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Ungheria, cade Orbán ma a governare è sempre la destra

Le legislative ungheresi del 12 aprile hanno chiuso il lungo ciclo di Viktor Orbán, ma non hanno aperto una fase progressista. Il potere passa da una destra nazionalista a una destra europeista, mentre la sinistra resta ai margini.


Ungheria, cade Orbán ma a governare è sempre la destra

Le elezioni legislative del 12 aprile in Ungheria hanno prodotto un risultato certamente rilevante: il partito Tisza (Tisztelet és Szabadság Párt, ovvero Partito del Rispetto e della Libertà) di Péter Magyar ha conquistato 138 seggi su 199, cioè una maggioranza dei due terzi sufficiente a mettere mano alla Costituzione e all’architettura istituzionale costruita da Viktor Orbán negli ultimi sedici anni. Fidesz-KDNP, che fino a ieri monopolizzava il sistema politico, scende a 55 seggi, mentre i restanti 6 vanno a Mi Hazánk, forza dell’estrema destra radicale. Sul piano proporzionale, i dati ufficiali attribuiscono a Tisza il 52,10% dei voti di lista, a Fidesz-KDNP il 39,56%, a Mi Hazánk il 5,72%. L’affluenza, attestata intorno al 79,6%, è stata da record. La prima conclusione, dunque, è semplice: Orbán ha perso, ma il nuovo Parlamento ungherese è completamente occupato da forze di destra.

I due “competitor”

Le elezioni magiare hanno avuto luogo al termine di una campagna dominata da una retorica divisiva e allarmistica, incentrata in larga misura su Ucraina, Unione Europea, sicurezza energetica e sovranità nazionale. Inoltre, sia Orbán che Magyar hanno fatto ricorso a mezzi propagandistici non sempre nel pieno rispetto delle regole: il primo ha beneficiato di un sistema costruito nel corso degli anni, con vantaggi sistemici a favore del partito di governo, confusione tra Stato e partito, uso improprio di risorse pubbliche, forte squilibrio mediatico e lacune nella disciplina del finanziamento elettorale; il secondo, invece, ha fatto appello alla macchina mediatica dell'euro atlantismo, che spera di trovare in Magyar un interlocutore meno rigido rispetto al suo predecessore, al punto da spingere alcuni osservatori a parlare di ingerenze esterne.

Bilancio dell’era Orban

In altre parole, Orbán è stato sconfitto non perché il sistema fosse diventato improvvisamente neutrale, ma perché la crisi del suo blocco di potere era arrivata a un punto tale da non poter più essere compensata neppure dai vantaggi accumulati in sedici anni di governo, e perché l’opposizione ha potuto beneficiare del sostegno di potenti forze esterne che volevano farla finita con il “sovranismo” magiaro. Certamente, sul premier uscente hanno pesato stagnazione economica, inflazione elevata, corruzione, deterioramento dei servizi pubblici e crescente isolamento internazionale. Orbán ha continuato a presentarsi come difensore della sovranità nazionale e della stabilità, ma una parte consistente dell’elettorato ha percepito il suo sistema come logoro, clientelare e incapace di offrire un miglioramento concreto delle condizioni di vita. Allo stesso tempo, Orbán ha comunque ottenuto il voto di 2,4 milioni di cittadini, dimostrando di avere ancora un sostegno fortemente diffuso.

Un confronto tutto a destra

Detto questo, dobbiamo nuovamente ribadire che in Ungheria ha avuto luogo un confronto tutto interno alla destra. Péter Magyar, infatti, non viene certo dalla sinistra, ma neppure da un’area liberal-progressista nel senso classico del termine. Ex esponente conservatore all’interno di Fidesz, Magyar si è poi riciclato come leader di una nuova forza di centrodestra, pro-UE e fortemente centrato sulla lotta alla corruzione, puntando sulla normalizzazione dei rapporti con Bruxelles. In campagna elettorale, Magyar ha evitato di insistere troppo sui temi più divisivi, compresi Ucraina e diritti LGBTQ+, e ha preferito puntare su sanità, trasporti, corruzione e malfunzionamento dello Stato. In pratica, non siamo davanti a un’alternativa progressista a Orbán, ma a una sostituzione interna al campo conservatore, in cui una destra nazional-liberale ed europeista ha sconfitto una destra nazional-conservatrice, sovranista e maggiormente aperta al dialogo con Mosca.

A sinistra?

La sinistra, al contrario, sparisce del tutto dall’orizzonte parlamentare, anche nella sua forma moderata. La nascita di Tisza, del resto, ha alterato profondamente il panorama elettorale, inducendo diverse forze di opposizione a rinunciare perfino alla presentazione di liste nazionali per concentrare il voto anti-Orbán sul nuovo contenitore guidato da Magyar. Invece di contendere l’egemonia a Orbán su un terreno sociale e di classe, l’opposizione si è progressivamente compressa dentro una logica plebiscitaria, fino a trasferire la domanda di cambiamento su un soggetto che resta saldamente nel perimetro del centrodestra. Per questo chi legge il risultato come una “vittoria democratica” in senso genericamente progressista sbaglia bersaglio. È piuttosto il segno del collasso della capacità della sinistra ungherese di presentarsi come forza autonoma e credibile.

