Tutta la Storia si muove a balzi e a ondate: la rivoluzione è un’onda che deve bagnare più terra possibile. Così come la storia dell’umanità, basata sulla lotta di classe, si muove come un’onda, similmente anche la crescita di un infante può essere vista attraverso fasi in cui vi è un ampio sviluppo alternato a momenti di pausa o persino di “regressione“. Ormai i testi pedagogici più avanzati leggono i momenti di regressione – come il bambino che sa già camminare ma ritorna a gattonare, o il bambino che sa parlare ma riprende temporaneamente a emettere suoni – come tappe essenziali per lo sviluppo e per l’affermazione della propria autoefficacia. È come se il bambino, così facendo, ricercasse un’autoefficacia percepita: auto-lodarsi per aver superato uno step e ripetersi, così da affrontare al meglio – e con un grado di coscienza e di entusiasmo maggiore- le sfide della vita.
Dunque, gli uomini coscienti della fase storica in cui vivono percepiscono come anche la storia umana sia sempre in costante contraddizione. Bisogna capire se ci si trova in una fase avanzata di movimento, dove si possono bagnare territori più vasti e sviluppare un potenziale, o se viviamo in una fase di “posizione”, dove bisogna difendere con tutte le forze ciò che l’onda ha già bagnato. Il bambino si alza e cade, ma riprende costantemente ad alzarsi: capisce ciò che ha sbagliato, apprende dalle mancanze attraverso nuovi tentativi e nuovi errori, e sviluppa quei muscoli che sono poi le condizioni materiali necessarie ma non sufficienti, senza stancarsi mai. Qualsiasi battaglia è persa in partenza se non si tenta di sferrarla: “chi lotta può perdere ma chi non lotta ha già perso”.
Vi è purtroppo un limite all’incedere della Storia e allo sviluppo delle sue contraddizioni: la Natura, infatti, in quanto tale esisterà anche se il pianeta Terra non dovesse essere più ospitale per l’essere umano. Per precisione, parliamo del Capitalocene: quel momento della preistoria degli esseri umani in cui questi sono ancora in lotta tra loro e divisi in classi, dove il motore della Storia è la lotta disperata di una classe contro l’altra. In una forma di società così evoluta e complessa, la classe espropriatrice del lavoro altrui rischia di non essere sconfitta dalla vittoria rivoluzionaria degli oppressi ma semplicemente perché, nel frattempo, tale classe di proprietari dei mezzi di produzione (grandi industriali, grandi commercianti, grandi banchieri) avrà reso la Terra un luogo invivibile per ogni umano a causa dell’inquinamento, del surriscaldamento globale, degli effetti catastrofici causati dal buco dell’ozono eccetera.
Fare un passo indietro per farne due in avanti! Ma siamo sicuri che facendo un passo indietro ne faremo due in avanti? O è meglio non fare nessun passo indietro, nemmeno per prendere la rincorsa! E siamo sicuri che, se non ci muoviamo, siamo condannati all’immobilismo più totale? Un passo in avanti e due indietro! Questi sono i dilemmi della fase tutta italiana dei costruttori del “nuovo umanesimo” (malgrado i lustri e le fanfare dell’anarchismo “intellettuale”), dell’organizzazione proletaria e della disciplina di partito. Abbiamo già molte conquiste al nostro attivo; dobbiamo ora continuare la lotta, senza scoraggiarci per gli insuccessi. Il proletariato, nella sua lotta per il potere, ha soltanto un’arma: l’organizzazione.
Nella fase attuale, in Italia, ci troviamo di fronte ad una impellente necessità, che potrà apparire piuttosto prosaica paragonata agli enormi problemi appena elencati ma, ciononostante, rappresenta un primo ed imminente step da affrontare inevitabilmente per riattivare l’onda della rivoluzione: mandare a casa questo disastroso governo.
