Recensioni di classe 55

Recensioni di classe alla seconda stagione della serie tv Perry Mason da non perdere, all’ottimo documentario Sergio Leone – L'italiano che Inventò l’America, alla ormai classica serie Succession, giunta alla sua quarta e ultima stagione, e all’immotivatamente sopravvalutato film Otto montagne.


Recensioni di classe 55

Perry Mason è una serie televisiva statunitense del 2020 creata da Ron Fitzgerald e Rolin Jones, voto: 8. La seconda stagione della serie parte in sordina. Non si introduce nulla di sostanziale da giustificare la prosecuzione della prima stagione, pensata inizialmente come una miniserie.

Il secondo episodio è decisamente superiore al precedente. Si introducono tematiche sostanziale, a partire dai danni che provoca la separazione delle carriere dei magistrati, che porta i pubblici ministeri a cercare di sbattere il prima possibile il mostro in prima pagina per fare carriera, sfruttando gli istinti più bassi del volgo. In tal modo, non solo personaggi che compiono violazioni minori della legge, ma anche coloro che aiutano i più deboli della comunità, con metodi illegali, vengono perseguitati. Gli immigrati – costretti a sopravvivere nelle baraccopoli dopo essere stati sgomberati dalle proprie abitazioni, per far posto alla speculazione edilizia – sebbene innocenti, rischiano di essere condannati in modo sbrigativo alla pena di morte, anche perché non hanno soldi per pagarsi un valido avvocato. Tanto più che indagando appena un po’ viene fuori che il ricco molto popolare che è stato ucciso era in realtà un criminale e truffatore, implicato in vicende criminali. Nel film sono anche presenti, sebbene non in primo piano, le discriminazioni cui sono soggetti gli afroamericani.

Il terzo e quarto episodio finiscono per rendere la vicenda troppo intricata e difficile da seguire. Restano degli aspetti, anche se più marginali, significativi, come la figura dell’antagonista ricco petroliere e in grado di controllare l’opinione pubblica per i suoi corrotti e criminali interessi privatistici.

Il quinto e sesto episodio divengano molto avvincenti e anche interessanti. Per quanto le più significative questioni sostanziali tendano a rimanere un po’ sullo sfondo, l’impostazione di fondo resta molto significativa. Particolarmente interessante la caratterizzazione del figlio del grande petroliere e criminale che, per le sue sconsiderate azioni estremiste di destra, mette in difficoltà i grandi affari loschi del padre. Significativa anche la denuncia del consigliere politico implicato nella corruzione con il grande capitale a spese delle classi sociali subalterne.

Gli ultimi due episodi sono interessanti, ben congeniati e lasciano emergere questioni sostanziali. Il crimine vero risiede ai piani più alti, nonostante le apparenze di raffinata cultura. Subito dopo viene il capitale finanziario di estrema destra. Entrambi sono in loschi e vietati affari con l’apparente nemico, sebbene il suo militarismo, imperialismo e ultranazionalismo ne fanno, di fatto, un alleato. Poi viene il potere arbitrario del fascismo, protetto dai poteri forti solo sino a che non diviene un peso ingombrante da scaricare. Poi abbiamo il sistema, cioè un democratico stato di polizia, con le autorità impegnate a punire solo i pesci piccolissimi, proteggendo di fatto i grandi. Abbiamo poi i politicanti che fanno affari con i pescecani, usando gli apparati repressivi dello Stato contro i poveri. La cattiveria di questi ultimi, che ha il fondamento nelle loro terribili condizioni di vita resta l’ultimo tassello. Per questi ultimi c’è il carcere duro, da cui non si esce.

Sergio Leone - L'italiano che Inventò l'America di Francesco Zippel, Italia 2022, documentario dell’anno ai Nastri d’argento, voto: 7,5; documentario molto interessante e coinvolgente, che mostra quanto il regista italiano abbia influenzato la successiva storia del cinema, soprattutto statunitense. Colpisce come i grandi registi statunitensi intervistati conoscano a fondo il cinema di Sergio Leone, sviluppando delle significative considerazioni sui suoi film. Interessante la vicenda di C’era una volta in America con la produzione che taglia in maniera sconsiderata il film del grande regista.

