Losurdo e la centralità della questione nazionale

Il marxismo orientale, ponendo l’accento sul patriottismo e sulla lotta di liberazione nazionale dei popoli coloniali, mostra – a parere di Losurdo – di essere più vicino del marxismo occidentale alla lezione di Lenin che insiste sulla centralità della lotta portata avanti da chi si batte per il diritto all’autodeterminazione.


Losurdo e la centralità della questione nazionale

Molti marxisti occidentali non hanno compreso l’importanza delle lotte dei popoli coloniali per l’indipendenza e l’emancipazione ma, a parere di Domenico Losurdo, anche coloro che, nel corso degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, simpatizzano con tali lotte – come ad esempio Althusser – sembrano non capirle pienamente soprattutto perché non evidenziano una delle loro caratteristiche fondamentali: l’essere, cioè, essenzialmente dei movimenti di liberazione nazionale.

W. Adorno, ad esempio, in Dialettica negativa del 1966 considera “obsoleto” lo spirito nazionale e “reazionaria” e “provinciale” la tesi hegeliana dello spirito del popolo. Per Adorno “quanto più un universale è ammantato con le insegne del soggetto collettivo, tanto più i soggetti vi scompaiono senza lasciar traccia […]. Già rispetto all’universale kantiano della sua epoca, all’orizzonte dell’umanità, la dottrina hegeliana dello spirito nazionale era reazionaria, coltivava un qualcosa di cui si era già scorto il carattere particolare” [1]. La tesi di Adorno è, secondo Losurdo, “una presa di posizione che a posteriori delegittimava la guerra condotta dal Fronte di liberazione Nazionale dell’Algeria, un popolo e un paese indubbiamente più provinciali, più arretrati e meno cosmopoliti della Francia contro cui erano insorti” [2]; quindi Adorno sembra non comprendere il portato storico delle lotte dei popoli coloniali che si sviluppavano numerose proprio in quegli anni.

Viceversa, negli stessi anni Ho Chi Minh e, ancor prima, Mao pongono l’accento proprio sul patriottismo e sulla lotta di liberazione nazionale dei popoli coloniali [3] mostrandosi, a parere di Losurdo, più vicini di Adorno e della maggior parte dei marxisti occidentali alla lezione di Lenin. Il grande rivoluzionario russo, in effetti, nel saggio Sul diritto di autodecisione delle nazioni del 1914, dopo aver analizzato le peculiarità dell’imperialismo, ricorda che “al di là del saccheggio economico e dell’oppressione politica, a caratterizzare l’imperialismo è anche la gerarchizzazione delle nazioni. I popoli sfruttati e oppressi sono al tempo stesso bollati in quanto incapaci di autogovernarsi e di costituirsi come Stato nazionale; la lotta per scuotersi di dosso questo stigma è una grande lotta per il riconoscimento” [4].

In effetti Lenin, in questo scritto, in polemica con Rosa Luxemburg, dà grande rilievo alla questione nazionale e rivendica l’importanza del diritto di autodecisione dei popoli nel programma marxista. Tuttavia, Lenin ritiene che i marxisti lottano accanto alla borghesia nazionale quando quest’ultima si batte contro l’oppressione nazionale, nel caso in cui la borghesia lotti esclusivamente per conservare i propri privilegi viene meno, necessariamente, tale alleanza tattica: “in quanto la borghesia della nazione oppressa lotta contro la nazione che opprime, noi siamo sempre, in tutti i casi, più risolutamente di ogni altro, in suo favore, perché noi siamo i nemici più implacabili e più coerenti dell’oppressione. In quanto la borghesia della nazione oppressa difende il proprio nazionalismo borghese, noi le siamo contrari. Lotta contro i privilegi e la violenza della nazione che opprime; nessuna debolezza verso la nazione oppressa che aspira a conquistare i privilegi” [5].

Dunque, per Lenin, il movimento nazionale guidato dalla borghesia, può essere sostenuto dal movimento dei lavoratori solo se mira alla libertà politica, all’indipendenza nazionale, solo se mira alla costruzione di uno Stato democratico. “Ogni nazionalismo borghese delle nazioni oppresse – osserva Lenin – ha un contenuto democratico generale diretto contro l’oppressione, e questo contenuto noi lo sosteniamo incondizionatamente, separando da esso con rigore la tendenza all’esclusivismo nazionale, combattendo l’aspirazione del borghese polacco a schiacciare gli ebrei, ecc., ecc”. [6].

Quindi, come ricorda anche Losurdo, per Lenin “non tutti i movimenti nazionali svolgono un ruolo progressivo e meritano di essere appoggiati dal partito rivoluzionario” [7].

Un esempio, in tal senso, sono i movimenti di piccole nazionalità che, all’epoca di Lenin, venivano manovrate dallo zarismo o dal bonapartismo mentre nel Novecento, aggiunge Losurdo, sono state manovrate dall’imperialismo. A tale proposito possiamo menzionare, ad esempio, il movimento per l’indipendenza di Panama, o la secessione del Katanga dopo l’indipendenza del Congo, o i bombardamenti statunitensi su Vietnam e Laos, con la scusa di sostenere i movimenti separatisti [8].

