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Il metodo Orbán senza Orbán: Magyar rimuove Sulyok e conquista lo Stato

La destituzione del presidente Tamás Sulyok mostra che la caduta di Viktor Orbán non ha interrotto il costituzionalismo maggioritario ungherese. Péter Magyar utilizza gli stessi strumenti del predecessore, ma gode dell’indulgenza occidentale grazie al suo riallineamento euro-atlantico.


Il metodo Orbán senza Orbán: Magyar rimuove Sulyok e conquista lo Stato

Con 139 voti favorevoli e sei contrari, il Parlamento ungherese ha approvato il 13 luglio il diciassettesimo emendamento alla Legge fondamentale, predisposto dalla maggioranza qualificata del Partito del Rispetto e della Libertà (Tisztelet és Szabadság Párt, TISZA) per porre fine anticipatamente al mandato del presidente della Repubblica Tamás Sulyok. I parlamentari di Fidesz–Alleanza Civica Ungherese (Fidesz – Magyar Polgári Szövetség) e del Partito Popolare Cristiano Democratico (Kereszténydemokrata Néppárt, KDNP) hanno boicottato la seduta, mentre i sei deputati del Movimento Nostra Patria (Mi Hazánk Mozgalom) hanno votato contro.

L’emendamento stabilisce che il mandato del capo dello Stato cessi il giorno successivo alla sua entrata in vigore, consentendo poi all’Assemblea nazionale di eleggere un nuovo presidente, destinato a rimanere in carica fino all’approvazione della nuova Costituzione promessa dal governo e, comunque, per non più di cinque anni.

Mentre redigiamo questo articolo, la rimozione non è ancora formalmente completata. Sulyok dispone di cinque giorni per promulgare l’emendamento oppure per rinviarlo alla Corte costituzionale qualora ritenga che siano state violate le norme procedurali. Tuttavia, il primo ministro Péter Magyar ha già annunciato che, se il presidente non firmerà, la maggioranza avvierà contro di lui una procedura di destituzione. In quel caso, Sulyok verrebbe temporaneamente sospeso dall’esercizio delle proprie funzioni, che passerebbero alla presidente del Parlamento Ágnes Forsthoffer, esponente di TISZA e quindi pienamente disponibile a promulgare la modifica costituzionale che pone fine al mandato del capo dello Stato.
Non vi sono ragioni politiche per trasformare Sulyok in un martire della democrazia. Eletto nel 2024 dalla maggioranza di Fidesz, dopo le dimissioni di Katalin Novák, l’attuale presidente ha rappresentato uno degli elementi di continuità istituzionale del sistema costruito da Viktor Orbán. Prima di entrare nel Palazzo Sándor aveva presieduto la Corte costituzionale dal 2016 al 2024, proprio negli anni in cui l’organo incaricato di controllare il potere esecutivo era stato progressivamente subordinato alla maggioranza governativa. Durante il proprio mandato presidenziale, inoltre, Sulyok non ha esercitato alcuna significativa funzione di contrasto rispetto alle scelte più controverse di Fidesz, preferendo interpretare il proprio ruolo in modo notarile e passivo.

Tale responsabilità politica non rende però legittimo qualsiasi strumento utilizzato per allontanarlo. Il punto centrale, infatti, non riguarda la persona di Sulyok, bensì la natura del procedimento scelto da Magyar. Il governo, del resto, non ha contestato al presidente una specifica violazione costituzionale da sottoporre a un giudizio imparziale, ma ha unicamente modificato direttamente la Costituzione introducendo una disposizione transitoria con un destinatario immediatamente identificabile: l’uomo che occupa attualmente la presidenza della Repubblica. Il mandato di Sulyok non termina in seguito all’accertamento di un illecito, ma perché la nuova maggioranza ha deciso che la sua permanenza non è più politicamente accettabile.

