Negli ultimi anni, specialmente tra la gioventù istruita, si sono fatte strada una serie di concezioni, come quelle di performatività, di mansplaning, di gaslighting, etc. che, richiamandosi alle categorie sviluppate dal pensiero femminista dagli anni ’60 del ‘900 in poi, ed in particolare al femminismo intersezionale e delle teorie queer, sono oggi diventate senso comune. Questi elementi, pur proponendo una critica generalizzata alla società esistente, e forse proprio per questo, non sono in grado di mettere a fuoco una alternativa effettiva nella costruzione della società, cioè non riescono ad andare oltre il momento della negazione assoluta.
A lungo, il proliferare di queste teorie di provenienza postmodernista e poststrutturalista, pur come interpretazioni di una questione importantissima come quella femminile e di genere, è stato considerato dall’autore soltanto come un problema da attaccare frontalmente. Si vuole, invece, in questo articolo cercare di andare oltre la valutazione immediata, che impone la battaglia per le idee, per riconquistare una visione del mondo razionale e cercare di studiare in maniera maggiormente determinata il fenomeno nei suoi elementi di sviluppo storico, di dibattito filosofico, di contesto sociologico e psicologico, per contribuire a metterne meglio in luce i caratteri peculairi nel contesto particolare.
Contemporaneamente, la complessità della questione e le ramificazioni che questa comporta rendono questo articolo indubbiamente incompleto, in alcuni casi forse confuso. L’autore si scusa per la caoticità: si tratta di un primo abbozzo, che può solo servire a tracciare i lineamenti fondamentali di quello che ci si augura possa essere un sano dibattito, che non potrà che essere lungo e complesso, ma necessario.
L’emergere del soggettivismo dalla bancarotta del movimento comunista internazionale
Abbiamo, in primo luogo, affermato che le critiche alla società esistente, provenienti dai settori sociali indicati, rimangono ferme al momento della hegeliana “negazione assoluta”. Questo errore ha, per dirlo con Croce, un fondamento innanzitutto pratico. Infatti, se il femminismo dell’uguaglianza si era sviluppato in un quadro storico di fortissime lotte sociali, relative tanto all’uguaglianza formale (riconosciuta dallo Stato) quanto a quella sostanziale (economico-corporativa, sul posto di lavoro), lo scontro tra i sessi che si manifesta dagli anni ’70 e che investe specialmente l’ambito riproduttivo e culturale ha invece il suo fondamento nella cosiddetta società civile. Si tratta di un momento storico nel quale, andando oltre il momento economico-corporativo da un lato e il diritto astratto dall’altro, ci si pone la questione dell’egemonia e della conquista delle sovrastrutture più complesse. È in questo ambito che nel contesto italiano i partiti e, persino, il Partito Comunista mancano di assolvere al loro compito storico di proporre un’alternativa complessiva di società, cioè di portare avanti la battaglia egemonica. Il PCI, ormai governato dalla sua struttura burocratica e teoricamente influenzato dalle concezioni strutturaliste o in generale economiciste, rinuncia alla battaglia per le idee, alla stessa prospettiva rivoluzionaria e si avvia verso la sua crisi. Si produce sempre più uno scollamento tra i soggetti collettivi e i gruppi sociali, fenomeno che da allora si andrà aggravando e che tenderà sempre più, complice la fine dei grandi movimenti di massa, a separare permanentemente intellettuali tradizioni e gruppi sociali subalterni. Le stesse teorie femministe, dagli anni ’80 in poi, avranno come centro nevralgico lo studio accademico, producendo deviazioni sempre più gravi.
Questo periodo storico necessiterebbe di ben altri sviluppi analitici rispetto a quelli che si possono abbozzare in un singolo articolo, ma ci sembra plausibile sostenere che, in un quadro così conformato, la questione di genere, nel marxismo ufficiale sussunta sotto quella di classe in maniera poco dialettica, ritrovi una sua dignità teorica nel pensiero delle femministe radicali e, in Italia, nel femminismo della differenza. Questa ripresa ha indubbiamente dei caratteri idealistici, in alcuni aspetti apertamente reazionari eppure, contestualmente, sviluppa e approfondisce lo studio su una delle contraddizioni più rilevanti di ogni società di classe, cioè quella tra uomo e donna.
