Il ruolo del marxismo nella ricostruzione del movimento comunista internazionale

Intervento introduttivo della conferenza “cambiare il mondo”.


Il ruolo del marxismo nella ricostruzione del movimento comunista internazionale

Il comunismo quale “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” [Marx, Engels, l’ideologia tedesca] per realizzarsi ha bisogno dell’incontro di condizioni oggettive e soggettive, vale a dire di una realtà cui la coscienza deve aggrapparsi per velocizzarne la trasformazione. Pertanto, per realizzare il comunismo, c’è bisogno di un lavoro rivoluzionario che, in quanto tale, non può non essere accompagnato da una teoria rivoluzionaria. Obiettivo di questo articolo è ribadire il ruolo e l’importanza della teoria.

Nella sua opera principale, Marx ci dimostra che qualunque processo lavorativo umano presuppone la capacità di astrazione: “Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l'ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall'ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nella idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente. Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell'elemento naturale; egli realizza nell'elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, che egli conosce, che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà” [il capitale, cap. V].

Anche il lavoro politico, dunque, ha bisogno di una teoria che lo guidi. E questo, la borghesia lo ha capito già da molto tempo, tanto che per instaurare il suo dominio ai danni della nobiltà feudale e del clero in quanto classi dominanti non ha esitato a promuovere lo sviluppo del pensiero teorico (si pensi alle pubblicazioni di importanti intellettuali contemporaneamente uomini politici e d’affari quali Niccolò Machiavelli, Adam Smith e David Ricardo). Ma da quando la borghesia ha definitivamente conquistato il potere politico, “la lotta tra le classi ha raggiunto aspetti sempre più netti e minacciosi, sia in pratica che in teoria”. Ai capitalisti non interessa più sapere “se questo o quel teorema è vero, ma se è utile o dannoso, comodo o scomodo… Attaccabrighe hanno preso il posto di ricercatori disinteressati, la malafede e la malvagia inazione dell’apologetica il posto dell’imparziale indagine scientifica” [Marx, il capitale, poscritto alla seconda edizione]. Chiunque partecipa ai dibattiti accademici può rendersene facilmente conto. La conoscenza teorica scientificamente fondata è dunque ritenuta inutile se non accumulabile per servire la tanto agognata quanto contraddittoria crescita della produttività, o addirittura dannosa se mette in discussione l’ordine costituito. Dal che la grande enfasi sulle scienze c.d. dure ed il grande attacco alle discipline umanistiche.

I comunisti, al contrario, in quanto avanguardia della classe lavoratrice, se vogliono trasformare il mondo, non possono permettersi di smettere di riflettere, approfondire e proseguire i fondamenti teorici della propria azione politica ed economica per meglio guidarla. Quindi accettare, per dirla con Lenin, che “senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario” [Lenin, che fare]; col marxismo a rappresentare, allora come oggi, quella teoria rivoluzionaria.

Una teoria, d’altronde, che non trattando del comunismo quale “stato di cose che debba essere instaurato, ideale al quale la realtà dovrà conformarsi” [Marx, Engels, l’ideologia tedesca] non può che apparire “dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell’e fatta” [Hegel, prefazione ai lineamenti di filosofia del diritto]. Difatti, il marxismo, che, ricordiamolo, si fonda su quanto di meglio la filosofia, il movimento socialista e l’economia politica erano riusciti a produrre fino ad allora, consente alle rivendicazioni delle classi subalterne di passare dall’utopia alla scienza, dunque di realizzarsi, grazie ad importantissime scoperte - prime fra tutte la concezione materialistica della storia e la teoria del plusvalore fondata sulla mercificazione della forza-lavoro - che si sono potute compiere soltanto ad un determinato grado di sviluppo dei rapporti sociali [1]. In altre parole, “prima l’uomo agisce, e poi pensa: intendendo naturalmente questo rapporto tra azione e pensiero nel senso dialettico che gli è proprio” [Donini, lineamenti di storia delle religioni, p. 114]. D’altronde, se “prima di pensare, prima di teorizzare, prima di riflettere, l’uomo ha dovuto vivere” [ivi p. 77] questi pensieri, teorie e riflessioni, nati dalla struttura economica, reagiscono a loro volta su di essa, contribuendo a modificare gli stessi rapporti di produzione dal quale sorgono.

Ciò detto, se il socialismo è diventato una scienza “va trattato come una scienza, cioè va studiato” [Engels, la guerra dei contadini in Germania]. Il che significa:

  1. Chiarire i rapporti tra teoria, prassi e organizzazione, rifiutando qualunque richiamo alla ri-fondazione del marxismo, giacché a dover essere rifondato (almeno in Italia) è il partito, non la dottrina che deve essere semmai ri-posta sulle sue fondamenta di classe (di lotta di classe, per una società senza classi) rimuovendo ogni eclettismo ed economicismo (esaltazione della spontaneità e svalorizzazione della coscienza);

  2. Su questa base sviluppare una conoscenza quanto più possibile circostanziata del capitale per come esso si presenta nel XXI secolo evitando di “prescrivere ricette per l’osteria dell’avvenire” [Marx, il capitale, poscritto alla seconda edizione];

  3. Sviluppare una cultura assolutamente autonoma da quella borghese (da cui nasce ma che deve saper superare, conservando tutto ciò che di buono essa ha prodotto);

  4. Diffondere tale conoscenza e cultura, vale a dire promuovere una formazione onnilaterale di massa che non può essere seconda a nessun altro impegno dovendo guidare l’azione come il cervello dell’operaio ne guida le mani.

