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Per una teoria della transizione

La rivoluzione socialista ha avuto successo solo in paesi nei quali non c’erano le condizioni per sviluppare la transizione al comunismo. Si è così dovuta sviluppare una transizione al socialismo, passando attraverso il capitalismo di Stato. D’altra parte il continuo stato d’eccezione, imposto dallo Stato di assedio da parte dell’imperialismo, e l’estremismo utopistico non hanno portato allo sviluppo della democrazia socialista.


Per una teoria della transizione

I problemi dell’Urss sono indubbiamente peggiorati dopo la morte di Lenin. Lo scontro nel partito si è polarizzato fra una sinistra, che riteneva indispensabile la rivoluzione in occidente e la transizione al comunismo, e una destra realista, che considerava per il momento persa la battaglia per la rivoluzione in occidente e che puntava sul più modesto obiettivo della transizione al socialismo. Prevalse quest’ultima posizione. Il partito si spaccò perché la minoranza rifiutava di sottomettersi alle decisioni della maggioranza che, a suo avviso, tradiva lo spirito della rivoluzione socialista. D’altra parte la maggioranza che valorizzava le posizioni e le competenze della minoranza. Ciò portò a una esclation dello scontro che arrivò sull’orlo della guerra civile. Ne approfittò la destra per fare fuori l’opposizione di sinistra, sfruttando la debosciata norma che vietava le correnti organizzate all’interno del Partito.

Le tendenze totalitarie dell’Urss si accentuavano ulteriormente; i soviet, già in precedenza, erano di fatto esautorati dalle decisioni più importanti, centralizzate prima nel partito unico e, ora, nella maggioranza che aveva tolto di mezzo la minoranza di sinistra.

La situazione era ulteriormente degenerata quando la residua maggioranza si era nuovamente spaccata, fra un’ala sinistra che riteneva fosse giunto il momento per la costruzione del socialismo in un solo paese, e la destra che considerava indispensabile proseguire con il precedente sistema misto della Nep, in cui forme di socialismo, di capitalismo di Stato e di capitalismo tradizionale convivevano e si scontravano.

Secondo la posizione del centro, che aveva occupato lo spazio apertosi a sinistra dopo la sua liquidazione, bisognava realizzare la transizione dal capitalismo al socialismo. Ciò implicava, essenzialmente, la socializzazione dell’agricoltura, con l’eliminazione dei tanti piccoli e medi proprietari che si erano di fatto creati con la Nep.

Tale politica era denunciata come totalitaria dalla destra, che riteneva che avrebbe prodotto uno spaventoso massacro dei piccoli e medi proprietari che si sarebbero “necessariamente” ribellati all’imposizione della socializzazione delle terre. Secondo la destra non c’erano le condizioni per l’arretratezza strutturale e sovrastrutturale del paese per mettere all’ordine del giorno la transizione al socialismo, come pretendeva la maggioranza di centrosinistra. Al contrario bisognava mantenere il sistema misto della Nep fino a quando non si sarebbero create le condizioni strutturali e sovrastrutturali che avrebbero reso possibile la transizione al socialismo.

Anche in questo caso, per la terza volta, la dialettica interna del partito degenerò in uno scontro senza esclusione di colpi. Il tragico mix di utopismo e Stato d’eccezione già denunciato da Losurdo, colpiva ancora. La destra finì in minoranza, fu esautorata e progressivamente annichilita.

Purtroppo le previsioni della destra si avverarono, la collettivizzazione forzata delle terre portò allo sterminio dei contadini che vi si opposero. Lo Stato diveniva ancora più totalitario, per il dispotismo che si stava affermando sia al livello sociale, sia all’interno del partito unico.

Anche la concezione del socialismo cambiò, di conseguenza. Mentre era stata sintetizzata da Lenin come dialettica fra l’utopismo della democrazia socialista consiliare e il realismo dello sviluppo delle forze produttive, anche tollerando un sistema misto fino a che necessario, ora la transizione al socialismo si riduceva al solo realismo dello sviluppo delle forze produttive, che sarebbe stato possibile esclusivamente forzando il passaggio a una economia collettivizzata.

In tal modo si rinunciava alla dittatura democratica del proletariato, per una dittatura antidemocratica della maggioranza del partito. La democrazia e gli stessi diritti civili cari alla tradizione liberale, furono considerati dei residui del passato di cui liberarsi per costruire una società socialista. Ciò era dovuto, come già notava Bloch, a un superamento adialettico, da parte dell’ideologia marxista tradizionale, del portato progressista della tradizione borghese precedente. Così insieme all’acqua sporca dell’ideologia borghese, si era gettato via anche il bambino, cioè i diritti dell’uomo e del cittadino. Si tratterebbe di errori già presenti in potenza nei padri nobili del marxismo e del leninismo, che poi sarebbero divenuti pienamente in atto durante lo stalinismo e il poststalinismo.