È in questo contesto che si può osservare Carla Lonzi, nel fuoco dello scontro politico del tempo, attaccare implicitamente Simone De Beauvoir che, ne “Il secondo sesso”, aveva affermato che la dialettica servo-padrone della “Fenomenologia dello spirito” di Hegel, sovente chiamata in causa quando si parla dello scontro tra borghesia e proletariato, fosse applicabile alla dialettica uomo-donna e che, in questo senso, la questione femminile fosse superabile allo stesso modo della questione di classe. Contro questa concezione Lonzi, nel suo “Sputiamo su Hegel”, appellandosi in alcuni aspetti a concezioni essenzialiste, cioè che intendono le differenze tra i sessi come dati di natura, afferma l’inapplicabilità della dialettica all’opposizione tra i sessi, e utilizza questa critica come fondamento per la sua generalizzata condanna del marxismo. Una critica simile viene mossa in Francia dalla femminista belga Luce Irigaray, di scuola lacaniana. La critica di ogni società, di ogni espressione culturale, delle relazioni umane nel loro complesso, non lascia tuttavia il posto a un elemento costruttivo che, in queste autrici attive ancora nel periodo della lotta di massa del femminismo della seconda ondata, viene pensato come prodotto pratico e non anticipabile teoricamente.
Come abbiamo detto, tuttavia, a partire dagli anni ’80 il movimento femminista rifluisce, e lo studio delle questioni di sesso e genere trova una sua prosecuzione nel solo dibattito accademico. Nei decenni seguenti l’assolutizzazione dello scontro uomo-donna viene mitigato con l’emergere di altre forme di “oppressione”, categoria anch’essa di questo periodo, soggettivistica, contrapposta in questo senso al dato oggettivo dello “sfruttamento”. A tal proposito, facciamo riferimento alle aspre polemiche contro il femminismo ufficiale di autrici brillanti come Adrienne Rich, che approfondisce la questione del lesbismo e dell’eterosessualità, o Bell Hooks che si occupa della relazione tra razza e genere e condanna il classismo del femminismo bianco, in particolare negli USA. D’altro canto, proprio l’elemento soggettivistico, che riprende il decostruttivismo di Derrida o la produzione culturale della realtà e il potere diffuso di Focault, impedisce permanentemente al movimento di andare oltre una critica sterile e, in quanto tale, elitaria dell’esistente. È proprio nel quadro soggettivistico indicato che si sviluppano categorie, in alcuni casi pure utili se depurate del loro carattere puramente speculativo, di genere contrapposto al sesso, di queerness e così via.
Vista la storia di questi concetti e il loro emergere dal dibattito teorico e dal movimento storico occidentale, in particolare italiano, è necessario porsi, a questo punto, una domanda centrale: per quale ragione tali concezioni sono estremamente diffuse nel movimentismo contemporaneo, in particolare tra la gioventù istruita?
L’incompiuta riforma intellettuale e morale alla base della negazione assoluta
Abbiamo visto come, nel periodo tra gli anni ’60 e ’70 si sia prodotto uno scollamento decisivo tra la massa di popolazione e le forme tradizionali di rappresentanza. Si è trattato di una crisi organica che ha lentamente messo in discussione la struttura della società civile italiana nell’epoca dei partiti di massa e ha sempre più messo in questione la possibilità di quella società di organizzare il consenso nella battaglia egemonica. Da un lato i nuovi rapporti di forza sociali, nel quadro della crisi del ’73, dall’altro l’arretramento teorico delle forze progressiste verso il materialismo volgare, l’economicismo, e il conseguente ripiegare su una battaglia primariamente economico-corporativa, portano al processo di scollamento degli intellettuali tradizionali dalle forze progressiste e, in primo luogo, dal Partito Comunista, che pure aveva conquistato con una dura guerra di posizione l’egemonia a partire dal grande lavoro pedagogico e culturale portato avanti su spinta di Togliatti a partire dai primi anni ’50. In questo quadro, dopo l’emergere di un rifiuto diffuso per la morale tradizionale nel lungo ciclo di lotte che ebbe come momento culminante il ’68-’69, la riforma intellettuale e morale della società italiana restò incompiuta. La cultura giudaico-cristiana, impregnata sull’anima bella dal punto di vista morale e, di conseguenza, sulla ricerca dell’assolutamente altro dal punto di vista politico, pur se screditata nella sua concezione più esplicita venne recuperata implicitamente.