Possiamo tuttavia notare che, se anche Losurdo riprende questo aspetto dialettico della posizione di Lenin rispetto ai movimenti di liberazione nazionale, tende tuttavia ad accentuare, dal punto di vista teorico, l’aspetto progressivo di essi e quindi la necessità di sostenerli. Lenin, invece, evidenzia con più forza che tali movimenti vanno appoggiati solo se funzionali alla lotta di classe in quanto, anche per lo stesso Marx, “i movimenti nazionali non sono un assoluto, perché egli [Marx] sa che soltanto la vittoria della classe operaia potrà portare alla completa liberazione di tutte le nazionalità” [9]. Del resto, è lo stesso Losurdo che prende le distanze dalla posizione di Lenin per il quale, almeno in questo scritto, la lotta di classe deve essere tenuta distinta dalla lotta nazionale, mentre secondo Losurdo, per lo stesso Marx “la «questione sociale» può presentarsi come «questione nazionale» e la lotta di classe configurarsi, almeno in una prima fase, come lotta nazionale” [10].

Un marxista occidentale che sicuramente si è battuto contro l’imperialismo del proprio paese nel Novecento è Jean Paul Sartre. Ma anche Sartre, secondo Losurdo, che pur condanna l’imperialismo ed è vicino a coloro che lottano in quegli anni contro il colonialismo, non comprende appieno la questione nazionale. Difatti in Critica della ragione dialettica il filosofo francese “fa discendere i diversi conflitti umani in ultima analisi dalla «penuria» (raretè). Il risultato di questa impostazione è devastante. Nella misura in cui sembra determinare una lotta per la vita e per la morte, la condizione di penuria finisce in qualche modo col giustificare i responsabili dell’oppressione, che appaiono come i protagonisti di una tragica lotta per la sopravvivenza, che nel presente può essere eliminata solo da uno straordinario sviluppo delle forze produttive” [11].

In questo modo si finisce, secondo Losurdo, per non comprendere perché nelle lotte di liberazione nazionale partecipano non solo gli oppressi, ma anche strati sociali più agiati.

Le motivazioni, che hanno spinto a sostenere le lotte di liberazione nazionali indipendentemente dalla questione della penuria di risorse, sono state analizzate da Losurdo soprattutto nel testo La lotta di classe. In tale opera l’autore considera la lotta per l’emancipazione delle nazioni oppresse una forma che assume la lotta di classe in determinate circostanze storiche. Losurdo, ricordando come gli stessi Marx ed Engels avevano dato grande importanza alle lotte di liberazione nazionale in Polonia e in Irlanda, aggiunge: «se il proletariato è il protagonista del processo di liberazione/emancipazione che spezza le catene del dominio capitalista, più largo è lo schieramento chiamato a infrangere le catene dell’oppressione nazionale» [LC: 11].

In effetti, anche Lenin nel saggio Sul diritto di autodecisione delle nazioni del 1914 sottolinea il carattere interclassista che possono assumere i movimenti nazionali. Tuttavia, se è vero che i movimenti nazionali si presentano come movimenti di massa, questo avviene nel momento del passaggio dal feudalesimo al capitalismo, nel momento della formazione dello Stato borghese, dove vengono trascinate per la prima volta “tutte le classi della popolazione nella vita politica mediante la stampa, la partecipazione alle istituzioni rappresentative, ecc.” [12]; quindi, nel momento in cui lo Stato borghese si sta formando, quando è in gioco la libertà politica e i diritti delle nazionalità oppresse, tutti gli strati sociali sono coinvolti nella lotta.

Diversamente le cose stanno quando lo Stato capitalistico è già formato da tempo, come nell’Europa occidentale, dove questa alleanza tattica tra borghesia e proletariato si è da tempo sfaldata e dove, invece, è sempre più accentuato l’antagonismo tra queste classi sociali. Di conseguenza, per Lenin, si assisterà al diffondersi di movimenti nazionali di stampo democratico borghese non in Europa occidentale, che si trova già nella fase avanzata del capitalismo, la fase imperialista, ma in quei paesi, dell’Europa orientale o dell’Asia, in cui il capitalismo non si è ancora affermato.

In effetti, secondo Losurdo, il ragionamento di Lenin è corretto considerato che, “per quanto riguarda il primo epicentro [l’Europa orientale], siamo portati a pensare alla dissoluzione dell’impero zarista, al tentativo hitleriano di edificare a Est le «indie tedesche» e infine al dileguare dell’Unione sovietica. Per quanto riguarda il secondo epicentro [l’Asia], vengono in mente i movimenti di liberazione nazionale in Cina, in India, in Vietnam ecc”. [13].

Note:

[1] Adorno, T. W., Dialettica negativa, tr. it. di Pietro Lauro, Einaudi, Torino 2004, p. 303.

[2] Losurdo, Domenico, Come nacque e morì il “marxismo occidentale”, in a cura di Cingoli, M., e Morfino, V., Aspetti del pensiero di Marx e delle interpretazioni successive, Edizioni Unicopli, Milano 2011, p. 403.

[3] Cfr. ivi, pp. 403-04.

[4] Ivi, p. 404.

[5] Lenin, Vladimir I. U., Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1955-70, vol. 20, p. 392.

[6] Ivi, p. 393.

[7] Losurdo, D., La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Bari 2013, p. 155.

[8] Ibidem.

[9] Lenin, V. I. U., Opere, op. cit., vol. 20, p. 419.

[10] Losurdo, D., La lotta, op. cit., p. 155, Se, dunque, la lotta di classe possa, in alcuni casi, configurarsi come lotta nazionale, questo però non significa che questi due concetti possano identificarsi, perdendo di vista la loro necessaria differenza. Quest’ultimo aspetto, mentre appare evidentissimo nel marxismo classico, è messo decisamente in secondo piano da Losurdo.

[11] Id., Come nacque, op. cit., pp. 404-05.

[12] Lenin, V. I. U., Opere, op. cit., vol. 20, pp. 382-83.

[13] Losurdo, D., La lotta, op. cit., p. 154.

16/12/2023 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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