Il nuovo assetto parlamentare, quindi, è il prodotto di un confronto tutto interno alla destra. Da una parte c’è Tisza, che promette Stato di diritto, ancoraggio europeo, adesione all’Ufficio del Procuratore Pubblico Europeo e persino, come obiettivo politico, l’adozione dell’euro. Dall’altra resta Fidesz, sconfitto ma ancora fortissimo come opposizione nazionale, con un radicamento sociale e istituzionale che non scomparirà in poche settimane. Ai margini, ma non irrilevante, sopravvive Mi Hazánk, l’estrema destra radicale. Ne deriva un Parlamento in cui l’intero spettro della rappresentanza effettiva si colloca a destra, con differenze sulla collocazione internazionale e sul rapporto con le istituzioni europee, ma senza una presenza di forze socialiste, comuniste o ecosociali capaci di dare vita ad una vera opposizione su questioni sistemiche.

L’Ungheria di Magyar 

Secondo gli analisti, è soprattutto sulla politica estera che il cambiamento sarà più visibile. Orbán aveva fatto della sua postura di frizione permanente con Bruxelles uno degli assi del proprio consenso, intrecciando euroscetticismo, retorica sovranista, scontro sullo Stato di diritto e relazioni più calde con Mosca rispetto al resto dell’UE. Magyar, al contrario, ha presentato la vittoria come una conferma del “posto dell’Ungheria in Europa”, ha promesso di ricostruire le alleanze con l’UE e la NATO e ha chiarito che userà la nuova maggioranza costituzionale per ripristinare “pesi e contrappesi”, libertà di stampa e misure anticorruzione. La sua affermazione è stata accolta con entusiasmo da Ursula von der Leyen, Friedrich Merz, Emmanuel Macron, Donald Tusk e altri leader europei, che vi leggono il ritorno di Budapest nel mainstream continentale. In questo senso la nuova Ungheria sarà quasi certamente più integrata nell’asse politico Bruxelles-Berlino-Parigi di quanto non sia stata sotto Orbán.

Tuttavia, sarebbe un errore rappresentare Magyar come un semplice esecutore delle linee di Bruxelles. Il leader di Tisza non condivide l’ostilità frontale di Orbán verso Kiev, ma al tempo stesso si oppone a un’adesione accelerata dell’Ucraina all’UE e condiziona il miglioramento delle relazioni bilaterali alla tutela dei diritti linguistici e culturali della minoranza ungherese nella Transcarpazia. Inoltre, Magyar ha mostrato apertura a compromessi sugli aiuti europei all’Ucraina, in contrasto con l’ostruzionismo sistematico di Orbán, ma senza adottare una posizione di allineamento automatico su ogni dossier. La sua sarà dunque verosimilmente una linea più cooperativa con Bruxelles, ma non priva di margini nazionali e di elementi nazional-conservatori propri.

Neppure verso la Russia si profila una rottura totale e immediata, bensì un mutamento di registro. Orbán aveva costruito un rapporto privilegiato con Vladimir Putin e aveva usato spesso il veto ungherese come leva politica dentro l’UE, bloccando anche un prestito europeo da 90 miliardi di euro a favore di Kiev. Magyar ha detto che lavorerà più strettamente con UE e NATO, che parlerebbe con Putin se questi lo chiamasse e che gli chiederebbe di porre fine alla guerra, ma non ha prospettato una cesura diplomatica assoluta. Il Cremlino, da parte sua, ha già fatto sapere di aspettarsi la prosecuzione di rapporti “pragmatici” con Budapest. Più che una conversione bellicista, il dato essenziale sembra essere un passaggio da una politica di mediazione ambigua e di blocco tattico a una collocazione più occidentale, accompagnata però dal tentativo di preservare canali di interlocuzione e soprattutto di ridurre nel tempo la dipendenza energetica dal vettore russo attraverso nuove infrastrutture e nuovi accordi di approvvigionamento.

In conclusione

Traendo le conclusioni da questa nostra analisi, la caduta di Orbán non autorizza alcun entusiasmo ingenuo da sinistra. Certo, finisce un ciclo segnato da concentrazione del potere, distorsioni istituzionali, propaganda e uso sistematico della politica estera come strumento di polarizzazione. Ma al suo posto non arriva una forza socialista, pacifista o popolare capace di rimettere al centro redistribuzione, lavoro, diritti sociali e autonomia dal blocco euro-atlantico. Arriva una destra diversa, più rispettabile per Bruxelles, più presentabile per i mercati, più compatibile con il quadro UE-NATO, ma sempre una destra. Se oggi in Ungheria l’alternativa concreta è stata tra Orbán e Magyar, il problema di fondo non è solo la sconfitta del primo, bensì l’assenza di una sinistra capace di rompere questa falsa dicotomia. È da qui che bisogna ripartire per capire come si sia arrivati a una tale desertificazione politica e, soprattutto, come la si possa ribaltare.

17/04/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giulio Chinappi
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