Chiariamo meglio, perché è proprio quest’aspetto che è da porre al centro della questione: la gioventù istruita, cioè intellettuale di professione, tende di per sé all’idealismo soggettivo e. in maniera spiccata, in un periodo storico in cui i gruppi sociali subalterni sono particolarmente disorganizzati e incapaci di produrre, con la forza necessaria, dei propri intellettuali organici. D’altro canto, il fenomeno è chiaramente di interesse per i gruppi sociali dominanti che, d’altronde, proprio in senso controrivoluzionario hanno fatto proprie e sponsorizzato le filosofie fenomenologiche, esistenzialiste, postmoderniste e poststrutturaliste, oppure le hanno direttamente portate avanti per tramite dei propri intellettuali organici. Quegli stessi gruppi sociali dominanti, tuttavia, non potendo conquistare l’egemonia, nelle società avanzate dell’Europa continentale dello scorso secolo, con una difesa esplicita del modo di produzione capitalistico o con una ripresa esplicita della morale tradizionale, nello scontro egemonico hanno dovuto dare almeno un’apparenza di progressismo alle proprie concezioni, pur mantenendovi alla base un fondamento irrazionalista. In questo senso si capisce meglio la dialettica tra i pur meritevoli contenuti particolari dei femminismi accademici e la loro comune base soggettivista.
È, dunque, nel complesso questo il processo che si è verificato. In un primo momento, nel periodo di ascesa delle forze progressiste, si è arrivati alla crisi della morale tradizionale, la cui messa in discussione si è ramificata fino a diventare quasi incontrovertibile nelle sue forme classiche. Successivamente, con il reflusso di queste stesse forze, come anche del movimento sociale complessivo e lo scollamento dal blocco progressista degli intellettuali tradizionali, tornati sotto l’ala dei gruppi sociali dominanti, si è assistito al processo opposto: una ripresa di quella stessa morale trascendente sotto nuove forme. Il tutto in un periodo storico interpretato da un grosso pezzo degli intellettuali, specialmente a partire dagli anni ’90, in senso profondamente nichilista, come crepuscolo degli idoli. Un processo complesso, che vede la trasformazione dei rapporti di forza sociali relazionarsi in maniera altrettanto complessa con la battaglia egemonica sul piano nazionale e internazionale e, persino, con gli alterni andamenti dello scontro militare nel quadro della cosiddetta guerra fredda.
Dalla negazione assoluta alla negazione determinata
Abbiamo visto che processo ha prodotto l’adesione degli intellettuali tradizionali e di settori istruiti, e di altri sulla loro scorta, alla concezione del mondo implicita in una certa area del pensiero femminista. Abbiamo anche notato il fatto che questa corrente di pensiero si è fondata sulla visione del mondo sostenuta dai gruppi sociali dominanti e, in questo senso, è da criticare, ma contemporaneamente ha ripreso, pur su base irrazionale e speculativa, l’analisi di alcune contraddizioni della società che, messe in secondo piano dal dogmatismo del marxismo ufficiale, hanno per queste vie continuato ad avere vita. Riassunto questo come processo complessivo è necessario anche specificare che, come spesso accade, nei decenni della crisi l’idealismo irrazionalista da una parte e l’oggettivismo deterministico dall’altra si sono determinati l’un l’altro come tali, in una generalizzata bancarotta di una concezione del mondo dialettica.
