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Il Partito Comunista Giapponese tra resistenza e controffensiva: Fukushima e la battaglia contro il governo Takaichi

Giulio Chinappi Partito Comunista Giapponese

L’esito deludente delle elezioni per il governatore di Fukushima non cancella la specificità della proposta comunista. Mentre il governo Takaichi accelera su riarmo, revisione costituzionale e concentrazione del potere, il PCG prepara una controffensiva fondata su pace, welfare e democrazia.

Le elezioni per il governatore della prefettura di Fukushima del 25 ottobre hanno confermato per un quarto mandato Uchibori Masao, premiando ancora una volta la continuità amministrativa in una regione segnata dalle conseguenze della catastrofe nucleare del 2011, dallo spopolamento e dalle difficoltà della ricostruzione. Il risultato ha visto il governatore uscente ottenere 585.641 voti, pari a oltre il 90% dei suffragi validi, mentre Oyamada Tomoko (al centro nella foto), candidata ufficiale del Partito Comunista Giapponese (Nihon Kyōsan-tō, PCG), si è fermata a 36.839 voti, il 5,71%. L’affluenza, pari al 44,05%, è aumentata rispetto al 2022 ma resta molto bassa, confermando una partecipazione inferiore alla metà del corpo elettorale.

Fermarsi ai rapporti numerici, tuttavia, significherebbe perdere il significato politico più interessante della consultazione. Uchibori non era infatti semplicemente il candidato di una singola formazione: la sua rielezione è stata sostenuta dalle organizzazioni locali del Partito Liberal Democratico (Jiyū-Minshutō, PLD), del Partito Democratico per il Popolo (Kokumin Minshu-tō), del Kōmeitō e del Partito Costituzionale Democratico (Rikken Minshu-tō), oltre che da Rengō Fukushima, che riunisce i principali sindacati locali. Di fronte a un blocco trasversale che comprendeva governo, centro e parte dell’opposizione parlamentare, la candidatura comunista ha rappresentato uno dei pochi tentativi di costruire un’alternativa politica chiaramente riconoscibile.

Dopo una serie di arretramenti nelle elezioni politiche, il partito sta cercando di ridefinire il proprio ruolo non attraverso un avvicinamento al centro, ma mediante la costruzione di un’opposizione più netta al governo di Takaichi Sanae, alle politiche di riarmo e all’impostazione economica favorevole alle grandi imprese. La bozza di risoluzione preparata in vista del XXX Congresso riconosce apertamente le sconfitte subite nelle ultime tre consultazioni nazionali, ma sostiene contemporaneamente che si stiano creando condizioni nuove per una “controffensiva”, proprio perché le contraddizioni della politica del PLD stanno diventando più evidenti.

L’analisi comunista parte dal primo anniversario dell’insediamento di Takaichi. Secondo Shimbun Akahata (“Giornale Bandiera Rossa”), organo ufficiale del PCG, il governo formato dal PLD insieme a Nippon Ishin no Kai ha approfondito nello spazio di dodici mesi quelle che il PCG considera le caratteristiche fondamentali della politica conservatrice giapponese: subordinazione strategica agli Stati Uniti, enorme espansione delle spese militari e sostegno privilegiato ai grandi gruppi economici. La valutazione è particolarmente severa sul terreno della sicurezza. Il bilancio militare è stato portato attraverso il bilancio supplementare dell’anno fiscale 2025 a circa 11.000 miliardi di yen, raggiungendo il 2% del prodotto interno lordo con due anni d’anticipo rispetto alla precedente tabella di marcia. Il governo punta inoltre a rivedere nuovamente i tre documenti fondamentali sulla sicurezza, mentre nel dibattito politico viene ormai evocata una crescita della spesa che tenga conto delle pressioni statunitensi verso livelli ancora superiori.

Il problema non consiste semplicemente nell’aumento quantitativo degli stanziamenti, ma nella trasformazione qualitativa dello Stato. La formula utilizzata ripetutamente dal PCG è quella della costruzione di un “Paese capace di fare la guerra”: un Giappone dotato di missili a lungo raggio, infrastrutture logistiche per conflitti prolungati, capacità offensive e un’integrazione sempre più stretta con le forze armate statunitensi. Le esercitazioni nippo-statunitensi svoltesi nelle ultime settimane confermano questa dinamica. Akahata ha denunciato il dispiegamento di missili a lunga gittata e il coordinamento tra le due forze anche nell’individuazione degli obiettivi, interpretandoli come un nuovo passo verso la fusione operativa delle strutture militari dei due Paesi.

