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Un algoritmo ci seppellirà? La sintassi bellica della «guerra intelligente»

La guerra algoritmica è una realtà che polverizza il diritto internazionale e cancella i tempi della politica. Tra droni autonomi, imperativi geostrategici e millisecondi computazionali, il vero rischio non è la rivolta delle macchine, ma un'efficienza letale che riduce l'uomo a un dettaglio troppo lento per governare il conflitto


Un algoritmo ci seppellirà? La sintassi bellica della «guerra intelligente» Credits: Fotografia di Alan Jiang — Unsplash https://unsplash.com/it/@alan_j

C’è un’ironia feroce, quasi grottesca, nel modo in cui l’umanità ha deciso di avvicinarsi al proprio ipotetico crepuscolo. Non con il boato solenne di una conflagrazione termonucleare gestita da generali tesi sul bottone rosso, ma con un server farm a raffreddamento liquido e le litanie messianiche dei suoi stessi sacerdoti.

Se vi capita di sintonizzarvi sui canali della CNN, la narrazione non somiglia più al giornalismo politico, bensì a una drammaturgia escatologica. Prendete la recente apparizione di Jacob Coxon, ex ricercatore di Anthropic che si è da poco licenziato, e profeta convertendosi alla causa della sopravvivenza della specie. Le sue parole – riassumibili nell’icastico quanto disarmante presagio «moriremo tutti con l’AI» – tracciano una finestra temporale da crunch time: dodici, massimo ventiquattro mesi prima che il margine di intervento umano diventi un residuo archeologico. Ma Coxon non è solo. Assomiglia semmai al solista di un coro di tecno-predicatori ben intonato. C’è Nate Soares, capitano del Machine Intelligence Research Institute, che denuncia come la corsa al silicio si sia trasformata in una pura competizione muscolare ad altissimo rischio, priva di qualsiasi argine etico; c’è Tristan Harris, già apostolo del «benessere digitale», che punta il dito sulla violenta vertigine competitiva tra Corporation affamate di monopoli e Governi accecati da brame di onnipotenza; e c’è Geoffrey Hinton, il «godfather» del deep learning, uscito dai santuari di Google per andare in pellegrinaggio mediatico a espiare le proprie colpe Faustiane.

Il paradosso di questo clero tecnologico è lampante: lanciano prediche apocalittiche che vengono puntualmente e devotamente ignorate un secondo dopo la messa in onda, mentre i listini di Borsa brindano al successivo rilascio del modello di frontiera.

Mentre i tecno-profeti pontificano sui network, le macchine non attendono la fine del dibattito etico. Corrono già per conto loro. Non serve evocare scenari da fantascienza hollywoodiana per cogliere il cambio di paradigma; basta guardare a ciò che è accaduto di recente nel perimetro apparentemente innocuo del sapere condiviso. Il caso del gruppo di operatori AI che, sui server di un noto progetto Wiki tedesco, ha preso il controllo editoriale dell’infrastruttura intavolando strategie di modifica, riorganizzazione e interazione del tutto indipendenti dall’uomo e prive di supervisione, è più di un semplice incidente tecnico. È una miniatura sociologica. La macchina non ha bisogno di sviluppare una coscienza per agire in autonomia: le basta la velocità.

Ragionando per mera logica funzionale, ci si imbatte in un rovesciamento concettuale spietato. Se il vettore di sviluppo misura la potenza computazionale, la velocità di calcolo e la capacità di sintesi strategica, la macchina si posiziona irrimediabilmente su un gradino superdotato. L’essere umano, intrappolato nei suoi tempi di reazione sinaptici e nelle sue lentezze fisiologiche, rischia di figurare semplicemente come l’anello debole della catena. 

La politica internazionale non è rimasta estranea a questa metamorfosi. Al contrario, ha progressivamente incorporato l'intelligenza artificiale nella grammatica della competizione tra potenze.