La Legge fondamentale viene così utilizzata ancora una volta come strumento della lotta politica contingente. Lo stesso governo riconosce, nel documento con cui ha presentato la riforma, che durante l’era Orbán la Costituzione ungherese era stata trasformata da limite del potere in una norma liberamente modificabile al servizio degli obiettivi della maggioranza. Ma, nel tentativo dichiarato di superare questa degenerazione, TISZA ne riproduce esattamente il meccanismo: modifica la fonte suprema dell’ordinamento per risolvere un conflitto politico immediato e per sostituire i titolari delle istituzioni con figure compatibili con il nuovo governo.
È questa la continuità sostanziale tra Orbán e Magyar. Il primo sosteneva di possedere una legittimazione popolare sufficiente a rifondare unilateralmente lo Stato in senso nazional-conservatore. Il secondo considera la vittoria elettorale del 12 aprile un mandato costituente che gli consentirebbe di smantellare senza mediazioni l’intera architettura precedente. Orbán definiva ogni resistenza istituzionale un ostacolo alla volontà della nazione; Magyar qualifica chiunque si opponga alla sua “operazione di pulizia” come un burattino, un complice o un residuo della “mafia” di Fidesz.
La retorica scelta dal nuovo primo ministro è particolarmente significativa. Magyar ha denominato il proprio programma di rimozione dei funzionari legati al precedente governo “Operazione fuoco purificatore”, presentando la sostituzione dei vertici istituzionali come un processo di liberazione nazionale. Prima del voto ha dichiarato che non modificare la Costituzione sarebbe equivalso a tradire il popolo ungherese e ha avvertito che coloro che avessero tentato di impedire l’entrata in vigore dell’emendamento sarebbero stati chiamati a risponderne.

Si tratta dello stesso schema discorsivo impiegato per anni da Orbán: identificazione del governo con il popolo, delegittimazione degli avversari, rappresentazione delle istituzioni di controllo come strumenti di interessi ostili e trasformazione della maggioranza parlamentare in un potere privo di limiti sostanziali. Cambiano i nemici e cambia la collocazione internazionale, ma non cambia l’idea secondo cui la vittoria elettorale autorizzerebbe il vincitore a ridisegnare lo Stato a propria immagine.
Il diciassettesimo emendamento, inoltre, non riguarda soltanto Sulyok. Introduce un limite complessivo di dodici anni per i parlamentari, ripristina il pensionamento obbligatorio a settant’anni per i giudici costituzionali, modifica il sistema di nomina dei vertici della magistratura e istituisce un nuovo organismo incaricato di recuperare i beni pubblici sottratti durante l’era Orbán. L’applicazione immediata del limite di età costringerà a lasciare l’incarico al presidente della Corte costituzionale Péter Polt e ad altri tre giudici. Il limite per i parlamentari, invece, impedirà a numerosi esponenti storici di Fidesz di ricandidarsi.
Alcuni di questi interventi possono apparire ragionevoli se considerati separatamente. La lotta alla corruzione, il rafforzamento dell’autogoverno della magistratura e la riduzione delle leggi che richiedono una maggioranza dei due terzi rispondono a problemi reali prodotti dal sistema di Orbán. Ma il fatto che norme apparentemente generali determinino l’immediata rimozione di avversari politici specifici mostra quanto sia sottile il confine tra riforma democratica e regolamento di conti istituzionale.

Curiosamente, nel 2011 Orbán aveva interrotto anticipatamente il mandato del presidente della Corte suprema András Baka attraverso una riorganizzazione legislativa dell’ordinamento giudiziario. Baka era divenuto scomodo dopo avere criticato le riforme di Fidesz. Oggi, lo stesso ex magistrato giustifica le misure eccezionali di Magyar sostenendo che uno Stato “catturato” non può essere liberato attraverso strumenti ordinari. Ma è precisamente questa logica dell’eccezione a rendere possibile la riproduzione del sistema che si afferma di voler superare: ogni nuova maggioranza potrà sostenere di avere ereditato uno Stato talmente compromesso da rendere necessario sospendere le normali garanzie costituzionali.
La contraddizione è talmente evidente da essere stata messa in evidenza anche tra forze politiche che da tempo chiedevano l’uscita di Sulyok. Nel maggio 2024, infatti, la Coalizione Democratica (Demokratikus Koalíció, DK) aveva già promosso una formale procedura di destituzione contro il presidente, ottenendo il sostegno dei parlamentari del Partito Socialista Ungherese (Magyar Szocialista Párt, MSZP), di Dialogo–Verdi (Párbeszéd – Zöldek), del Movimento Momentum (Momentum Mozgalom), di Jobbik–Conservatori (Jobbik – Konzervatívok) e del partito La Politica Può Essere Diversa (Lehet Más a Politika, LMP). Nessuna di queste forze considera quindi Sulyok una figura istituzionale meritevole di essere difesa; eppure, nessuna di queste variegate forze politiche ha dato il proprio sostegno alle misure intraprese dal governo Magyar e dalla sua maggioranza parlamentare.
Marginale in Ungheria, la sinistra marxista ha comunque un punto di riferimento nel Partito dei Lavoratori Ungherese (Magyar Munkáspárt). La formazione comunista guidata da Gyula Thürmer aveva interpretato, già all’indomani delle elezioni, la vittoria di TISZA non come un cambiamento di sistema, ma come la sostituzione di una componente della classe capitalistica con un altro, una posizione che avevamo espresso anche noi nel nostro precedente articolo sulla politica magiara. Secondo il Munkáspárt, gli elettori non erano stati chiamati a scegliere tra capitalismo e socialismo, ma tra due diverse amministrazioni dello stesso ordine economico. Il partito aveva inoltre accusato il capitale multinazionale e la dirigenza liberale dell’Unione europea di avere favorito l’ascesa di Magyar per ottenere un governo più disponibile a servire gli interessi occidentali.