Tali tendenze totalitarie sarebbero imputabili, come già osservava Bloch, nel non aver tesaurizzato il nocciolo progressivo che si celava dietro l’ideologia e l’idealismo della tradizione del diritto naturale borghese. Altro errore capitale, già denunciato anche in questo caso da Bloch, è che il socialismo scientifico non aveva superato dialetticamente, tesaurizzando, il nocciolo progressivo del precedente socialismo utopista, ma lo aveva astrattamente negato. Tale tendenza estremistica e anarcoide già denunciata, anche se da un punto di vista opposto, da Losurdo, avrebbe portato a non sviluppare non solo la democrazia socialista, ma nemmeno uno Stato di diritto postrivoluzionario.

Come a ragione evidenziato da Bloch, rinunciare alla carica utopistica avrebbe portato necessariamente a perdere di vista lo stesso principio speranza, necessario per tenere viva l’aspirazione a una transizione al comunismo, e si sarebbe necessariamente finiti in un realismo tatticistico e burocratico, come già aveva denunciato la sinistra del Partito comunista sovietico, quando era capeggiata da Trotskij.

D’altra parte, bisogna altresì considerare, come evidenziato da Losurdo, come l’utopismo di pretendere di poter marciare a tappe forzate verso la transizione al comunismo, peraltro immaginato troppo come una negazione adialettica e anarcoide di quanto di valido vi era nella società borghese, avrebbe portato a sottovalutare la necessità di una dittatura democratica del proletariato, fondata su uno Stato necessariamente di diritto. Tuttavia ciò non sarebbe avvenuto, in primo luogo, per il costante stato di eccezione imposto dalla guerra e dallo stato d’assedio delle potenze imperialiste ai danni dell’Urss. In secondo luogo per aver sviluppato, al fine di non rischiare di essere travolti dalle critiche estremiste degli anarchici, una concezione utopista che avrebbe preteso di porre subito all’ordine del giorno la transizione a una forma assolutamente pura di comunismo, come quella della tradizione bordighista. Questo avrebbe portato a considerare come essenziale la negazione assoluta e non determinata dello Stato, per cui libertà e democrazia non sarebbero altro che residui del passato borghese di cui liberarsi quanto prima.

Come possiamo osservare pur partendo da punti di vista e tradizioni decisamente opposte, tanto Bloch che Losurdo giungono a conclusioni più o meno comuni, per quanto concerne deriva che ha finito con il travolgere la prospettiva sovietica.

D’altra parte una certa tendenza totalitaria, come aveva già denunciato Finelli, era comunque presente negli stessi padri nobili del marxismo, compreso lo stesso Gramsci. Ad esempio, proprio all’opposto della tradizione revisionista post Pci, che lo ridurrebbe a un liberal-democratico, Gramsci sosteneva che il fascismo fosse una rivoluzione passiva. Di conseguenza, il fatto che avesse eliminato la farsa delle elezioni parlamentari borghesi, ad esempio, andrebbe comunque considerato un passo in avanti, per cui i marxisti non dovrebbero certo pensare a restaurarle.

Tale tendenza sarebbe propria, secondo Hegel, della precedente concezione rivoluzionaria della piccola borghesia, rappresentata dal punto di vista storico dai giacobini francesi e dal punto di vista teorico dal giovane Fichte. Nella loro negazione assoluta e non determinata della precedente tradizione liberale, impersonata storicamente dai girondini, lo Stato rivoluzionario in nome di una astratta libertà assoluta si sarebbe rovesciato nel suo contrario, cioè in un totalitario Stato di polizia, fino all’aberrazione del grande terrore in cui, dopo aver ghigliottinato i rappresentanti dell’Ancien règime, i rivoluzionari avrebbero ghigliottinato loro stessi.

Peraltro, a parere di Hegel, si tratterebbe di una deriva già presente in nuce nello stesso padre nobile di questa tradizione, Platone, il quale nel delineare i contorni di uno stato ideale (comunistico), avrebbe preteso di negare assolutamente la libertà dell’individuo, delineando i contorni di uno Stato di polizia (totalitario). Anche se, a parere di Hegel, Platone lo avrebbe comunque fatto a fini di bene, in quanto si era reso conto che il sorgere della libertà dell’individuo minava alla radice il bello spirito etico immediato del suo popolo (greco antico).

Per superare questi limiti e questi rischi, facendo tesoro degli errori del passato dei nostri predecessori, bisognerebbe da una parte ragionare sempre nell’ottica di una negazione determinata del passato. Quindi, anche la transizione andrebbe riconsiderata, in particolare nelle società in cui non si era ancora sviluppata la società civile borghese. In tali ardui contesti, occorrerebbe muovere innanzitutto nella direzione di un socialismo di Stato, all’interno di una società mista in cui aspetti della precedente società capitalista convivono con elementi della futura società socialista. Bisognerebbe, quindi, procedere nella direzione della transizione al socialismo, per realizzare una dittatura democratica del blocco sociale fondato sull’alleanza fra ceto medio e proletariato, egemonizzato da quest’ultimo. Infine bisognerebbe procedere alla transizione al comunismo, da non considerare in modo estremistico come una negazione assoluta dei momenti precedenti. Per realizzare questa rivoluzione permanente è essenziale mediare lo spirito dell’utopia con il socialismo scientifico. Per cui la società postcapitalista dovrà sviluppare le forze produttive e, al contempo, realizzare la democrazia socialista sovietica.

13/08/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo
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