In tal senso, a pochi mesi dalle elezioni politiche, lo studio e l’approfondimento della legge elettorale divengono necessari per capire la “tattica del movimento” degli sfruttati in Italia. La lotta di “desistenza” alla francese riflette sicuramente lo spirito giusto con cui dovremmo comportarci, ma la sua trasposizione nel contesto italiano deve necessariamente avere un ruolo diverso. In Francia esiste il doppio turno, in Italia no. In Italia vige una legge prevalentemente maggioritaria, per cui la coalizione che raggiunge il 42% dei voti può ottenere una maggioranza parlamentare del 70%. Poiché è molto difficile costruire una maggioranza che superi il 42%, la prospettiva di un governo tecnico tende a concretizzarsi maggiormente. Ecco dunque il tentativo di alcune organizzazioni di ricorrere e ottenere, prima della votazione, una pronuncia della Corte Costituzionale. Tale organo ha il compimento di verificare se la totalità o le parti di tale legge siano compatibili coi principi sanciti dalla Costituzione che, in particolare, all’art. 48 recita “il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Il termine sancito dai padri della costituzione è proprio questo: “eguale”. Purtroppo non serve una laurea per accorgersi che la gran parte delle leggi elettorali sinora varate – ma questa in modo particolare – di “eguale” non ha proprio niente. E’ pertanto giusto e doveroso richiamare tale organo alla vigilanza sul rispetto della Costituzione ma, sia chiaro, ciò non può e non deve rappresentare l’unica maniera di salvaguardare la Costituzione.
Infatti non è certo la prima volta che si solleva il tema dell’illegittimità costituzionale di disposizioni contenute nelle leggi elettorali, anche di norme molto importanti per l’elezione del Parlamento. Il problema però è che non solamente la Corte può arrivare a pronunciarsi con notevoli anni di ritardo rispetto alla legge (o alle parti di essa) che poi vengono censurate per incostituzionalità – come nel caso della pronuncia sul Porcellum del 2005 intervenuta solo nel 2014 – ma, anche a incostituzionalità sancita, le elezioni vanno considerate un fatto “concluso” con la proclamazione degli eletti, occorrendo garantire il principio della continuità dello Stato e dei suoi organi costituzionali: ossia, in altri termini, una legge potrà pure contenere norme incostituzionali ma lo Stato – la Corta stessa, in questo caso – ha sancito e dichiarato che questo non può implicare né l’annullamento delle elezioni né può rendere inefficace ogni atto adottato da tutti quei governi politici e tecnici formatisi a seguito dell’uso di disposizioni elettorali successivamente dichiarate incostituzionali. Il danno era fatto, insomma, già al momento del varo del Porcellum.
Diverso il caso invece dell’Italicum che, approvato nl 2015 e applicabile dal 2016, non venne mai utilizzato quale legge elettorale alle votazioni del 2018 perché la Corte si pronunciò nel 2017, prima delle elezioni – ma comunque a un anno di distanza dal varo della legge.
Il prossimo governo, con il proseguire della crisi causata dalla guerra di Israele e degli USA contro stati sovrani come l’Iran e il Libano, dovrà agire in un sistema di crisi e di regressione economica, confermando i pronostici degli stessi giornalisti della classe dominante. Di conseguenza, attualmente è molto difficile che, in un sistema capitalistico in questa fase aggressiva e bellicista, le forze rivoluzionarie e socialdemocratiche possano conquistare spazi di maggiore benessere.
Si osserva una perdita di consensi lenta e costante nel corso di anni attorno al Movimento 5 Stelle nella sua fase di alta di coscienza politica, appartenendo infatti ormai al passato l’originaria formula del partito “né di destra né di sinistra”. L’aumento dei consensi di altre forze è solo percentuale, non assoluto, poiché gli elettori sono sempre di meno. La percentuale dei votanti cala in modo lento e costante e ciò non pare accompagnato da una forte senso di scelta politica. Si nota l’aumento dei consensi di AVS, che di conseguenza non ha alcuna intenzione di cambiare linea: farà da spalla sinistra al Partito Democratico anche se in passato non ha appoggiato nessun governo tecnico.
Fratelli d’Italia mostra una perdita costante di elettori, ma bisogna riconoscergli il merito che, dopo quattro anni al governo, riesce a mantenere un livello ancora alto di gradimento. La Lega, al contrario, ne esce a pezzi. In questo quadro si inserisce il fenomeno generale di Vannacci, in un contesto di astensionismo lento e costante. Sotto il punto di vista puramente politico-elettorale, si va verso una passivizzazione della società civile: sempre meno persone vanno a votare e sempre meno persone si occupano attivamente di politica. Gli ultimi movimenti di massa significativi sono stati quello contro il genocidio in Palestina e quello contro il tentativo di riforma della Costituzione sul tema della magistratura; in quest’ultimo caso, pur avendo vinto il “No”, il “Sì” ha ottenuto un elevato numero di sostenitori, inconsci del tentativo regressivo di tale riforma.
I comunisti cosa devono fare? Elezioni sì o elezioni no? Andare da soli o in alleanza? Fare i comunisti in un momento rivoluzionario è facile; farlo in un momento di regressione apparentemente infinita è difficile.
