/english/PressRelease/202601/t20260120_1962356.html.
[16] Comitato centrale del Partito Comunista Cinese, Recommendations for Formulating the 15th Five-Year Plan for National Economic and Social Development, adottate il 23 ottobre 2025, https://english.www.gov.cn/atts/stream/files/6900a72dc6d0c788099000b3; «Xi chairs CPC leadership meeting to discuss draft 15th Five-Year Plan», Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, 27 febbraio 2026, https://english.www.gov.cn/news/202602/27/content_WS69a13690c6d00ca5f9a09618.html.