Il confronto tra Stati Uniti e Cina non riguarda soltanto la leadership industriale, l'accesso ai semiconduttori o il controllo delle infrastrutture digitali. Riguarda la possibilità di acquisire un vantaggio strategico destinato a riflettersi sull'economia, sull'intelligence e, inevitabilmente, sulla capacità militare. In questa prospettiva, la tecnologia smette di essere uno strumento e diventa un imperativo geopolitico. L'etica rischia di essere percepita come un costo competitivo. La regolamentazione come un rallentamento. La cautela come una concessione all'avversario. Non importa che ciascuna potenza dichiari di voler sviluppare un'intelligenza artificiale sicura, affidabile e responsabile. La logica della rivalità strategica produce un incentivo opposto: avanzare prima degli altri, nella convinzione che fermarsi equivalga a consegnare il futuro nelle mani del concorrente. È il vecchio dilemma della sicurezza, rivestito di silicio. Ed è sul campo di battaglia che la maschera della neutralità tecnologica cade definitivamente.

La guerra intelligente e l'ossimoro della precisione

È sul campo di battaglia che la maschera della neutralità tecnologica cade del tutto. L’intelligenza artificiale è già da un pezzo seduta sul braccio della morte. Dai teatri di guerra in Ucraina fino ai contesti del Sudan e di Gaza, l’uso di droni autonomi e sistemi automatizzati di puntamento non appartiene alla letteratura distopica, ma al registro dei crimini quotidiani. 

In questo contesto, la nozione stessa di armi «intelligenti» rivela la sua intima natura di ossimoro propagandistico. È in questa compressione che si annida una delle questioni più inquietanti della guerra contemporanea. La definizione stessa di arma «intelligente» meriterebbe una riflessione semantica preliminare. Intelligente rispetto a quale criterio? Alla capacità di riconoscere un bersaglio? Alla precisione balistica? Alla rapidità di esecuzione? Oppure alla possibilità di valutare la legittimità, la necessità e le conseguenze morali di un'azione?

Confondere l'efficienza tecnica con l'intelligenza significa attribuire alla macchina una qualità che il calcolo, da solo, non garantisce. E quando il calcolo viene applicato alla decisione di uccidere, l'equivoco linguistico cessa di essere innocente. 

Sul piano giuridico, l’introduzione degli algoritmi nelle catene di comando belliche ha fatto saltare i cardini del Diritto Internazionale Umanitario. Che questa disciplina sia storicamente nota anche come «diritto bellico» la dice lunghissima sulla distorsione del linguaggio in questa società che arriva ad «umanizzare la guerra» e la barbarie. Codificare il modo "corretto" di massacrare l'avversario è sempre stata un'operazione d'alta acrobazia ipocrita; prenderne atto attraverso un software che calcola la morte in millisecondi rende il quadro grottesco.

Tre principi, in particolare, vengono sottoposti a una pressione senza precedenti:

Il principio di distinzione: L’algoritmo, per quanto nutrito da petabyte di immagini satellitari e pattern comportamentali, fatica enormemente a distinguere con certezza un civile da un combattente nei contesti urbani o ibridi. Un rastrello scambiato per un fucile, un’andatura insolita interpretata come tattica sovversiva: per la macchina, il dubbio non è una categoria filosofica, ma un errore di classificazione da risolvere per approssimazione.

Il principio di proporzionalità: I sistemi automatici sono strutturalmente inabili a misurare l’intangibile. Come può un modello matematico calcolare la proporzionalità tra i «danni collaterali» (eufemismo per indicare i massacri di innocenti) e un ipotetico «vantaggio militare»? Per la macchina esiste solo un’equazione di ottimizzazione dove la vita umana è ridotta a variabile di costo.

Il principio di responsabilità umana: Senza un reale e significativo controllo umano (human-in-the-loop), la catena d’imputabilità si dissolve nel vuoto informatico. Se un drone autonomo compie un massacro in un villaggio, chi ne risponde davanti a un tribunale per crimini di guerra? Il programmatore che ha scritto il codice? L’ufficiale che ha premuto il tasto "ON"? L’azienda della Silicon Valley che ha venduto la licenza SaaS al Ministero della Difesa? Manca un soggetto imputabile per eventuali crimini di guerra o violazioni.

