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Spontaneismo e direzione consapevole

Renato Caputro Spontaneismo e direzione consapevole

La generazione Z rappresenta attualmente chi nella ribellione non ha niente altro da perdere che le proprie catene. Ciò fa sì che questa rivolta generazionale internazionale, in atto da anni, è l’unico effettivo antidoto alla resistibile ascesa al potere della destra radicale ed estrema.

La mobilitazione internazionale dei giovani, in atto da circa quindici anni, ha prodotto dei nuovi risultati decisamente significativi. Continuano le mobilitazioni di massa in particolare in Francia e in Albania dove si sta determinando una situazione prerivoluzionaria di dualismo di potere, e in Spagna dove c’è un grande movimento già consolidato. Altri movimenti di massa si stanno sviluppando in altri paesi, in particolare in Grecia, Portogallo e, persino, in Italia. Addirittura al di là di Berlino dove aveva avuto un ruolo trainante nella prima vittoria elettorale della Linke,, anche in tutta la Germania sta per svilupparsi una mobilitazione giovanile di massa. Sempre a livello elettorale, per limitarci a questa ultima settimana, la mobilitazione giovanile ha portato a rovesciare in Serbia un presidente e un partito nazionalista e conservatore al governo dal quattordici anni. La mobilitazione elettorale è stata solo l’ultima tappa di un movimento studentesco giovanile che nel corso degli anni è diventato tanto di massa da divenire egemone all’interno dell’intera società serba. Gli studenti hanno vinto nettamente le elezioni presentando una loro lista, a cui si sono accodate diverse forze politiche compresi i comunisti, e offrendo un contributo essenziale ad un’eccezionale affluenza alle urne.

Anche in Brasile alla rielezione di Lula per il quarto mandato – per la prima volta nella storia un candidato sconfitto al primo turno è uscito vincitore al secondo, per di più con un distacco persino superiore a quello delle scorse elezioni – hanno dato un contributo fondamentale le oceaniche manifestazioni lanciate dagli studenti universitari e il loro lavoro di sensibilizzazione che ha portato un numero eccezionale di elettori alle urne.

In Italia il movimento giovanile ha fornito un grande segnale di maturità passando dall’attitudine di pura negazione dell’ordine costituito, a un’attitudine più costruttiva e propositiva, nonostante le continue provocazioni da parte del governo più reazionario della storia della Repubblica.

Certo diversi analisti anche molto di sinistra, e di una certa età, hanno espresso una posizione alquanto scettica sulle posizioni politiche, in particolare sul piano internazionale, di movimenti di massa spontanei e privi di un univoco orientamento politico come quello serbo. In effetti, proprio la posizione politica ancora fluida lascia spazio a tentativi di strumentalizzazione, in primo luogo da parte degli imperialisti dell’Unione europea. I mezzi di comunicazione di massa, a torto, presentano la mobilitazione anche russofoba, dipingendo l’ex presidente sconfitto alle urne come grande sostenitore di Putin e facendo apparire di conseguenza gli studenti come “europeisti”. In realtà tutta la Serbia, per quanto resti legata dal punto di vista storico, culturale e religioso con la Russia, dal punto di vista geografico e anche ideologico è decisamente più vicina all’Unione europea. Da entrambe le parti c’è quindi l’interesse a cercare di mantenere buoni rapporti sia con la Russia che con l’Unione europea, anche per meglio preservare la propria autonomia e indipendenza. I serbi inoltre, per quanto abbiano economicamente maggiori interessi verso l’Ue, dal punto di vista politico, trovano maggiori sponde in Russia, ad esempio nell’opposizione all’indipendenza del Kossovo. Perciò entrambi gli schieramenti in campo erano e sono contrari non solo alla guerra alla Russia, ma anche al riarmo a essa funzionale e alle sanzioni contro i russi. D’altra parte l’ex presidente pur mantenendo buoni rapporti con la Russia ha cercato di sviluppare rapporti altrettanto buoni non solo con l’Ue, ma persino con la Nato, Israele e l’Ucraina. Quindi particolarmente fuori luogo è l’accusa dei campisti che vendono dietro le vittoria degli studenti addirittura una vittoria dell’Alleanza atlantica.

Più in generale occorrerebbe superare lo sterile dualismo fra movimentisti e partitisti. Per evitare queste intellettualistiche contrapposizioni bisogna sempre avere bene in mente la necessaria dialettica che c’è fra spontaneità e direzione consapevole. Lo spontaneismo non è mai veramente tale. Ha alle sue radici due cause fondamentali: la situazione oggettiva di crisi strutturale di un modo di produzione, di una società classista e il lavoro certosino fatto negli anni precedenti dalle avanguardie per lunghissimo tempo invisibile, ma che improvvisamente dà i suoi risultati. Al solito dei molecolari cambiamenti quantitativi, il progressivo emergere della crisi strutturale prodotta da determinati rapporti di proprietà e l’opera di sensibilizzazione volta a favorire lo sviluppo della coscienza di classe da parte delle minoranze politicizzate, producono un salto qualitativo con lo sviluppo di un movimento di massa.

A sua volta poi, con il consueto rapporto dialettico di relazione reciproca, i movimenti di massa spontanei rendono possibile la direzione consapevole, che rende la minoranza politicizzata avanguardia reale. In altri termini sono le masse che in modo apparentemente spontaneo si mettono in movimento a imporre alle élite politiche di abbandonare il loro ruolo di testimonianza per mettersi in gioco nella sfida per l’egemonia. Così, ad esempio, la grande arretratezza del contesto italiano prima della rinascita di un movimento di massa aveva prodotto la catastrofe di ben tre scioperi generali separati, un record di settarismo, piccole ambizioni e opportunismo di sinistra. D’altra parte incrociando prima il 30 di ottobre e poi il secondo sciopero generale del 20 novembre, la mobilitazione di massa inaugurata dagli studenti, sta portando diversi sindacati di base di sinistra, prima spaccati persino al proprio interno, a convergere sullo sciopero prima del 30 e poi anche del 20 novembre, e raggiunge l’obiettivo di unire i lavoratori con una mobilitazione europea degli studenti contro riarmo e guerra.

