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Ungheria: i cento giorni di Péter Magyar seguendo il metodo Orbán

Dalla rimozione di Sulyok alla permanenza delle norme contro gli antifascisti, fino alla stretta sull’immigrazione, i primi cento giorni di Péter Magyar confermano che la sconfitta di Orbán ha cambiato l’allineamento internazionale dell’Ungheria molto più della natura della sua politica interna.


Ungheria: i cento giorni di Péter Magyar seguendo il metodo Orbán

Quando, all’indomani delle elezioni legislative del 12 aprile, avevamo sostenuto che la vittoria di Péter Magyar non rappresentasse una svolta progressista ma un ricambio tutto interno alla destra ungherese, la tesi poteva ancora apparire eccessivamente severa agli occhi di quanti celebravano la sconfitta di Viktor Orbán come l’inizio quasi automatico di una nuova era politica per il Paese. I primi cento giorni del nuovo governo consentono ormai una valutazione molto più concreta: non soltanto quella lettura appare confermata, ma la continuità tra il vecchio e il nuovo corso si sta rivelando persino più profonda di quanto fosse possibile prevedere ad aprile. Magyar ha effettivamente smantellato alcune strutture costruite da Orbán, ha ricucito rapidamente i rapporti con Bruxelles e ha modificato l’orientamento internazionale dell’Ungheria. Sul terreno del rapporto tra maggioranza e istituzioni, della sicurezza, dell’immigrazione e persino della repressione dell’antifascismo, invece, il cambiamento è molto meno evidente. 

Il Partito del Rispetto e della Libertà (Tisztelet és Szabadság Párt, TISZA) era arrivato al potere promettendo di restituire lo Stato agli ungheresi dopo sedici anni di dominio della formazione orbanista Fidesz–Alleanza Civica Ungherese (Fidesz – Magyar Polgári Szövetség). Magyar aveva costruito una parte essenziale della propria legittimazione sulla denuncia della trasformazione della Legge fondamentale, della magistratura, dei media e delle istituzioni di garanzia in strumenti della precedente maggioranza. Una volta conquistati i due terzi dei seggi, tuttavia, la nuova maggioranza ha mostrato di considerare quella stessa capacità di intervenire unilateralmente sull’ordinamento non come un problema in sé, ma come uno strumento legittimo quando viene utilizzato per realizzare il proprio programma

La vicenda della presidenza della Repubblica, che avevamo affrontato in un nostro precedente articolo, ne resta l’esempio più evidente. Nel luglio scorso TISZA ha modificato la Legge fondamentale introducendo una disposizione destinata a interrompere anticipatamente il mandato di Tamás Sulyok, eletto nel 2024 dalla maggioranza di Fidesz. Non si è trattato quindi dell’applicazione della normale procedura costituzionale di destituzione sulla base di una violazione specificamente accertata, ma della modifica della stessa Costituzione per rimuovere il titolare di un organo considerato politicamente compromesso con il precedente sistema. Messo alle strette dalla maggioranza, Sulyok ha infine promulgato l’emendamento che determinava la cessazione del proprio mandato e, l’11 agosto, il Parlamento ha quindi eletto alla presidenza András Baka con i voti della maggioranza di TISZA, mentre Fidesz ha boicottato la votazione denunciando l’illegittimità dell’intera procedura. Baka è entrato formalmente in carica il 19 agosto. 

Oltre alla procedura caratterizzata da una chiara forzatura costituzionale, anche la figura scelta per occupare la massima carica rende la vicenda particolarmente significativa. Baka era stato il primo giudice ungherese presso la Corte europea dei diritti dell’uomo e, dal 2009, presidente della Corte Suprema. Il suo mandato venne interrotto anticipatamente alla fine del 2011 attraverso le riforme giudiziarie approvate dalla maggioranza di Orbán. Nel 2016, la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo concluse che quella rimozione era collegata alle critiche pubblicamente espresse da Baka contro le riforme del governo e costituiva quindi una violazione della sua libertà di espressione.

La scelta di Baka rappresenta dunque una rottura simbolica molto forte con Orbán, ma è stata resa possibile attraverso un metodo che ricorda precisamente quello di cui Baka stesso fu vittima. Il vecchio governo modificò l’architettura costituzionale e giudiziaria producendo come effetto la cessazione anticipata del mandato di un magistrato scomodo; il nuovo ha modificato la Legge fondamentale per ottenere la cessazione anticipata del mandato di un presidente sgradito. Le motivazioni politiche sono differenti e Baka possiede un profilo istituzionale che gli conferisce l'autorità per ricoprire la carica presidenziale, ma il problema riguarda il metodo, non la qualità personale del beneficiario finale.