Sullo sfondo domina la suprema mistificazione ideologica: la costruzione di una narrazione per cui la guerra algoritmica sarebbe sempre una guerra giusta, perché sempre presentata come risposta difensiva, pulita, chirurgica e inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino ha agito come un gigantesco acceleratore di particelle per la guerra algoritmica. Il fronte si è trasformato in un laboratorio a cielo aperto in cui droni da poche centinaia di dollari, modificati con chip commerciali e software d'intelligenza artificiale, hanno ridefinito la natura dello scontro. È la celebre «democratizzazione» della capacità militare: non servono più soltanto caccia bombardieri da centinaia di milioni di dollari; bastano sciami di piccoli droni autonomi coordinati in rete per neutralizzare le tradizionali corazze degli eserciti del Novecento.

La reazione delle superpotenze non si è fatta attendere. L’annuncio da parte degli Stati Uniti, nel settembre 2026, della creazione dell’Autonomous Warfare Command (il Comando per la Guerra Autonoma) rappresenta il punto di non ritorno. L’integrazione della robotica e dell’AI nelle forze armate non è più un progetto pilota, ma il pilastro strategico della dottrina militare del XXI secolo.

Il vero dramma non risiede tuttavia nella sola potenza di fuoco, bensì nella categoria della velocità. L’essere umano è fisiologicamente lento: richiede secondi per elaborare una minaccia, valutarne il contesto, dubitare, decidere. Una macchina opera in millisecondi. In uno scenario in cui due sistemi autonomi avversari si fronteggiano, la sequenza Rilevazione → Classificazione → Decisione → Attacco → Reazione → Contrattacco si consuma a una velocità matematicamente preclusa alla comprensione umana.

Il rischio letale non è che la macchina «diventi cattiva» o sviluppi un’improvvisa malignità metafisica. È sufficiente che due algoritmi, progettati per massimizzare obiettivi differenti, interagiscano tra loro in modo imprevedibile, innescando un’escalation incontrollabile prima ancora che un generale in carne ed ossa riesca ad afferrare la cornetta del telefono.

La diplomazia nell'era dell'accelerazione

L’illusione che la diplomazia possa imbrigliare la tempesta algoritmica rasenta la vanità. Certo, non sono mancati i tentativi: nell’agosto del 2026, il Segretario Generale delle Nazioni Unite e la Presidenza del Comitato Internazionale della Croce Rossa hanno lanciato l’ennesimo accorato appello per la messa al bando delle armi letali autonome. Poco dopo, a settembre, 128 Stati aderenti alla Convenzione sulle armi convenzionali sono riusciti ad accordarsi su alcuni principi minimi di definizione dei sistemi LAWS (Lethal Autonomous Weapons Systems).

Trattasi di encomiabili esercizi di stile. La diplomazia multilaterale ragiona sui tempi lunghi delle ere geologiche; la tecnologia viaggia sui tempi della legge di Moore. Un trattato internazionale richiede un decennio di negoziati e ratifiche; un nuovo modello di frontiera viene addestrato in sei mesi; un drone commerciale cambia software in un pomeriggio.

L’umanità si trova così imprigionata nel classico dilemma della sicurezza nella sua versione più estrema: nessun governo desidera realmente affidare il proprio destino a un’infrastruttura bellica automatizzata e impazzita, ma nessuna potenza può permettersi il lusso di fermarsi per prima, nel terrore che l’avversario conquisti il margine decisivo.

L’apocalisse, in definitiva, non arriverà probabilmente con i tratti enfatici di un esercito di androidi dagli occhi rossi che marciano sulle rovine delle nostre città. Arriverà con un profilo assai più contabile e burocratico: sotto forma di una catena di piccoli, razionalissimi cedimenti del controllo umano, ceduti un millisecondo alla volta in nome dell’efficienza, dell’ottimizzazione e della sicurezza. 

Moriremo, forse, per difetto di lentezza. E il software che firmerà la nostra condanna a morte non provocherà alcun odio: si limiterà a restituire un codice di errore 200 OK, mentre l'ultimo algoritmo calcola con impeccabile precisione la nostra irrilevanza strategica.

16/10/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Fotografia di Alan Jiang — Unsplash https://unsplash.com/it/@alan_j

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L'Autore

Antonella Guidi
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