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Contraddizioni nella transizione a una società socialista

Per rilanciare con maggiore efficacia l’esigenza della transizione a una società socialista dovremmo cominciare a ragionare pacatamente sui motivi che hanno portato i pur generosissimi primi tentativi storici a un sostanziale mancato successo.


Contraddizioni nella transizione a una società socialista

Dal momento che il fine di un concetto non può che essere la sua realizzazione storica, non si può limitarsi alla massima di sano buon senso che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Come osservava già Hegel, la non azione dell’anima bella che, in nome del perfezione, non fa nulla di buono, è la peggiore delle azioni. Del resto sempre Hegel era già pienamente cosciente che qualsiasi concetto, per potersi realizzare, deve prima uscire fuori di se stesso e necessariamente perdersi, alienarsi nell’altro da sé, nel mondo storico. Solo sbagliando è, in effetti, possibile imparare, come sa bene lo stesso sano buon senso. Dunque, solo estraniandosi nell’altro da sé, sarà possibile realizzare l’ideale. Certo, ancora Hegel, già molto tempo fa aveva ben chiaro che il concetto non può mai compiutamente realizzarsi nel mondo storico, perché in esso ha comunque sempre, necessariamente, a che fare con l’altro da sé. Perciò lo spirito assoluto è necessariamente superiore allo spirito oggettivo, che si è realizzato storicamente, perché quest’ultimo per poter divenire idea è dovuto scendere a un compromesso, per quanto avanzato, con l’altro da sé.

Ciò non toglie, e di questo era cosciente già Hegel, che le successive interpretazioni non possono che sviluppare, attualizzandoli, gli eventi del passato. Perciò è così importante fare i conti con la propria storia e con le grandi azioni storiche universali realizzate dai grandi marxisti e comunisti del passato. Da un lato bisogna riconoscerne la portata storica fondamentale che hanno svolto, come primi esperimenti della società del futuro. Dall’altro, dal nostro punto di vista superiore, solo perché temporalmente posteriore, dobbiamo anche comprenderne i principali limiti, che non possono che emergere più chiaramente a chi riconsidera dal presente questi grandi eventi del passato.

È evidente che quando possono gli uomini e, in particolare, i marxisti preferiscono fare la storia, piuttosto che reinterpretarla. D’altra parte, quando un grande ciclo storico si è concluso, arriva il momento di cercare di rifletterci sopra.

Ciò non toglie che nessuna interpretazione non sia, in quanto tale, superiore a ogni azione del passato. Ora, possiamo dire che, nell’epoca immediatamente precedente la nostra, i comunisti sono stati giustamente presi dalla possibilità di realizzare storicamente delle forme di transizione verso una società in grado di superare dialetticamente il modo capitalistico di produzione. Possiamo anche aggiungere che tale prima fase di realizzazione storica del concetto di socialismo scientifico è, in qualche modo, giunta a termine. Almeno dal nostro punto di vista di marxisti italiani, giunti a un nuovo anno zero, sembra giunto il momento, considerata la grande difficoltà di realizzare transizioni postcapitaliste in paesi non ancora a capitalismo maturo, di riflettere con la necessaria acribia storica su quanto realizzato fin’ora a tal proposito, non tanto e non solo da punto di vista teorico, ma sopratutto dal punto di vista pratico.

Questo non significa fare di necessità virtù, cioè costruire una teoria scientifica della transizione postcapitalista attraverso una apologia di quanto realizzato negli ultimi anni, dal paese governato dai comunisti decisamente più importante dal punto di vista internazionale. Quindi, sebbene i comunisti cinesi non hanno mai voluto fare della loro esperienza un modello astraibile dal suo contesto ed esportabile, in piena coerenza con l’idea delle vie nazionali al socialismo, alcuni studiosi e politici italiani ne hanno voluto fare un modello talmente ideale, che ci permetterebbe, sostanzialmente, di liquidare, come ormai superati, possibili modelli che si richiamino piuttosto a esperienze storiche e concezioni teoriche storicamente antecedenti.

La presa d’atto che non è stato ancora possibile portare a compimento la transizione al socialismo, non significa che i comunisti e i marxisti debbano, perciò, rinunciare alla propria essenza, alla propria ragion di essere: filosofi della prassi. Del resto, tutti i grandi classici del marxismo non si sono limitati a teorizzare che non ci si può più limitare a cercare di interpretare meglio il passato, ma bisogna al contempo operare in funzione della trasformazione radicale dell’esistente. Tanto più se, come nel nostro caso, l’esistente è il prodotto dall’affermazione sul piano nazionale, ma in parte anche internazionale, della controrivoluzione. Anche perché i limiti principali delle esperienze del passato e del presente è che si sono dovute sviluppare in contesti decisamente poco favorevoli, proprio a causa, in primo luogo, del fallimento della Rivoluzione in occidente.

Anche in questo caso i primi tentativi che sono stati fatti, in primis proprio nel nostro paese, di praticare il concetto elaborato in primo luogo da Gramsci, possono ormai considerarsi in qualche modo conclusi. Nonostante il prolificare di organizzazioni comuniste, praticamente nessuna pone più all’ordine del giorno la questione della Rivoluzione di Occidente.

