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Meloni, dove vai per tetti?

Come è ormai noto, la Presidente del Consiglio ha annunciato un provvedimento secondo il quale verrà posto un tetto massimo di alunni stranieri per classe, il 30%. Molto si è detto e discusso al riguardo. Quelle che seguono sono riflessioni di chi nella scuola insegna e lavora credendo nel ruolo fondamentale che questa istituzione svolge nel Paese.


Meloni, dove vai per tetti? Credits: immagine creata con IA gemini

Meloni parla in un clima di campagna elettorale per le elezioni politiche del prossimo anno; tuttavia il semplice fatto che abbia proposto, in un clima di crescente intolleranza e razzismo da parte di alcune forze politiche e sociali nel paese d’introdurre per decreto legge una norma che stabilisce un tetto massimo di alunni stranieri per classe rappresenta un atto di discriminazione razziale ed un attacco gravissimo ai diritti umani delle persone. Nella ratio della proposta del decreto, infatti, s’insinua, neanche troppo subdolamente, una logica che mina alla base sia il principio dell’inclusione scolastica che i capisaldi della nostra Costituzione che garantisce ad ogni individuo il Diritto allo studio come fattore essenziale per l’emancipazione sociale della persona nell’ottica della rimozione di tutti gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. La scuola è un presidio territoriale di Democrazia ed inclusione; impedire ad alcuni alunni l’iscrizione ad una scuola nel quartiere o nel Comune in cui risiedono perché si è oltrepassato il numero di “stranieri” può significare l’esclusione, di fatto, di quelle persone dal sistema d’istruzione pubblica, o, nel migliore dei casi l’aggravamento coatto dell’esercizio del diritto allo studio, ossia una discriminazione palese. Invitiamo tutto il personale della scuola – ma più in generale, tutte le componenti della scuola,  ad esprimere pubblicamente lo sdegno e l’indignazione contro proposte o dichiarazioni dal vago sapore xenofobo o discriminatorio verso una parte del mondo studentesco.

Qualche numero

Le ultime rilevazioni dicono che le classi in cui quel tetto è superato sono, nella scuola primaria in cui il dato è più alto, il 12,4%. Se però si escludono dal conteggio i bambini nati in Italia seppur da genitori stranieri, il dato scende allo 0,6%. Come si vede, un’inezia.

I veri problemi e cosa si fa già a scuola

Tuttavia, chi vive la scuola sa che quei numeri, che sono la media nazionale, nascondono la presenza di situazioni singole ben diverse. La prima cosa che ne ricaviamo, allora, è che la distribuzione non è uniforme e si intreccia quindi ad altri squilibri di ordine sociale: presenza sul territorio di famiglie venute da fuori, sistemi scolastici diversificati in base alle condizioni economiche delle famiglie, ecc.

Il secondo dato è la labilità del concetto di straniero in ambito pedagogico. Dal punto di vista burocratico, per la legge italiana un bambino nato qui da genitori stranieri non è automaticamente italiano. Dal punto di vista scolastico, invece, se è nato qui vuol dire che frequenterà per intero la scuola dell’obbligo, magari brillantemente, e sarà allora italianissimo.

Ecco allora che chi governa prova a mettere la pezza della conoscenza dell’italiano come discrimine, altro criterio incerto e suscettibile di variazioni anche in tempi brevissimi, soprattutto quando i bambini dai primi anni sono inseriti in contesti italofoni. 

Che succede quindi? Nelle scuole la formazione delle classi è un’operazione complessa, affidata a una apposita commissione che include Dirigenti e docenti. Il criterio di fondo che si cerca di seguire, già ora, è l’equilibrio: equa distribuzione dei livelli di rendimento, di alunni “stranieri,” di alunni con disturbi dell’apprendimento o disabili, eccetera. A volte ciò diventa impossibile, ad esempio in una scuola in cui si concentrino ragazzi provenienti da contesti sociali difficili. Le scuole, inoltre, in determinate circostanze ricompongono i puzzle delle classi perché alcune di queste, con numeri che il Ministero ritiene bassi, vengono tagliate. 

Nonostante gli sforzi di seguire criteri corretti dal punto di vista didattico, delle relazioni ecc., può capitare allora che esistano anche classi in cui il numero di alunni stranieri sia molto elevato. Che fare quando ciò si verifica? Lasciamo per ora da parte la possibilità che siano stranieri solo nel senso burocratico visto prima. Mettiamo che siano effettivamente bambini (per lo più di questa situazione parliamo) con effettivi deficit linguistici e culturali. 

Per prima cosa dovremmo porci delle domande sulle forme di integrazione e distribuzione delle famiglie non italiane sul nostro territorio. Ma rimaniamo alla scuola. La commissione formazione classi non potrà che infrangere le norme di equilibrio che abbiamo visto e questo determina in effetti un problema. Le famiglie “italiane” possono pensare che i loro figli siano rallentati dall’eccesso di bambini con deficit linguistico-culturale, gli insegnanti saranno in difficoltà a mantenere livelli omogenei, eccetera. Il tetto del 30% rimarrà sulla carta perché la scuola deve accogliere tutti ed esiste l’obbligo scolastico. 

È evidente allora che problemi reali come questi si dovrebbero affrontare con soluzioni reali e realistiche, non sparate da campagna elettorale, tenendo insieme politiche generali e politiche scolastiche. Segnaliamo alcune misure basilari, che avrebbero benefici oltre la specifica situazione degli alunni “stranieri”:

  • Ridurre il numero di alunni per classe. Il tetto minimo (altro che massimo) introdotto dalla Gelmini nel 2009, e da allora confermato da tutti i governi, spiega perché in classe abbiamo, salvo rari casi, sempre una trentina di alunni. In questo modo è impossibile una didattica efficace per tutti, indipendentemente dalla situazione di partenza. L’attenzione al singolo diventa una favola. Per il docente i carichi di lavoro sono da burn-out. Le situazioni di deficit non possono ricevere l’attenzione necessaria.
  • Investire sul corpo docente: assumere persone specializzate nell’insegnamento dell’italiano a stranieri, pensare a compresenze di insegnanti in classe ecc., non usarli solo come tappabuchi per le supplenze.
  • Eliminare il precariato, garantendo continuità didattica e lavorativa.
  • Investire nelle strutture scolastiche, per renderle luoghi accoglienti o almeno vivibili, in cui si possano offrire corsi fuori dell’orario didattico per andare incontro a chi è in situazioni di svantaggio.
  • Combattere realmente gli squilibri del sistema attraverso, di nuovo, politiche di investimenti serie e mirate.
  • Stabilire finalmente che chi ha completato il ciclo di studi nella nostra scuola, è, per ciò stesso, automaticamente un cittadino italiano.

Una scuola come questa sarebbe veramente inclusiva e garantirebbe i diritti di tutte e tutti, lavoratori e lavoratrici inclusi. Sarebbe veramente la scuola della Costituzione, in cui nessuno è straniero.

25/09/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: immagine creata con IA gemini

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