Non è casuale che lo stesso Baka, nel discorso pronunciato dopo la propria elezione, abbia accusato il precedente governo di avere consentito a un solo partito di «catturare lo Stato», svuotando la separazione dei poteri e il sistema dei contrappesi, ma abbia immediatamente aggiunto che la nuova Ungheria non può essere costruita sulla vendetta e che alla giustizia deve accompagnarsi l’autolimitazione del potere. È un avvertimento che riguarda direttamente anche la maggioranza che lo ha appena eletto: il vero banco di prova della presidenza Baka sarà quindi la sua disponibilità a esercitare i limitati ma reali poteri di controllo del capo dello Stato anche nei confronti di Magyar, e non soltanto la sua opposizione retrospettiva all’eredità di Orbán.

Su questo punto, la posizione assunta dal Partito dei Lavoratori Ungherese (Magyar Munkáspárt), una delle principali forze marxiste del Paese, merita particolare attenzione. La formazione comunista guidata da Gyula Thürmer aveva respinto fin dall’inizio la rappresentazione delle elezioni del 12 aprile come un autentico cambio di sistema. Per il Munkáspárt gli elettori avevano sostituito una componente della classe capitalistica con un’altra, senza modificare la natura sociale del potere. Il 29 maggio, Thürmer aveva già individuato il rischio contenuto nella maggioranza di TISZA con una formula estremamente chiara: «Il popolo ha votato per noi, tutto è permesso». Nello stesso intervento definiva quello di Magyar un governo «capitalista fino al midollo», disposto a sottrarre il potere a un altro gruppo capitalistico ma non a trasferirlo ai lavoratori. 

La crisi sulla presidenza ha rafforzato questa lettura. Il 23 giugno, Thürmer aveva considerato pienamente legittima la questione sollevata da Sulyok davanti alla Corte costituzionale: se sia cioè accettabile modificare la Costituzione per risolvere un caso individuale. Il leader comunista sottolineava che, al di là delle formule giuridiche utilizzate, la modifica aveva come obiettivo concreto la rimozione di una singola persona. Nelle settimane successive il linguaggio del Munkáspárt si è ulteriormente irrigidito: il partito ha dedicato interventi alla questione «Democrazia o dittatura?» e alla necessità di una «resistenza nazionale», mentre il 4 agosto ha accusato direttamente TISZA di cercare una resa dei conti anziché una ricomposizione nazionale.

La continuità diventa ancora più problematica quando si passa dalla gestione delle istituzioni alla repressione dei movimenti antifascisti. Nel settembre 2025, il governo Orbán aveva introdotto una lista nazionale antiterrorismo nella quale venivano inseriti genericamente il raggruppamento denominato «Antifa» e Hammerbande/Antifa Ost. La normativa è stata successivamente incorporata nel decreto governativo 456/2025, entrato pienamente in vigore all’inizio del 2026. Il testo tuttora vigente continua a includere «Antifa» e Hammerbande nella lista nazionale, sottoponendoli alle misure restrittive previste dalla legislazione contro il finanziamento del terrorismo.

Prima delle elezioni, le conseguenze concrete erano già state evidenti. Manifestazioni antifasciste contro il cosiddetto «Giorno dell’Onore», commemorazione utilizzata dall’estrema destra internazionale per celebrare il tentativo delle forze naziste e collaborazioniste di rompere l’accerchiamento sovietico di Budapest nel febbraio 1945, erano state vietate dalla polizia. Attila Vajnai, esponente del Partito dei Lavoratori d’Ungheria 2006 – Sinistra Europea (Magyarországi Munkáspárt 2006 – Európai Baloldal), era stato inoltre sanzionato dopo una conferenza stampa organizzata insieme agli antifascisti. Secondo quanto riportato da Mérce, portale d’informazione della sinistra ungherese, cinque manifestazioni da lui notificate tra dicembre e febbraio erano state proibite, mentre Vajnai contestava l’equiparazione tra attività antifascista e terrorismo

Dopo cento giorni di governo, Magyar non ha abolito questo apparato normativo. La Federazione ungherese dei resistenti e degli antifascisti (Magyar Ellenállók és Antifasiszták Szövetsége, MEASZ) ha recentemente chiesto al nuovo presidente Baka una revisione immediata dei decreti che inseriscono «Antifa» e Hammerbande nella lista terroristica. L’organizzazione ha ricordato un principio elementare dello Stato di diritto: la responsabilità penale deve essere individuale e definita sulla base di condotte precise, mentre la qualificazione di un termine politico collettivo come organizzazione terroristica rischia di colpire associazioni e militanti pacifici e di comprimere la libertà di espressione

