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Il multipolarismo sotto pressione le contraddizioni dei BRICS

l’autore esamina la condizione geopolitica dei Brics, le problematiche che derivano da questa associazione e le spinte americane alla distruzione dell’alleanza.


Il multipolarismo sotto pressione le contraddizioni dei BRICS Credits: https://flickr.com/photos/agenciasenado/54556665030/

Il seminario internazionale tenutosi a Niterói, in Brasile, nel settembre 2026, ha riproposto un repertorio ormai consolidato del pensiero antimperialista. La crisi del capitalismo, il declino dell'egemonia statunitense, la bisogno di un mondo multipolare e la difesa della sovranità dei popoli sono questioni reali che meritano di essere affrontate senza pregiudizi. Il problema nasce quando l'interpretazione ideologica prende il posto dell'analisi dei rapporti di forza e quando ogni difficoltà dell'ordine occidentale viene presentata come una vittoria del campo che dovrebbe sostituirlo.

La situazione internazionale è però più complessa. Gli Stati Uniti subiscono una concorrenza crescente, soprattutto da parte della Cina, la Russia cerca di consolidare la propria posizione strategica, le potenze emergenti chiedono maggiore rappresentanza nelle istituzioni internazionali. Questi processi non hanno prodotto un fronte originale coeso, che agisce con una strategia politica, economica e militare in modo simile ai paesi occidentali. Questa è la contraddizione che una lettura puramente elogiativa del multipolarismo tende a sottovalutare. La crisi dell'assetto esistente non implica meccanicamente la nascita di un nuovo ordine alternativo. Il Brasile, per la sua dimensione economica e il suo ruolo diplomatico, costituisce un caso particolarmente importante, nel mondo BRICS. La sua partecipazione ai BRICS esprime la volontà di ampliare gli spazi di autonomia internazionale. Ma Brasilia non considera necessariamente tale raggruppamento un'alleanza che possa essere ostile agli Stati Uniti. Apparentemente il Brasile non sembra essere disposto a subordinare ogni propria scelta agli interessi strategici di Mosca e Pechino, nella realtà Brasilia subisce le pressioni statunitensi di rendere difficile a Russia e Cina la costruzione di un’alleanza che ponga fine all’unilateralismo residuo americano. Questa differenza non è marginale. È una delle ragioni fondamentali della debolezza politica dei BRICS. La contraddizione principale del raggruppamento risiede nella diversità degli obiettivi perseguiti dai suoi membri. Per Russia e Cina, il rafforzamento dei BRICS si inserisce in una competizione strategica con l'ordine internazionale dominato dagli Stati Uniti. Per Mosca, la questione è legata anche alla contrapposizione con l'Occidente e alla ricerca di partner economici e diplomatici in grado di ridurre gli effetti dell'isolamento, per Pechino riguarda la revisione degli equilibri globali, la sicurezza delle proprie catene di approvvigionamento e l'ampliamento della propria influenza economica e politica. 

Brasile e India perseguono invece una strategia differente. Entrambi vogliono accrescere il proprio peso internazionale, ma non intendono necessariamente trasformare i BRICS in un blocco politico-militare contrapposto all'Occidente e non vogliono mettersi in urto con gli Stati Uniti. Per questi Paesi, il raggruppamento rappresenta soprattutto uno strumento economico, diplomatico e politico che serve ad ampliare le possibilità di cooperazione, ottenere maggiore rappresentanza nelle istituzioni internazionali e negoziare da posizioni più favorevoli con le grandi potenze. Dentro i BRICS la differenza è sostanziale, per Mosca e Pechino, i BRICS possono contribuire alla trasformazione degli equilibri strategici mondiali; per Brasilia e Nuova Delhi, devono anche preservare la libertà di manovra e la possibilità di collaborare con Washington quando ciò risponde ai rispettivi interessi nazionali. La frattura, dunque, non nasce soltanto dalle pressioni americane. Esiste già nella diversa concezione del ruolo che i BRICS dovrebbero svolgere. 

