Lo scorso 16 novembre, l’Ecuador è tornato alle urne per un referendum costituzionale e una consultazione popolare che, nelle intenzioni del presidente Daniel Noboa, dovevano rafforzare la sua agenda di “sicurezza” e ristrutturazione istituzionale. Tuttavia, il risultato è stato l’esatto opposto: un plebiscito negativo che ha visto prevalere il No in tutti e quattro i quesiti posti alla cittadinanza, con percentuali nettamente superiori al 50% e punte oltre il 60% nelle questioni più sensibili, come quelle sulle basi militari straniere e sulla convocazione di una nuova Assemblea Costituente.
Secondo i dati del Consejo Nacional Electoral (CNE), più di 13,9 milioni di ecuadoriani erano chiamati a votare, con una partecipazione finale che ha superato l’80%, confermando il carattere massiccio, ordinato e pacifico della giornata. Una partecipazione tanto alta, in un contesto segnato da violenza, crisi economica e sfiducia nelle istituzioni, ha trasformato dunque il referendum in un vero giudizio politico sull’operato del governo Noboa e sulla sua collocazione subalterna rispetto a Washington.
La consultazione verteva su quattro questioni centrali: l’eliminazione del divieto costituzionale di installare basi militari straniere sul territorio nazionale, la soppressione del finanziamento pubblico alle organizzazioni politiche, la riduzione del numero di asambleístas (deputati) da 151 a 73 e la convocazione di un’Assemblea Costituente incaricata di redigere una nuova Carta, sostituendo la Costituzione progressista di Montecristi del 2008, redatta all’inizio della presidenza di Rafael Correa. In tutte e quattro le domande, il No si è imposto nettamente: circa il 60,8% contro le basi straniere, il 58,3% contro il taglio del finanziamento ai partiti, il 53,7% contro il ridimensionamento dell’Assemblea e il 61,8% contro la Costituente.
La pesante sconfitta del governo è quindi anche un chiaro rifiuto della sua strategia di smantellare i pilastri costituzionali del processo della Revolución Ciudadana inaugurato da Rafael Correa, a partire dal principio di sovranità e dalla centralità dei diritti sociali.
La campagna referendaria, del resto, si è svolta in un clima tutt’altro che sereno. Le settimane precedenti al voto erano state segnate dallo sciopero nazionale svoltosi tra settembre e ottobre, brutalmente represso dalle forze di sicurezza, con almeno tre morti, centinaia di feriti e numerose denunce di violazioni dei diritti umani da parte di organizzazioni sociali e indigene. Il governo, anziché aprire un dialogo, ha insistito sulla via dell’ordine pubblico, militarizzando il territorio e presentando la consultazione come uno strumento per “modernizzare” lo Stato e rafforzare la lotta al crimine.
Nella pratica, però, il contenuto delle domande ha subito rivelato un’altra agenda: reinstallare il dispositivo militare statunitense in un Paese che aveva già espulso il contingente nordamericano dalla base di Manta, ridurre lo spazio della rappresentanza politica e colpire direttamente l’organizzazione dei partiti, soprattutto quelli di opposizione. Non a caso, la consultazione ha avuto luogo dopo anni di crescente allineamento ai diktat del Fondo Monetario Internazionale e degli Stati Uniti, con l’Ecuador trasformato in laboratorio regionale di politiche di sicurezza ultra-repressive e austerità economica.
A incarnare politicamente questo rifiuto è stata in primo luogo l'ex candidata presidenziale della Revolución Ciudadana, Luisa González. In diverse interviste, tra cui quella rilasciata a TeleSur, González ha sottolineato che la vittoria del No rappresenta un chiaro messaggio contro la trasformazione dell’Ecuador in una “corporación Noboa”, ovvero un Paese governato come se fosse il patrimonio privato del presidente, della sua famiglia e del suo gruppo economico.
González ha inoltre denunciato la “campagna milionaria di menzogne” orchestrata dal governo, che ha speso più di sette milioni di dollari in pubblicità per convincere la popolazione ad approvare il pacchetto referendario, portando avanti una comunicazione costruita “dalle reti, dalla propaganda, dalla campagna sporca, dalla menzogna”. A suo giudizio, nonostante i media egemonici si siano schierati con il governo, il popolo ecuadoriano non è più disposto a cadere in queste manipolazioni.