Al momento, il nuovo governo ha mantenuto il silenzio sulla questione. Eppure, TISZA ha dimostrato di saper intervenire con enorme rapidità quando ha ritenuto necessario modificare la struttura dello Stato: in poco più di tre mesi, ha cambiato la Costituzione, rimosso Sulyok, avviato una profonda ristrutturazione degli apparati costruiti da Fidesz e negoziato in poche settimane con Bruxelles un nuovo quadro per lo sblocco dei fondi europei. Risulta quindi difficile spiegare la permanenza della normativa contro l’antifascismo esclusivamente con la mancanza di tempo. La “deorbanizzazione” appare quindi come un processo selettivo: è rapidissima quando riguarda gli uomini e le strutture che possono limitare il potere della nuova maggioranza, molto meno urgente quando si tratta di strumenti repressivi rivolti contro settori della sinistra radicale.

La terza continuità riguarda l’immigrazione, e in questo caso Magyar non ha mai cercato seriamente di nasconderla. Già il giorno successivo alla vittoria elettorale aveva annunciato che l’Ungheria avrebbe mantenuto una linea «molto severa» contro l’immigrazione irregolare, conservando la barriera costruita da Orbán lungo il confine meridionale e riparandone le aperture. Aveva inoltre escluso l’accettazione di quote obbligatorie o meccanismi europei di redistribuzione dei migranti. La differenza rispetto a Fidesz veniva presentata soprattutto come giuridica: secondo Magyar sarebbe stato possibile impedire l’ingresso irregolare rispettando al tempo stesso il diritto europeo ed evitando le pesanti sanzioni inflitte a Budapest.

Sin dalla campagna elettorale, TISZA aveva promesso anche di non permettere ai lavoratori stranieri di «prendere i posti di lavoro degli ungheresi e abbassare i salari». In linea con questa promessa, dal 6 giugno il governo ha modificato la normativa sui permessi per i lavoratori ospiti. Secondo i dati ufficiali, i lavoratori stranieri rappresentano appena il 2% della forza lavoro ungherese, sebbene abbiano un peso molto maggiore in alcuni comparti industriali e nei servizi. Le imprese hanno avvertito che la chiusura rischia di aggravare la carenza strutturale di manodopera di un Paese caratterizzato dall’invecchiamento demografico. Secondo alcuni analisti, Magyar, come Donald Tusk in Polonia, sta cercando anche di neutralizzare le accuse della destra nazionalista dimostrando di non essere «debole» sull’immigrazione.

Su questo terreno, dunque, il passaggio Orbán-Magyar non può essere descritto come il passaggio da una destra xenofoba a un centro-destra liberale. A cambiare è piuttosto il rapporto con l’Unione Europea: mentre Orbán trasformava l’immigrazione in un terreno permanente di conflitto con Bruxelles, Magyar cerca una politica restrittiva compatibile con la costruzione di nuove alleanze europee.

Come avevamo previsto sin dalla sua elezione, infatti, Magyar ha riallineato rapidamente l’Ungheria con Bruxelles. A fine maggio, la Commissione Europea ha concordato lo sblocco di 16,4 miliardi di euro precedentemente congelati, dopo gli impegni del nuovo governo in materia di anticorruzione, Stato di diritto e accesso alla Procura europea. A luglio, poi, Ursula von der Leyen ha accolto favorevolmente l’ingresso dell’Ungheria nell’Ufficio del Procuratore Pubblico Europeo. Anche il nuovo Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato rapidamente rinegoziato con le istituzioni europee.

È quindi soprattutto l’orientamento geopolitico, non una presunta trasformazione progressista della società ungherese, a spiegare l’accoglienza favorevole riservata al nuovo governo in gran parte delle capitali europee.

La conclusione dei primi cento giorni del nuovo esecutivo magiaro è quindi meno rassicurante di quella che molti osservatori avevano formulato la notte delle elezioni: Orbán è stato sconfitto, ma una parte importante dell’orbanismo sopravvive. Non più necessariamente negli uomini che occupano le istituzioni, perché Magyar li sta sostituendo con grande rapidità, bensì nei metodi e in alcune delle politiche che hanno definito il sistema precedente. La vera discontinuità è che oggi quelle politiche vengono applicate da un governo che ha ricostruito il rapporto con Bruxelles e può quindi presentarle come parte di una nuova normalità europea.

Per la sinistra ungherese, la questione centrale rimane esattamente quella individuata dopo il 12 aprile: non scegliere quale delle due destre amministri il Paese, ma ricostruire una forza capace di rompere questa alternativa. Finché ciò non avverrà, la fine politica di Orbán rischia di restare ciò che i primi mesi di Magyar stanno progressivamente mostrando: la fine di un uomo e del suo gruppo di potere, non necessariamente la fine del modello che aveva costruito.

27/08/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giulio Chinappi
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