Gli Stati Uniti sono riusciti a sfruttare queste divergenze, ove non le hanno create essi stessi, con minacce tariffarie contro i membri dei BRICS o esercitando pressioni sulle relazioni commerciali, attraverso iniziative volte a rafforzare i rapporti bilaterali con singoli paesi a favore degli USA, rendendo più difficile la formazione di una posizione comune dei BRICS. Nel caso brasiliano, Washington ha congiunto le proprie misure commerciali a questioni politiche interne, nel caso indiano, le relazioni con gli Stati Uniti restano condizionate da interessi strategici, commerciali e tecnologici che New Delhi non vuole sacrificare. Gli esiti sono  evidenti, ciascun governo dei BRICS sta valutando il costo concreto di un confronto con Washington e tende a privilegiare il proprio interesse immediato rispetto alla coesione dei BRICS. Ciò non vuol dire che gli Stati Uniti controllino le decisioni di Brasile e India, né che ogni divergenza sia il risultato di un piano americano, tuttavia ciò segnala che una superpotenza dotata di strumenti economico finanziari, tecnologici e militari notevoli, finisce per esercitare pressioni efficaci su quei paesi che non dispongono di una strategia comune altrettanto solida. Purtroppo il punto fondamentale è che i BRICS non sono stati divisi dall'esterno, ma che le pressioni esterne hanno trovato terreno fertile in controversie già presenti al loro interno. 

Questa realtà dei BRICS è stata valutata da due centri di studio e ricerca il Council on Foreign Relations e il Carnegie Endowment, che hanno sottolineato proprio questa complessità. Brasile e India non vogliono necessariamente trasformare il raggruppamento in un fronte antioccidentale, mentre Cina e Russia attribuiscono alla trasformazione dell'ordine mondiale un significato strategico marcatamente antiamericano. Per meglio discernere il problema, bisogna considerare gli strumenti concreti della politica statunitense. I dazi, spesso in Europa demonizzati, non sono soltanto misure commerciali, ma strumenti di pressione diplomatica, soprattutto quando vengono applicati a Paesi che dipendono dal mercato americano per una parte importante delle proprie esportazioni. Ancor di più lo sono le limitazioni alle tecnologie statunitensi, come a maggior ragione l’accesso ai finanziamenti, la cooperazione militare e i rapporti con gli alleati. Deve essere chiaro a chi vuol capire il mondo odierno che la forza americana non deriva unicamente dalla superiorità militare, ma il risultato della combinazione di diversi strumenti. Non meno importanza ha il ruolo del dollaro, derivante dalla centralità dei mercati finanziari in mano alla Federal reserve, nella capacità di attrarre investimenti, nel controllo di tecnologie strategiche ed in una rete di alleanze costruita nel corso di decenni. Tutti questi strumenti consentono a Washington di esercitare pressioni senza dover ricorrere direttamente alla forza militare. Il caso brasiliano è significativo. Il Paese ha interesse a sviluppare le relazioni con la Cina, il suo principale partner commerciale, ma non può ignorare le conseguenze di un deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Il governo brasiliano deve quindi cercare un equilibrio tra autonomia diplomatica, accesso ai mercati e difesa degli interessi economici nazionali. Per quanto riguarda l'India, il problema è ancora più complesso. Nuova Delhi mantiene una storica relazione strategica con la Russia, ma considera anche gli Stati Uniti un partner importante nella competizione con la Cina, suo avversario storico. I rapporti con Pechino rimangono pertanto condizionati da rivalità territoriali e strategiche. Non deve sorprendere perciò, che l'India rifiuti di trasformare i BRICS in un'alleanza diretta contro Washington. L’effetto è che la politica americana può ottenere risultati non necessariamente costringendo un Paese a uscire dal raggruppamento, ma rendendo più difficile che esso assuma decisioni contrarie agli interessi statunitensi. Un'organizzazione può continuare a esistere formalmente e, contemporaneamente, perdere capacità di azione comune. La differenza tra peso economico e capacità politica compare con particolare chiarezza nelle riunioni internazionali. Il vertice dei BRICS di Rio de Janeiro del luglio 2025 ha prodotto una dichiarazione articolata su numerose questioni, ma ha anche mostrato difficoltà di coordinamento. Le assenze di Xi Jinping e Vladimir Putin hanno ridotto il peso politico dell'incontro, mentre il Brasile ha privilegiato un'agenda centrata sullo sviluppo, sul clima, sulla cooperazione economica e sulla riforma delle istituzioni internazionali, evitando di trasformare il vertice in una manifestazione apertamente antiamericana.

Il 15 maggio 2026, al termine della riunione dei ministri degli Esteri dei BRICS in India, non si è riusciti ad adottare una dichiarazione congiunta, causa le divergenze sulla guerra in Medio Oriente, in particolare sulle posizioni da assumere nei confronti del conflitto che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele, tutto ciò ha impedito di raggiungere una linea politica condivisa. L'India si è limitata a pubblicare una dichiarazione della presidenza. Questo fatto è particolarmente rilevante perché documenta che le divisioni non riguardano soltanto questioni secondarie. Quando si passa dalle dichiarazioni generali sulla cooperazione alla necessità di prendere posizione su una crisi concreta, gli interessi nazionali dei paesi aderenti ai Brics possono prevalere sulla solidarietà proclamata. Purtroppo bisogna trarre una conclusione più definita, e cioè che la successione dei vertici internazionali non ha ancora prodotto una struttura alternativa capace di sostituire al coordinamento un sistema coeso. 