Una volta notato l’emergere storico della presa che la visione del mondo soggettivistica ha, dobbiamo ancora dire questo: se tale visione del mondo si propone, nel suo nucleo, di mettere in discussione la cultura tradizionale, possiamo affermare che riesca in questo scopo? Per rispondere, valutiamo da un lato la figura del maschio tradizionale, che vede la donna come preda carnale, oggetto del desiderio di cui appropriarsi, dall’altro la figura del maschio “decostruito” che, se è sincero nella sua volontà di miglioramento, vede la donna specialmente come pericolo, in quanto nella relazione con essa c’è il rischio di macchiarsi di atteggiamenti predatori e maschilisti. C’è, nella seconda figura, un effettivo superamento? Chi scrive ritiene di no, in quanto non viene messa in discussione la donna come oggetto, ma viene soltanto invertito di segno il connotato morale di questo oggetto: se prima la sua conquista aveva carattere positivo, ora essa va rifiutata, per andare oltre la bestialità in direzione dell’ascetismo, del superamento delle passioni. Rimane l’elemento centrale di non riconoscere alla donna una propria esistenza soggettiva: ad esempio nessuna delle due figure riconosce alla donna un proprio piacere nell’ambito sessuale, la prima negandolo per la finalità del piacere proprio, la seconda pensando alla donna stessa come essere asessuato, che non prova piacere nel rapporto sessuale in senso assoluto e, dunque, da non avvicinare per evitare di importunarla. Anche quando non si arrivasse a un’assolutizzazione così alta dei due atteggiamenti, possiamo pensare alla mancanza di razionalità della donna nella concezione tradizionale e confrontarla con la presunta incapacità della donna, nella visione contemporanea, di rifiutare eventuali avance- Ciò di nuovo sottende un’idea di debolezza femminile che è un altro dei fattori che mettono in crisi ogni idea di suo avvicinamento. Un discorso simile a quello svolto finora riteniamo si possa fare per le figure della donna e le loro trasformazioni, ma tale compito viene lasciato a chi volesse intervenire nel dibattito che questo articolo spera di aprire.
Questa mancanza, nel nostro esempio, di effettivo riconoscimento del soggetto donna e, in generale, l’immobilismo assoluto implicito in una visione del mondo che diffonde così tanto le relazioni di potere da rendere impossibile ogni interazione sociale senza il terrore di soverchiare l’altro frammenta così tanto l’identità da renderla inesistente. Per queste ragioni, dunque, si può concludere che la morale postmoderna non è altro che la negazione assoluta della morale tradizionale e che il comportamento del ceto intellettuale non fa altro che negare assolutamente il folklore dei ceti popolari. Pur essendovi stato un miglioramento dal punto di vista degli abusi oggettivi subiti dal genere femminile, non si può invece dire vi sia stato, logicamente, alcun superamento della religione trascendente, o dell’atteggiamento dell’anima bella.
La frustrazione di questa condizione è fortemente sentita e se, da un lato, si esprime con l’ansia generalizzata di alcuni, dall’altro trova una risposta, specialmente popolare, con la ripresa violenta del machismo di altri. Tuttavia gli intellettuali tradizionali, pure i più progressisti, non sono in grado di andare oltre questo momento di critica del tutto individuale, che di fronte ad un mondo sentito come ostile ritrova la purezza nella fuoriuscita dalla realtà stessa. Si tratta di una soluzione per il singolo che è, quindi, una non-soluzione, perché deve essere necessariamente elitaria e fondarsi sul resto delle persone che lavorano e si riproducono. Si tratta, dunque, di una strada percorribile solo da quei settori sociali che possono pensare di non agire nel mondo per non sporcarsi le mani con la realtà e le sue contraddizioni. Soggetti che sono anche alcuni di quelli, diciamolo incidentalmente, che concepiscono in senso morale anche la politica, intendendo per attività politica la stessa affermazione della propria purezza morale. Una tremenda patologia che ci auguriamo venga al più presto superata.
Per superare tale patologia e, in generale, per andare oltre la negazione assoluta dell’esistente, che in quanto assoluta è anche vuota, e procedere verso una sua negazione determinata, ovvero che ponga al posto della realtà esistente una realtà altra, e non si limiti ad una sua astratta “decostruzione”, è elemento centrale proprio la ripresa della battaglia egemonica lì da dove si è persa, cioè nella conquista di una concezione del mondo onnicomprensiva tramite l’alleanza del gruppo sociale fondamentale con quelli alleati, in modo organizzato e cosciente. Un lavoro per cui, inoltre, è fondamentale la ricostruzione del moderno principe, in grado di attrarre a sé, in quanto intellettuale collettivo, gli intellettuali tradizionali, fino a poter passare dalla guerra di posizione a quella di movimento.
Sono compiti ardui, da portare avanti assieme.