È forse giunto il momento non solo di fare un bilancio critico di questo primo grande tentativo di realizzazione storica della Rivoluzione in occidente, ma anche di provare ad aggiornare, cioè di tradurre nel nostro mondo storico, la prima grande elaborazione realizzata da Gramsci.

Dovendo, dunque, rifare i conti criticamente, cioè in modo non dogmatico, con il nostro passato non possiamo che partire dal prendere atto di una sostanziale sconfitta storica di questo primo grande tentativo di praticare la transizione postcapitalista nei paesi non occidentali, cioè non a capitalismo maturo. In secondo luogo, dobbiamo anche considerare la sconfitta anche dei primi tentativi di praticare la Rivoluzione in occidente, cioè nei paesi a capitalismo avanzato. Dalle sofferenze che inevitabilmente ci produce questa duplice sconfitta, non possiamo che comprendere che abbiamo commesso degli errori, che si sono rivelati con il senno di poi, fatali.

Per risalire all’origine concettuale del fatidico errore, si può partire da due prospettive che sono diventate in qualche modo senso comune. La prima, presente anche nei paesi in cui si è tentata di praticare la transizione a una società postcapitalista, sostiene che gli ideali comunisti, in astratto, potevano anche essere validi, ma la loro realizzazione storica è stata certamente fallimentare. La seconda ritiene che la pretesa di dover rinunciare al nostro mondo liberal-democratico, pur con tutti i suoi limiti, per passare a un regime per diversi aspetti totalitario, si è dimostrato un gioco che non valeva la candela. Dunque, la richiesta di ricercare la felicità collettiva, rinunciando alla felicità individuale, visti i risultati tutto sommato deludenti che ha prodotto (la socializzazione della miseria), si è rivelata, sostanzialmente, distopica.

Alla base teorica di tale impostazione vi è la erronea rappresentazione cristiano kantiana secondo cui l’azione buona non sarebbe più veramente tale se si incontra con la naturale ricerca della felicità dell’individuo. Al contrario, come sapevano già pensatori antichi come Aristotele, l’azione dell’uomo non può che avere come scopo la felicità, quindi il singolo potrà contribuire alla realizzazione del bene collettivo solo nella misura in cui quest’ultimo non è in contrasto con la ineliminabile tensione alla autorealizzazione dell’individuo.

Perciò, sarebbe preferibile tornare alla concezione della transizione elaborata da Lenin, per cui il socialismo sarebbe l’elettrificazione più i soviet. In altri termini la società del futuro, alla quale tendere, deve consentire un eccezionale ulteriore sviluppo delle forze produttive che deve andare di pari passo con lo sviluppo della democrazia diretta socialista consiliare. Com’è noto, più tardi con Stalin il socialismo si è ridotto alla sola elettrificazione. In altri termini, bisogna garantire un eccezionale sviluppo delle forze produttive, al quale si può ben sacrificare la realizzazione della democrazia proletaria. Tale impostazione doveva portare ad affermare un tipo di società per diversi aspetti totalitaria, portando alle estreme conseguenze concezioni già presenti in nuce non solo in Lenin, ma nello stesso Marx i quali avevano sottovalutato l’esigenza di tesaurizzare quanto di buono si era conquistato nella società borghese. Se a ciò si aggiunge che, nel modello staliniano, che rimarrà dominante in Urss, lo sviluppo delle forze produttive deve essere essenzialmente finalizzato a implementare l’industria pesante e a garantire benefici collettivi, come la realizzazione di uno Stato realmente sociale, appare evidente che con questo costante sacrificio della ricerca della felicità del singolo, tale modello non poteva che entrare, in tempi medio-lunghi, in una irreversibile crisi.

Nelle forme preponderanti in Cina dopo la rapidissima sconfitta dell’ala sinistra del partito, in seguito alla morte di Mao, si è affermata una concezione in maggiore continuità con l’impostazione staliniana, piuttosto che con quella leniniana. L’ala destra del partito, da allora al potere, ha sacrificato completamente la necessità di sviluppare una dittatura democratica del proletariato, allo sviluppo delle forze produttive. Sì è così continuato ad assistere alla dittatura burocratica della maggioranza di destra del partito, senza riuscire a superare quegli aspetti che non possono che apparire totalitari per chi è sempre vissuto in un mondo liberal-democratico.

Tale sistema, che non aveva nessuna possibilità di essere esportato in occidente, è stato accettato dalla maggioranza dei cinesi fino a che lo sviluppo significativo delle forze produttive ha migliorato in maniera sensibile le condizioni di vita della grande maggioranza degli individui.

Per realizzare ciò non si è ripetuto l’errore di sacrificare il benessere individuale allo sviluppo della collettività, e questo ha portato a mantenere sufficientemente alto il consenso, nonostante la repressione di piazza Tienanmen che, magari nel peggiore dei modi, poneva però un problema reale: il deficit di libertà individuale, quale effettiva partecipazione alle più importanti decisioni collettive. In tal modo, la società si è imborghesita proprio nel momento in cui, con l’inizio della crisi di sovrapproduzione, è anche finito l’eccezionale sviluppo delle forze produttive.

28/08/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo
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