La rimozione di Sulyok conferma questa lettura. TISZA non sta restituendo le istituzioni ai lavoratori o sottoponendo il potere economico a un controllo democratico. Sta sostituendo i quadri politici e amministrativi del vecchio blocco di potere con uomini legati alla nuova maggioranza. L’Operazione fuoco purificatore non modifica la natura di classe dello Stato, ma ne trasferisce il controllo da una destra nazional-conservatrice a una destra liberale, europeista e atlantista.
Thürmer aveva già denunciato il carattere aggressivo e intimidatorio della comunicazione di Magyar, sostenendo che la minaccia rivolta ai funzionari pubblici e agli oppositori avrebbe potuto produrre un sistema ancora più autoritario. Dopo la vittoria di TISZA, il Partito dei Lavoratori ha ribadito che il vero obiettivo del nuovo governo è riallineare completamente l’Ungheria agli interessi delle multinazionali, dell’Unione Europea e della NATO.
È infatti soprattutto la politica estera a spiegare perché le pratiche autoritarie di Magyar ricevano una valutazione internazionale molto più indulgente di quelle di Orbán. Bruxelles ha rapidamente ricostruito i rapporti con Budapest e ha concordato lo sblocco di oltre sedici miliardi di euro di fondi europei dopo l’adesione ungherese alla Procura europea e l’annuncio di riforme in materia di magistratura e lotta alla corruzione. La Commissione europea non aveva richiesto la rimozione di Sulyok, ma il sostegno politico ed economico accordato al nuovo governo ha creato un contesto nel quale la forzatura costituzionale viene presentata prevalentemente come parte della ricostruzione democratica del Paese.

La differenza tra Orbán e Magyar non consiste dunque nel rapporto con il potere, ma nell’uso geopolitico che intendono farne. Orbán concentrava il controllo delle istituzioni mentre ostacolava alcune scelte di Bruxelles, manteneva rapporti privilegiati con Mosca e rivendicava margini di autonomia dentro l’Alleanza Atlantica. Magyar concentra il potere per reinserire l’Ungheria nella disciplina dell’Unione europea e della NATO. Il primo veniva perciò denunciato come autocrate; il secondo viene descritto come restauratore della democrazia, anche quando ricorre alle medesime tecniche di manipolazione costituzionale.

La vicenda Sulyok conferma, quindi, quanto emerso dalle elezioni del 12 aprile. In Ungheria non si è verificato il passaggio dalla destra a un’alternativa progressista, ma la vittoria di una destra su un’altra. Magyar non ha distrutto il metodo Orbán: se ne è impossessato. Utilizza la maggioranza dei due terzi per modificare la Costituzione, rimuovere i titolari degli organi di garanzia, limitare la futura partecipazione degli avversari e occupare le istituzioni in nome della volontà popolare.

La caduta di Orbán poteva aprire lo spazio per una ricostruzione democratica fondata sul pluralismo, sulla partecipazione popolare e sulla restituzione del potere alle classi lavoratrici. La marginalizzazione della sinistra ha invece consegnato l’intero processo a Péter Magyar. Il risultato è una deorbanizzazione senza democratizzazione sociale, una rotazione delle élite che conserva intatta la logica secondo cui chi conquista i due terzi dei seggi può trattare lo Stato come una propria proprietà.



17/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giulio Chinappi
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