I BRICS hanno un peso demografico ed economico considerevole, ma non hanno una politica estera unitaria, né una struttura militare comune o un sistema decisionale capace di ordinare scelte politico-militari che vincolino i propri membri. Le difficoltà nel raggiungere dichiarazioni comuni dimostrano i limiti della loro coesione politica. La pressione americana contribuisce a rendere tali limiti più evidenti, ma non ne è l'unica causa dei problemi dei BRICS. Il risultato è paradossale,  mentre si moltiplicano le dichiarazioni sulla nascita di un nuovo ordine mondiale, rimane irrisolta la questione fondamentale su come trasformare il peso economico dei membri in una capacità collettiva di decisione e di azione. Vi è poi lo SCO che offre canali di cooperazione in materia di sicurezza, contrasto al terrorismo, stabilità regionale e rapporti diplomatici. Ma la sua composizione comprende Paesi con interessi differenti e, in alcuni casi, concorrenti, come per esempio il Vietnam. 

Poi vi sono le rivalità tra India e Cina, con diverse priorità strategiche e la necessità di mantenere rapporti economici con l'Occidente. Questi due paesi limitano la possibilità di trasformare l'organizzazione in un blocco politico-militare unitario. La determinazione di Russia e Cina non basta a superare queste contraddizioni e né appartenere contemporaneamente a più organizzazioni garantisce che i membri assumano posizioni identiche nelle crisi internazionali, anzi ne rende più difficile l’unità politica. La cooperazione multilaterale alla fine amplia le possibilità di negoziazione ma non produce automaticamente un' alleanza strategica. Un sistema multipolare può dunque essere composto da numerose organizzazioni, vertici e dichiarazioni senza che esista una forza complessiva capace di modificare realmente gli equilibri mondiali. Questo è il limite di una concezione del cambiamento fondata soprattutto sulla diffusione di idee, sulla solidarietà internazionale e sulla denuncia morale dell'imperialismo. Seminari, conferenze, manifestazioni e iniziative culturali possono svolgere un ruolo importante. Contribuiscono alla formazione di una coscienza politica, diffondono interpretazioni alternative degli eventi e permettono a movimenti e organizzazioni di stabilire contatti. Ma il diffondersi di una cultura politica non equivale alla trasformazione dei rapporti di potere. Una conferenza tra stati non cambia da sola la distribuzione delle risorse economiche. Una dichiarazione non crea una capacità industriale autonoma. Un appello alla solidarietà non elimina la dipendenza tecnologica. L’accusa agli Stati Uniti di essere egemoni non riduce meccanicamente il peso del dollaro, né impedisce agli Stati Uniti di utilizzare strumenti commerciali e finanziari autoritari, per perseguire i propri interessi travolgendo i paesi deboli. 