Il primo obiettivo deve essere sconfiggere l’attuale governo Meloni: il momento lo richiede per riattivare tutte quelle forze della società civile che sono coscientemente costruttrici di una nuova società.
Il secondo obiettivo è rompere l’egemonia di cui gode il neo liberismo, sia esso di destra, sia esso della sinistra liberale. Tale obiettivo può essere raggiunto solo attraverso una battaglia delle idee attorno al programma politico. Il programma base per l’attività politica di sensibilizzazione di qualsiasi organizzazione è un elemento costante e fondante di tutti gli schieramenti possibili. Dunque, se l’unica arma di classe è l’organizzazione, per costituirsi l’organizzazione deve avere un programma. Anche il concetto di programma è complesso: le classi in lotta determinano lo stesso programma in maniera esplicita in tutte le fasi della storia?
Il programma si divide in:
- Un programma di lunga durata (strategico) ovvero un programma massimo
- Un programma di breve durata (tattico) ovvero un programma minimo
Un programma di fase è sempre in movimento, in linea con il momento politico e le forze in campo. Il programma può essere implicito o esplicito. Esso è sempre variabile tra le cose che si possono dire, le cose che non si possono dire, le cose taciute, quelle nascoste e quelle sottintese o quelle impossibili.
Nei primi del Novecento e fino agli anni ’40, in Occidente la classe al potere muoveva le masse attraverso la propria egemonia, richiamando alla guerra fratricida che, nella prima e nella seconda guerra mondiale, ha ucciso centinaia di milioni di donne e uomini per conto degli interessi della classe padronale. Si lodava in qualsiasi occasione la ristrutturazione dell’industria in preparazione della guerra. Nel 2026 questo è impensabile, anche se notiamo e valutiamo come gran parte della ristrutturazione industriale, in questa fase, si stia muovendo proprio in direzione della guerra. È diverso però il grado di egemonia della classe dominante che, per portare avanti le proprie manovre bellicista, ha avuto la necessità di “impacchettare” tutte le azioni militari odierne come azioni preventive, “guerre umanitarie” o utilizzando formule del tipo “per fare la pace preparati alla guerra”, ecc.
Il programma di una forza politica è forte se raggiunge il più alto numero di persone possibile. Da qui deriva la necessità di costruire reti e forme di comunicazione al passo con i tempi. Un programma è tanto più forte quanto più è forte l’organizzazione; dunque, in un confronto tra partiti, il bilancio non si fa paragonando programmi astratti supportati da reti differenti. Il programma è determinato dal livello della lotta di classe. Il confronto tra programmi si fa con una forza politica del proprio rango, mai, per la sola necessità di mantenere uno status, con una forza politica inferiore.
Di conseguenza, avendo dimostrato che il programma è una forza vitale, dobbiamo capire chi siamo, quanta forza abbiamo e quanta forza ha il nemico di classe; quali sono i nostri canali e quali i suoi; quale livello di possibilità abbiamo di sconfiggere il livello egemonico del potere dominante. Dobbiamo comprendere quali siano le necessità della società civile per poter fare leva sui suoi bisogni e sul suo grado di coscienza, conoscendo il livello di coscienza del proletariato nazionale, il folklore e il senso comune. Per noi comunisti, in questa fase, è necessario che il programma sia sempre accompagnato da forze sociali, movimenti e manifestazioni a sostegno. Questa è la base per poter fare la lotta di desistenza per svilupparla in una forza di resistenza e magari costruttrice.
Lo straordinario sforzo compiuto anni fa dal maggiore partito comunista, Rifondazione Comunista, di opporsi ai governi di centro-sinistra che affossavano le conquiste ottenute mettendosi all’opposizione, ha di fatto prodotto scissioni e autoreferenzialità della classe dirigente. Tali circostanze avrebbero invece dovuto logicamente produrre un effetto di massima unità possibile. La mancanza di disciplina e l’autoreferenzialità che accompagnano noi comunisti avrebbero potuto essere una forza per la costruzione di un’organizzazione più solida, come nel periodo iniziale di Potere al Popolo, ma in seguito ha prevalso l’autoconservazione.
E’ di questi giorni la notizia che il medico Andrea Crisanti del PD si è messo a disposizione temporaneamente per permettere a Rifondazione Comunista di potersi candidare riducendo drasticamente il numero delle firme necessarie per presentarsi. Ciò chiaramente pone molti interrogativi, pur essendo di certo un’ottima notizia. Dobbiamo mettere in campo adesso una forza capace di fare le primarie sul programma e non sulle facce in modo tale che, chiunque venga eletto, possa governare sulla base di un programma esplicitato prima.