Succession  è una  serie televisiva statunitense ideata da Jesse Armstrong e prodotta da Will Ferrell e Adam McKay, in Italia è trasmessa su Sky Atlantic, quarta stagione, la serie ha ottenuto 7 candidature e vinto 5 Golden Globes, 4 candidature e vinto un premio agli Emmy Awards, 3 candidature e vinto 2 Satellite Awards, 8 candidature e vinto 5 Critics Choice Award, 2 candidature e vinto un premio ai SAG Awards, 6 candidature e vinto 2 Writers Guild Awards, 3 candidature e vinto 2 Directors Guild, 2 candidature e vinto un premio ai Producers Guild, 1 candidatura a Bafta TV Award. La serie è stata premiato ad AFI Awards, voto: 6+. La quarta stagione illustra molto bene quali mostri e quali interessi privatistici spaventosi controllino l’opinione pubblica dei paesi occidentali, detenendo il sostanziale monopolio dei mezzi di comunicazione nei paesi a capitalismo avanzato. Peccato, però, che manchi un solo personaggio non corrotto fino al midollo dal grande capitale. In tal modo, si rischia di dare a intendere che gli uomini sono necessariamente e naturalmente dei lupi di borsa, dei pescecani o degli arrivisti disposti a tutto. Altro limite di questa, come delle precedenti stagioni, è che oltre all’ottima denuncia della forma delle imprese di Murdoch, nulla di significativo viene detto per denunciare gli spaventosi contenuti che media.

Il secondo episodio, mantenendo tutto lo scontro per il potere su un piano puramente formale, dove si scontrano esclusivamente diverse volontà di potenza, diviene insignificante e finisce con l’annoiare. Anche perché il cinismo della famiglia dei grandi capitalisti è ormai un dato scontato e non ci sono sviluppi di rilievo. In tal modo la quarta stagione rischia di divenire superflua.

Il terzo episodio ha semplicemente la funzione di allungare molestamente il brodo. Il quarto episodio ritorna al ritmo standard della serie, sfruttando il funerale per far emergere ancora una volta il grado estremo di cinismo degli uomini più ricchi e potenti. Il problema è che in questo ambito sono tutti apparentemente uguali, dai più potenti ai più miseri arrivisti. In tal modo i più ricchi e potenti divengono anche gli eroi, per quanto in senso negativo, con cui ci si dovrebbe, paradossalmente, impersonare.

Il quarto episodio, schiacciando tutto su una contrattazione per la cessione di un ramo di impresa, ha un impianto tecnico capzioso e noioso. Resta la realistica e critica rappresentazione del mondo del grande capitale finanziario.

Il quinto e sesto episodio hanno poco da aggiungere. Divengono sempre più noiosi e criptici anche perché, per non prendere posizione politicamente, i contenuti non emergono praticamente mai e tutto si svolge sul piano astratto della forma. Significativa resta la scena per cui l’ultimo figlio del tutto incapace, succeduto al vecchio boss della televisione, licenzia su due piedi una dirigente, semplicemente in quanto gli fa presente che l’appoggio sconsiderato alle politiche eversive della destra radicale statunitense, andava ricalibrato.

Il settimo episodio diviene sempre più noioso, in quanto non può che stancare assistere alle bassezze, alle perversità e alla banalità del male delle classi dominanti senza avere nessuna possibilità di catarsi.

Con l’ottavo episodio finalmente la quarta stagione realizza qualcosa di nuovo e significativo. Per la prima volta, in effetti, emerge la manipolazione mediatica e la copertura ideologica, da parte di questi grandi imprenditori, della destra radicale e antidemocratica. Peccato che tale posizione viene presentata come determinata semplicemente dalla volontà di far saltare un accordo economico, piuttosto che come una impostazione di fondo dei media di Murdoch.

Il penultimo episodio è buono, si mostra bene tutta la miseria anche morale dei figli. Interessante la denuncia della memoria del grande capitalista testimoniata dal fratello, che mostra la possibilità di non allinearsi necessariamente a un mondo di squali. Significativa anche l’orazione funebre del secondo genito che diviene una sfacciata apologia del capitalismo e del fare i soldi come fondamento della società statunitense.

L’ultimo episodio non fa che esasperare ancora una volta i temi portanti della serie. La successione non può che essere un fallimento, in quanto le qualità non si trasmettono di padre in figlio. Perciò l’unica cosa che possono fare gli eredi è o vendere e dedicarsi ad altro o divenire dei puri proprietari che vivono di rendita, non pretendendo di poter dirigere una grande azienda senza averne le doti. L’altro messaggio è che in un mondo come il nostro, cioè come quello in cui ci tocca sopravvivere, domina un sistema opposto alla meritocrazia, per cui i posti di comando vanno ai peggiori, in quanto obbediscono incondizionatamente al potere e sono disponibili a farsi manipolare in ogni modo. D’altra parte vi è il solito rischio di naturalizzare tutti gli aspetti negativi evidenziati, non presentando mai una reale alternativa.

Le otto montagne di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, con Luca Marinelli e Alessandro Borghi, drammatico, Italia, Francia e Belgio 2022, premio della giuria al festival di Cannes 2022, David di Donatelo come miglior film, sceneggiatura non originale, montaggio e suono, disponibile su SKYCINEMA2, voto: 4-. Film balordamente sopravvalutato, dimostra nel modo più eclatante il livello più basso raggiunto dal cinema italiano. Le otto montagne è un film noioso, fondamentalmente irrazionale e reazionario, stupidamente lungo, lezioso, furbetto, inverosimile e scontato.

15/07/2023 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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