A questa trasformazione militare si accompagna la prospettiva della revisione costituzionale. L’articolo 9, che sancisce la rinuncia alla guerra e al mantenimento di forze con potenziale bellico, continua formalmente a rappresentare il fondamento pacifista dello Stato nato dopo il 1945, ma è stato progressivamente reinterpretato dai governi conservatori. Oggi il PCG teme che la forte maggioranza conquistata dalla destra venga utilizzata per completare sul piano formale ciò che è già avanzato sul piano sostanziale. L’editoriale di Akahata del 26 ottobre ha indicato l’accelerazione della revisione dell’articolo 9 come uno dei maggiori pericoli dell’attuale fase politica, collegandola alla più generale concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo.

La questione democratica occupa infatti uno spazio crescente nell’analisi comunista. Il PLD punta a ridurre di 31 unità i seggi assegnati attraverso il sistema proporzionale alla Camera dei Rappresentanti. Per il PCG, non si tratta di una semplice riforma tecnica, ma di un intervento capace di comprimere ulteriormente la rappresentanza delle forze minori, aumentando artificialmente il peso dei grandi partiti nei collegi uninominali. Il deputato comunista Shiokawa Tetsuya ha denunciato questa proposta come un taglio della volontà popolare destinato a rafforzare una politica sempre più autoritaria. La critica assume particolare significato per una formazione come il PCG, che ottiene una parte importante della propria rappresentanza proprio attraverso il voto proporzionale.

Questi sviluppi spiegano perché il partito cerchi oggi di collegare in un unico discorso la difesa della pace, delle condizioni di vita e della democrazia. La bozza per il XXX Congresso sostiene che l’iniziale aspettativa nei confronti del governo Takaichi starebbe cominciando a indebolirsi davanti all’aumento delle contraddizioni sociali: scarso interesse per le condizioni materiali della popolazione, riarmo massiccio, trasferimento di risorse alle grandi imprese e misure giudicate restrittive sul piano democratico. Il PCG ritiene inoltre che la crescita delle forze di estrema destra e xenofobe abbia inizialmente raccolto una parte della protesta contro il sistema politico, sottraendo terreno alla sinistra; ma proprio la crescente convergenza di queste formazioni con il governo potrebbe, secondo la direzione comunista, rendere nuovamente più visibile una forza dotata di un asse di opposizione radicalmente differente.

Fukushima diventa quindi un laboratorio particolarmente significativo. La candidatura di Oyamada non aveva come obiettivo semplicemente quello di sostituire un governatore con un altro, ma cercava di mettere in discussione il modello stesso di ricostruzione della prefettura. Quindici anni dopo l’incidente alla centrale di Fukushima Daiichi, la questione nucleare resta inevitabilmente centrale. Il PCG continua a sostenere che proprio Fukushima dovrebbe essere la prefettura capace di chiedere con maggiore nettezza l’abbandono dell’energia atomica, opponendosi alla strategia nazionale che punta invece alla “massima utilizzazione” delle centrali nucleari.

Il medesimo orientamento è apparso nella contemporanea elezione suppletiva per l’Assemblea prefetturale nel collegio di Kōriyama, dove il PCG aveva candidato Nanami Shiori. Anche in questo caso il risultato è stato negativo: il seggio è stato conquistato dal candidato del PLD, come del resto tutti e tre i seggi messi in palio nelle suppletive di Fukushima, Kōriyama e Iwaki. Nanami aveva però impostato la propria campagna su sostegno salariale alle piccole e medie imprese, piena gratuità delle rette per l’infanzia e delle mense scolastiche, tutela ambientale e opposizione ai grandi progetti energetici con effetti distruttivi sul territorio. La candidatura mirava inoltre a riportare a cinque i consiglieri comunisti, consentendo al gruppo di recuperare uno status parlamentare più forte nell’assemblea prefetturale.

Da questo punto di vista, il fallimento elettorale non annulla la coerenza politica dell’operazione. Anzi, proprio la sproporzione delle forze mostra il problema di fondo con cui il PCG deve confrontarsi. La convergenza delle forze sistemiche riduce enormemente lo spazio competitivo per una candidatura alternativa, ma consente ai comunisti di sostenere che la principale opposizione istituzionale tende sempre più spesso a condividere candidati e priorità con il blocco conservatore.

È su questa constatazione che si fonda la strategia delineata verso il XXX Congresso. Il PCG non propone di rispondere alle sconfitte spostandosi a destra o attenuando la propria opposizione al riarmo. Al contrario, la sua direzione ritiene che proprio la chiarezza dell’alternativa debba diventare il punto di partenza per la ricostruzione. Pace contro militarizzazione, aumento dei salari contro trasferimento di ricchezza verso i grandi gruppi, rafforzamento dei servizi pubblici contro compressione del welfare, democrazia rappresentativa contro concentrazione del potere, diplomazia asiatica contro subordinazione strategica agli Stati Uniti: è attorno a queste contrapposizioni che il partito intende organizzare la propria “controffensiva”.