Stampa questa pagina

Come uscire dalla spirale crisi-settarismo?

Dal Partito in cui ricomporre le sette comuniste, al fronte anticapitalista quale antidoto alla diaspora della sinistra radicale, all’alleanza elettorale antiliberista quale strumento per riunire la sinistra, alla desistenza fra forze antifasciste per contrastare il bonapartismo regressivo.


Come uscire dalla spirale crisi-settarismo? Credits: https://rivoluzione.red/lezioni-dagli-anni-30-gli-scritti-di-trotskij-sulla-francia/

A meno di essere alla vigilia della Rivoluzione le forze che si richiamano al socialismo scientifico devono prendere parte alle elezioni borghesi. Nel sistema liberaldemocratico, che si è dimostrato il più adatto al modo di produzione capitalista, quando non si è in una fase prerivoluzionaria, la sovranità popolare si riduce al diritto di voto. L’ideologia dominante fa apparire l’attività politica come un professione specialistica, utile a far sì che tutto il resto della popolazione possa pensare esclusivamente ai propri interessi economici e sentimentali. Così tolti i pochissimi che fanno questa professione o hanno una accentuata coscienza di classe la stragrande maggioranza delle classi subalterne si interessa di politica quasi esclusivamente per capire per chi conviene votare. Per cui, sebbene le elezioni servono proprio a ridurre al minimo la sovranità popolare, occorre che i comunisti generalmente vi prendano parte.

Se non lo si fa si viene considerati degli utopisti stravaganti. Anche l’indicazione di voto di un candidato di bandiera che non ha possibilità di essere eletto e che non ha modo di incidere sul governo del paese viene considerato un estremismo infantile. Se poi c’è un governo che porta avanti politiche antipopolari e guerrafondaie in un lasso temporale tale che anche il subalterno privo di coscienza di classe se ne rende conto, una campagna elettorale che non solo non favorisce la sostituzione di tale governo, ma che rischia addirittura di favorirne la sopravvivenza non può che essere considerata negativamente dalla stragrande maggioranza degli stessi subalterni.

I comunisti e, più in generale, i rivoluzionari debbono essere delle avanguardie riconosciute dai subalterni e perciò debbono apparire non solo credibili, ma anche un punto di riferimento per l’oppresso privo di una significativa coscienza di classe. Oggi quest’ultimo in Italia avrebbe bisogno di una forza politica che sia in grado di contribuire a mandare il prima possibile a casa l’attutale governo antipopolare, senza però riproporre delle forze politiche che sono state parte integrante di governi precedenti e futuri che non migliorino la condizione degli oppressi. Oggi la maggioranza dei subalterni se non individua una tale forza può essere indotto a non occuparsi attivamente di politica neanche quando ci sono le elezioni o cedere alla logica del voto di scambio, al populismo del voto di protesta o alla logica del voto utile, per cui visto che l’unica realistica alternativa a una riproposizione dell’attuale governo antipopolare e guerrafondaio sembra essere il Pd, voteranno “turandosi il naso” per quest’ultimo. Nella migliore delle ipotesi chi non ce la fa a turarsi il naso finisce con il sostenere Avs o il Movimento 5 Stelle.

Naturalmente se un comunista si limitasse a sostenere una di queste posizioni equivarrebbe agli occhi della grande maggioranza priva di coscienza di classe a un riconoscimento che la propria parte politica è sostanzialmente ininfluente. Anche nel caso sempre più difficile che si riesca a convincere qualcuno non impegnato politicamente a votare per un candidato e una forza politica che non elegge, né contribuisce a evitare governi antipopolari, difficilmente anche agli occhi di chi era stato convinto si potrà rimanere un punto di riferimento affidabile dal punto di vista politico.

Nella situazione attuale si può rimanere una reale avanguardia, un punto di riferimento politico per chi non fa politica, se si è in grado di offrire una soluzione in grado di contribuire a mandare a casa l’attuale governo antipopolare e guerrafondaio senza perciò accodarsi a un campo largo pronto a divenire larghissimo se le forze liberali (Renzi, i radicali e Calenda) lo accettassero.

A questo scopo bisognerebbe innanzitutto fare massa costruendo un fronte di tutte le forze anticapitaliste in senso progressista o socialista. Poi occorrerebbe lavorare a una alleanza elettorale con tutte le forze antiliberiste progressiste o di sinistra, all’interno del quale le forze anticapitaliste dovrebbero partecipare esplicitamente alla lotta per l’egemonia, mirando a far prevalere la componente proletaria su quelle della piccola borghesia di sinistra, dei ceti medi riflessivi progressisti, dei populisti di sinistra e dei sinceri democratici.

L’alleanza elettorale potrebbe essere appetibile per i dirigenti delle componenti antiliberiste di formazioni come Avs o M5S solo se il fronte anticapitalista sarebbe disponibile a un patto di desistenza con le forze liberali per impedire a eredi del fascismo e radicali di destra di continuare a governare il paese.

Desistenza che non significa scendere a patti con i liberali, ma pur mantenendosi autonomi e alternativi tanto ai liberisti quanto alla destra radicale, non lasciare spazio a quelle forze reazionarie che renderebbero sempre più angusti gli spazi di agibilità politica, come lo stesso decreto sicurezza ha recentemente reso evidente.