Questo non è attinente solo a Brasile o America Latina. Nella politica internazionale il potere non dipende esclusivamente dalle idee che una società proclama, ma anche dalle istituzioni che controlla, dalle risorse di cui dispone, dalla capacità di organizzare interessi collettivi e dalla possibilità di sostenere le proprie decisioni. La cultura può contribuire a creare le condizioni politiche di un cambiamento, ma non può sostituire l'organizzazione materiale necessaria a realizzarlo. Se un raggruppamento internazionale non riesce a coordinare i propri membri quando emergono interessi divergenti, la proclamazione di un comune destino storico rimane insufficiente.   Se un Paese non dispone di una base industriale e tecnologica adeguata, la dichiarazione della propria sovranità non elimina la dipendenza dall'estero. Se un governo non riesce a sostenere economicamente le proprie scelte, la sua autonomia diplomatica incontra limiti concreti. È dunque necessario distinguere la costruzione di un'identità politica dalla costruzione di una forza capace di agire. Il mondo cambia attraverso i rapporti di forza La storia dimostra che gli assetti internazionali non vengono modificati soltanto attraverso il confronto intellettuale o il dialogo diplomatico. Le rivoluzioni, le guerre, le crisi economiche, le trasformazioni industriali e le lotte politiche hanno ripetutamente modificato la distribuzione del potere. In alcuni casi, le istituzioni sono cambiate perché nuovi gruppi sociali hanno conquistato la capacità di imporre un diverso equilibrio; in altri, perché le guerre hanno distrutto assetti precedenti o perché la crescita economica di nuove potenze ha reso insostenibile il mantenimento delle vecchie gerarchie. La rivoluzione non è necessariamente sinonimo di guerra civile, così come il cambiamento dei rapporti di forza non implica sempre il ricorso alla violenza. Ma ogni trasformazione sostanziale richiede una capacità concreta di modificare profondamente le strutture economiche e politiche esistenti. Il potere però non viene abbandonato spontaneamente da chi lo possiede semplicemente perché una nuova idea appare più giusta o perché un gruppo di Paesi proclama la necessità di un ordine diverso, come nel nostro caso. Le trasformazioni necessitano della presenza di un’organizzazione, di risorse, capacità produttiva, e strumenti politici, il tutto collegato ad una strategia in grado di sostenere il confronto con gli oppositori. Nello specifico guardando i vari scenari inerenti ai BRICS, si scopre che per il Brasile e per l'America Latina in generale, questo significa costruire una maggiore autonomia economica, rafforzare le capacità industriali, ridurre le dipendenze strategiche e sviluppare istituzioni regionali in grado di assumere decisioni concrete, scontrandosi con forza politiche e sociali che premono per mantenere la dipendenza dagli Stati Uniti. Riguardo la Russia e la Cina significa riconoscere che la loro convergenza strategica non può essere facilmente estesa a tutti i membri del raggruppamento non dotati di pari forza geopolitica. Per quanto riguarda l’India e il Brasile, bisogna vedere fino a che punto questi due paesi siano disposti a sostenere iniziative che possano comportare costi corrosivi dei rapporti con gli Stati Uniti. I BRICS sarebbe significativo  superare, almeno su alcune questioni fondamentali, le divergenze che impediscono un'azione comune. 

Non si tratta di predicare la violenza come soluzione universale, ma di riconoscere che nessun ordine internazionale cambia senza una trasformazione effettiva delle forze economiche, politiche e strategiche che lo sostengono. Il caso brasiliano mostra che l'opposizione all'egemonia statunitense non basta a creare un fronte alternativo. I BRICS riuniscono Paesi importanti, ma i loro interessi non coincidono. Cina e Russia attribuiscono al cambiamento dell'ordine internazionale una dimensione strategica che Brasile e India non condividono necessariamente nella stessa misura. Washington, attraverso dazi, relazioni bilaterali e strumenti di pressione, può sfruttare queste divergenze. Le riunioni internazionali hanno mostrato che i BRICS incontrano difficoltà nel trasformare le proprie dichiarazioni in decisioni comuni. La conclusione non è che il multipolarismo sia impossibile, né che la potenza americana sia destinata a prevalere indefinitamente, ma si deve prendere atto che il multipolarismo rimane un progetto incompiuto la cui realizzazione dipende dalla capacità dei suoi sostenitori di superare le proprie contraddizioni.

Non si cambia il mondo solamente denunciando l'imperialismo, organizzando seminari o proclamando la solidarietà tra i popoli, oppure come fanno alcuni paesi barcamenandosi tra USA e suoi avversari, identificando queste posizioni con il nome di politica del bambù.   Queste attività possono contribuire alla formazione di una volontà politica, ma non sostituiscono la costruzione di una forza organizzata. Le trasformazioni profonde si realizzano quando le idee diventano organizzazione, quando l'organizzazione acquisisce una base materiale e quando questa base permette di modificare i rapporti di potere. Le rivoluzioni sono una delle forme storiche attraverso cui tale trasformazione può avvenire; la forza, intesa come capacità concreta di sostenere e imporre decisioni politiche, rimane una componente fondamentale della storia.

Il problema dei BRICS è che dispongono di un peso economico considerevole, ma non hanno ancora dimostrato di possedere una coesione politica sufficiente a trasformarlo in un ordine internazionale alternativo.

Sitografia:

https://ceinewsletter.substack.com/p/the-coiled-spring-a-petroyuan-trap?utm_sourhatgpt.comtudio. 

https://ceinewsletter.substack.com/p/the-coiled-spring-a-petroyuan-trap?utm_source=chatgpt.comsi. 

https://ceinewsletter.substack.com/p/the-coiled-spring-a-petroyuan-trap?utm_source=chatgpt.comisi. 

https://ceinewsletter.substack.com/p/the-coiled-spring-a-petroyuan-trap?utm_source=chatgpt.comdio.

https://ceinewsletter.substack.com/p/the-coiled-spring-a-petroyuan-trap?utm_source=chatgpt.comnalisi.

22/10/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://flickr.com/photos/agenciasenado/54556665030/

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L'Autore

Orazio Di Mauro
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