In tal modo, esattamente come era successo l’anno scorso per gli scioperi generali a favore della Palestina, le date colpevolmente separate sono state investite da uno spontaneo movimento di massa che ha portato diversi sindacati di base di sinistra a convergere almeno sulla seconda data.

Da questo punto di vista resta centrale la posizione degli autoconvocati che, pur condannando da subito le burocrazie sindacali interessate in primo luogo a rafforzare la propria organizzazione – sacrificando a ciò lo sviluppo di un movimento di massa che renda davvero utile e vincente uno sciopero – ha però da subito intuito che è nel pieno interesse delle classi sociali subalterne la riuscita di uno sciopero generale. Del resto, paradossalmente, è proprio la riuscita del primo degli scioperi indetti che può favorire una partecipazione ancora più di massa agli scioperi successivi.

Naturalmente non si può né si deve dimenticare che quando non si innesca una sana dialettica fra spontaneismo e direzione consapevole si ottiene esclusivamente la soluzione della prima parte del problema, cioè il rovesciamento di regimi che sembravano immarcescibili da parte di sempre più enormi manifestazioni popolari. L’importanza di questo momento propriamente dialettico, che corrisponde alla funzione negativa della ragione, è essenziale perché distrugge il vecchio ed è, quindi, il vero e proprio motore del corso storico, procedendo di pari passo ai conflitti sociali, ma poi può non essere in grado di costruire sulle ceneri del vecchio un mondo migliore, un modo di produzione più giusto e universale del precedente. Può capitare che a un cesarismo regressivo come quello di Mubarak succeda poi un bonapartismo altrettanto regressivo come quello di Al Sisi. Può addirittura succedere che il rovesciamento di un cesarismo in ultima istanza non regressivo come quello di Assad in Siria o di Gheddafi in Libia sia sostituito o, come in quest’ultimo caso, da una guerra civile permanente e dalla successiva spartizione del paese fra signori della guerra contrapposti, o, come nel contesto siriano, da un regime decisamente peggiore, come quello che lì si è affermato dopo la vittoria dei fondamentalisti islamici. Discorso analogo vale per il Sudan in cui, oltre alla guerra civile, vi è stato il rovesciamento di un regime che con tutti i suoi difetti era di fatto antimperialista, con un regime filoimperialista. I movimenti di massa possono essere più o meno orchestrati e diretti da potenze imperialiste, dando luogo alle cosiddette rivoluzioni colorate, da quella in Serbia che ha rovesciato Milosevic, a quella in Ucraina che ha rovesciato Yanukovych. Può accadere che una rivoluzione giovanile rovesci un governo e dei partiti comunisti avvertiti come parte del sistema da rovesciare. Può esserci un movimento di massa che ha uno scopo almeno in parte reazionario, come separare nuovamente Hong Kong dalla Cina. Può anche dare vita a un governo apparentemente espressione del movimento di lotta, come avvenuto con Boric in Cile, ma che poi si rivela, più o meno inconsapevolmente, un cavallo di troia che ha riportato al governo l’estrema destra marginalizzata, dopo il rovesciamento, per via referendaria, della dittatura militare. Ci possono essere rivolte giovanili che rovesciano un regime centrista come quello di Sheikh Hasina, producendo un governo ancora più conservatore come quello uscito dalle successive elezioni.

Ci sono poi stati dei movimenti di massa non solo giovanili, nati proprio dall’ esplodere della crisi del modo di produzione capitalistico, come Occupy Wall Street o il grande movimento degli Indignados che non hanno mirato a una una reale distruzione del vecchio sistema, ma piuttosto a una sua riforma di struttura, in senso democratico. Anche il successivo grande movimento che ha avuto come principale centro di irradiazione gli Stati Uniti, Black Lives Matter, non avendo rapporti di forza sufficienti, non ha puntato a una vera e propria lotta per il potere, anche se ha più volte sfidato in modo aperto il monopolio che ha lo Stato della violenza legalizzata. Abbiamo poi movimenti più tradizionali come quello che ha portato al governo Syriza in Grecia in cui l’egemonia la hanno avuta i lavoratori salariati che hanno, con una serie di scioperi sempre più ravvicinati, rovesciato il precedente governo borghese, per sostituirlo con un altro che ben presto ha rinnegato la sua precedente vocazione a rappresentare la destra del movimento degli sfruttati, per divenire espressione dell’ala sinistra della borghesia. Abbiamo poi conflitti che rischiano di precipitare il paese in una guerra civile come quelli in atto negli Stati Uniti, a causa della politica ultra repressiva contro i più deboli portata avanti dell’Ice. Abbiamo, infine, movimenti politici principalmente sostenuti da giovani, come quelli che hanno portato Mandami a divenire sindaco di New York, e che, dopo la terribile caccia alle streghe degli anni cinquanta, stanno nuovamente e finalmente sdoganando il concetto di socialismo, sino ad allora demonizzato.

In tutti questi molteplici e anche molto diversi movimenti di massa l’insufficiente capacità di fare egemonia, ha impedito all’ élite politicizzata di sinistra,  di rappresentare l’effettiva avanguardia di queste imponenti mobilitazioni popolari. D’altra parte, è anche un rischio che in un modo o nell’altro si deve correre per continuare a sostenere e, possibilmente, provare a indirizzare, questa rivolta sociale e, almeno in parte, anche generazionale.