In tal modo si favorirebbe la spaccatura o la marginalizzazione in formazioni come Avs e i M5S delle componenti liberali di “sinistra”. Mente nello stesso Partito Democratico si potrebbe favorire la fuoriuscita della componente socialdemocratica, quella che fa riferimento all’ala centrista della maggioranza della Cgil, che attualmente ha la maggioranza relativa nel principale sindacato italiano.

Allo stesso modo il patto di desistenza contro la destra radicale potrebbe favorire la spaccatura nel Pd da parte di quell’area moderata, non di rado di ascendenza democristiana o neoliberista, che preferirebbe un governo di larghe intese e uno stesso governo tecnico piuttosto che trovare un accordo in funzione antifascista con una alleanza antiliberista con una componente anticapitalista non disponibile a farsi egemonizzare o a scende a patti con i liberali.

A tale scopo è essenziale che le forze anticapitaliste denuncino dinanzi alla propria classe di riferimento i dirigenti dei liberali con cui si è fatto il patto di desistenza per quello che sono, cioè degli oligarchi nemici del popolo. Mentre i dirigenti delle forze antiliberiste ma non anticapitaliste vanno denunciate come degli avversari di classe, che non faranno mai realmente l’interesse del proletariato.

A questo scopo le componenti comuniste rivoluzionarie all’interno del fronte anticapitalista dovranno coalizzarsi per fare egemonia sulle forze pacifiste e sinceramente democratiche, contrarie alla rivoluzione sociale e/o socialista. A questo scopo bisognerebbe lavorare a ricostruire il partito comunista di Lenin e di Gramsci che era in grado di tenere insieme tutte o quasi le componenti comuniste, lasciandogli la possibilità di organizzarsi liberamente in correnti, componenti o frazioni, nel senso di un effettivo centralismo democratico. Per cui si è un partito di quadri, un reale intellettuale collettivo in cui si dà il più ampio spazio alla battaglia delle idee anche in forme organizzate al proprio interno, anche se poi si agisce in modo unitario nella lotta per l’egemonia o nella lotta politica verso tutte le forze che si collocano all’esterno.

Sul piano della politica internazionale che è una delle questioni spesso più divisive anche fra i comunisti che si avvertono come rivoluzionari, bisognerebbe tenere ferma la comune contrapposizione a ogni forma di imperialismo, a prescindere dalle diverse posizioni e giudizi ad esempio su paesi stranieri. Mentre sulle questioni dei giudizi storici bisogna lasciare campo libero alla battaglia interna delle idee anche in modo organizzato e collettivo. Unico limite da questi punti di vista, cioè nel franco confronto-scontro di idee fra comunisti, è che non bisogna mai ricorrere alla violenza, alle insinuazioni e ad accuse infamanti o alla logica della epurazione, dell’espulsione di chi la pensa diversamente.

Dunque il reale centralismo democratico implica la massima democrazia interna, il più libero e franco confronto-scontro di idee, ma anche che la minoranza e la maggioranza si riconoscano reciprocamente, ognuna rispettando la legittima funzione dell’altra.

In effetti, negli ultimi anni, più va avanti la crisi e più aumenta di conseguenza la frammentazione fra le forze progressiste, fra la sinistra e fra i comunisti. Uno degli aspetti fondamentali della crisi è proprio lo sviluppo del settarismo, che è in primo luogo effetto della crisi, ma poi ne diviene una concausa che tende ad aggravarla. Si sviluppa così un micidiale rapporto di relazione reciproca fra crisi e settarismo.

La crisi riguarda le forze di sinistra e ancora di più i comunisti, meno le forze liberaldemocratiche e meno ancora le forze della destra radicale, almeno nel contesto italiano perché in Europa sono anch’esse frammentate al loro interno.

Le forze della sinistra radicale in Italia tendono sempre più a dividersi secondo la vecchia cattiva logica dualistica che tende a contrapporre i riformisti e i massimalisti. Così nella parte della sinistra radicale in cui prevale il riformismo di destra si finisce per andare a rimorchio, facendosi egemonizzare, dei liberaldemocratici. Dall’altra parte prevalendo l’opportunismo di sinistra o ci si divide sempre più, o quando ci si ricompone lo si tende a fare cacciandosi nel vicolo cieco dell’estremismo.

In tal modo non si riesce a costruire né il partito comunista, né il fronte anticapitalista, né l’alleanza elettorale antiliberista, né la desistenza antifascista. Abbiamo da una parte la componente più moderata della sinistra radicale che riesce a farsi risucchiare persino nel campo larghissimo, per quanto è subalterna ed egemonizzata dai liberaldemocratici (la linea testardamente unitaria di Schlein), dall’altra le forze più di sinistra che se non continuano a frammentarsi si ricompattano solo scadendo sul piano dell’estremismo secondo la logica suicida del tanto peggio tanto meglio.

In altri paesi in cui la crisi della sinistra è meno conclamata della nostra, dalla Francia alla Spagna, dalla Germania al Portogallo si riescono a fare desistenze antifasciste e, con maggiori difficoltà, fronti anticapitalisti ed alleanze elettorali antiliberiste. Mentre decisamente più acuta è la crisi dei comunisti, che quasi mai riescono a riunirsi nel “Partito”.

29/05/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://rivoluzione.red/lezioni-dagli-anni-30-gli-scritti-di-trotskij-sulla-francia/

Condividi

L'Autore

Renato Caputo
<< Articolo precedente
Articolo successivo >>