Ma il passaggio più forte del suo intervento riguarda la questione militare e l’allineamento agli Stati Uniti. González ha affermato che il No è un rifiuto netto alla presenza militare straniera e alla pretesa di trasformare l’Ecuador, storicamente Paese di pace, in un ingranaggio di conflitti armati internazionali al servizio di Washington. Ha ricordato l’esperienza della base di Manta e ha sottolineato che, dopo la sua chiusura voluta da Correa nel 2009, la sicurezza del Paese era migliorata in modo significativo. La leader dell’opposizione ha infine sintetizzato la volontà popolare: “Il popolo gli ha detto che non vogliamo ingerenze straniere, esigiamo rispetto per la nostra patria, la nostra sovranità e il nostro territorio”.
Anche i movimenti indigenisti dell’Ecuador hanno definito l’esito del referendum come un rifiuto dell’autoritarismo di Daniel Noboa e del suo uso clientelare delle risorse pubbliche. Marlon Vargas, presidente della CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador), ha letto il No come un messaggio contro la persecuzione politica e gli omicidi di manifestanti durante gli ultimi scioperi nazionali. “In onore di quella lotta, il popolo sacrificato ha detto No alla consultazione”, ha dichiarato, annunciando un Consejo Ampliado per definire le prossime azioni di fronte alla politica fiscale del governo, dall’aumento dell’IVA alla revisione della fine del sussidio al diesel.
Le reazioni al referedum ecuadoriano non si sono lasciate attendere neppure da parte di altri esponenti del progressismo latinoamericano. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha interpretato il “trionfo del No” come l’espressione della volontà del popolo ecuadoriano di mantenere una “Costituzione progressista”. Attraverso la sua pagina su X, Petro ha ricordato di avere già detto a Noboa che in Ecuador è possibile un dialogo nazionale per difendere il Paese dalle mafie che lo assediano, ma che questo dialogo deve partire dal rispetto della Costituzione vigente e della sovranità popolare.
Parallelamente, l’ALBA-TCP ha celebrato la consultazione come una “grande vittoria del popolo ecuadoriano”, che riafferma “l’impegno per la sovranità nazionale, l’autodeterminazione e il diritto irrinunciabile a decidere il proprio destino”. Nel suo comunicato, l’alleanza bolivariana ha ricordato che l’Ecuador è erede del “tempra del maresciallo Antonio José de Sucre, del coraggio di Manuela Sáenz, della fermezza di Eloy Alfaro e dello spirito libertario di Simón Bolívar”, collocando il No referendario nella lunga storia delle lotte indipendentiste e dell’idea di Patria Grande latinoamericana.
L’esito referendario non può essere separato dal drammatico contesto di violenza e crisi sociale che attraversa l’Ecuador. Dall’insediamento di Noboa, il Paese ha registrato più di 15.500 omicidi in meno di due anni, con una media di 22 assassinii al giorno. La dichiarazione di “conflitto armato interno”, la militarizzazione permanente e gli stati di eccezione non hanno fermato la spirale di violenza, che si alimenta della pressione dei cartelli internazionali, della corruzione statale, della povertà e della disuguaglianza.
Sul piano economico, il governo ha finanziato la sua agenda di sicurezza e il servizio del debito aumentando l’IVA dal 12% al 15%, ed eliminando il sussidio al diesel, misure che hanno fatto esplodere il costo della vita e scatenato nuove mobilitazioni. Nel frattempo, il debito pubblico ha superato gli 84 miliardi di dollari, pari al 65% del PIL, con l’Ecuador che si colloca come secondo Paese dell’America Latina - dopo l’Argentina - per esposizione al Fondo Monetario Internazionale. In cinque anni, dal 2020 al 2025, il debito è cresciuto del 33%, mentre le risorse dedicate ai servizi pubblici e alla produzione interna si riducono.
La combinazione tra violenza strutturale, austerità e dipendenza dal credito estero ha generato una situazione esplosiva. Le proteste del 2019, del 2022 e del 2025 contro i pacchetti di aggiustamento mostrano un Paese stanco di pagare il prezzo della crisi, mentre le élite economiche e i grandi gruppi finanziari continuano a beneficiare di esenzioni, evasione fiscale e rendita estrattiva. Il No referendario è anche un No a questa logica di sacrificio unilaterale.