Limitandosi ai primi due punti, chiarire i rapporti tra teoria, prassi e organizzazione significa dover riconoscere che (purtroppo) la piena coscienza non si sviluppa spontaneamente in seno alla classe operaia - “che con le sue sole forze è in grado di elaborare una coscienza tradunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di cercare di ottenere dal governo determinate leggi necessarie agli operai etc” - ma nasce col contributo fondamentale delle “teorie filosofiche, storiche, economiche che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali” [Lenin, che fare]. Ma oggi, se l’apporto degli “ideologi borghesi… che sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme” ed “in tempi nei quali la lotta delle classi si avvicina al momento decisivo… passano al proletariato” [Marx, Engels, il manifesto] rimane fondamentale, lo è soltanto nella misura in cui costoro sappiano riconoscere che il marxismo è una teoria “completa e armonica” [Lenin, Le tre fonti e le tre parti integranti del marxismo], che non abbisogna di innesti (ad es. keynesiani) né può essere applicata a contenuti e fini diversi da quelli per i quali è nata. Che dunque sappiano riconoscerne la relatività in quanto “riflesso della materia in perpetuo movimento” [ivi].

In altre parole, affinché si possa pervenire ad un cambio di paradigma scientifico per lo studio del capitalismo - alla costruzione di un nuovo edificio teorico con diverse fondamenta - ci sarebbe bisogno che il capitalismo si basasse su presupposti diversi da quelli che lo caratterizzano. Al contrario, fin tanto che la società umana sarà caratterizzata dalla mercificazione dei valori d’uso, inclusa la forza-lavoro (e dalla sua non riproducibilità capitalistica), da una massa di persone privata della proprietà dei mezzi di produzione e una minoranza di proprietari, dallo sfruttamento della forza-lavoro da parte di questi ultimi al fine di accumulare più ricchezza, dalla concorrenza, il marxismo può soltanto evolvere nel solco delle leggi individuate da Marx ed Engels e la società comunista nascere, con tutti i travagli e le transizioni del caso, dal superamento di queste caratteristiche.

Ciò comporta la necessità di sviluppare una conoscenza quanto più possibile circostanziata delle forme dei mutamenti del capitale quale “presupposto per identificare le lotte possibili, la loro direzionalità immediata e di prospettiva, i margini di autonomia praticabili e da conquistare, insomma la linea politica adeguata alla fase. Se il capitale, per uscire dalle sue crisi, richiede sempre più conoscenze efficacemente possedute, i comunisti, che ne sono in un certo senso la filiazione, devono superarlo in potere conoscitivo per consumare il parricidio e instaurare così le loro leggi storiche e la fine delle classi a livello mondiale” [Carla Filosa,il concetto di comunismo e la storia].

E i mutamenti, anche rivoluzionari, il capitale ce li offre senza sosta. I più eclatanti sono quelli tecnologici: “La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali… Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare” [Marx, Engels, il manifesto]. Lasciando a chi più competente di me l’analisi delle ripercussioni che l’automazione del controllo sta producendo sulla classe lavoratrice e le sue lotte (“la loro direzionalità immediata, ecc…”), come esempio dei mutamenti da studiare vorrei concentrarmi su quelli più facili, perché ampiamente dibattuti, intercorsi tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX che hanno comportato la trasformazione imperialistica del modo di produzione capitalistico.

La categoria di imperialismo è oggi imprescindibile per orientare la nostra azione politica. E ad un secolo e più dalla sua nascita, esso rimane caratterizzato, oltre che dall’estrema aggressività tanto all’interno (calo dei salari) quanto all’esterno (saccheggio di altre nazioni) per aumentare quantitativamente la valorizzazione, anche da quelle cinque caratteristiche economiche individuate da Lenin:

  1. concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

  2. fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario” di un’oligarchia finanziaria;

  3. grande importanza acquisita dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;

  4. presenza di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

  5. compiuta ripartizione della terra in sfere di influenza tra le più grandi potenze capitalistiche.

In oltre un secolo di storia non è emerso nessun ultra-imperialismo di kautskyana memoria, nessun impero negriano, capaci di garantire l’auspicabile pace perpetua. Tutti gli accordi tra le grandi potenze per la spartizione di porzioni di globo, che pure non sono mancati e non mancheranno, non sono altro che la fotografia di determinati rapporti di forza. “Ma i rapporti di potenza si modificano, nei partecipanti alla spartizione, difformemente, giacché in regime capitalista non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, trust, rami di industria, paesi, ecc… Si può immaginare che nel corso di 10-20 anni i rapporti di forza tra le potenze imperialiste rimangano immutati? Assolutamente no” [Lenin, l’imperialismo fase suprema del capitalismo]. Ed infatti anche la ripresa economica del secondo dopoguerra nei paesi europei ed in Giappone e lo sviluppo di “nuove” potenze (Cina e Russia) ce lo dimostrano. Anche in questi paesi si è assistito alla ripresa/sviluppo del capitale monopolistico finanziario in grado di intraprendere una crescente penetrazione del mercato mondiale - che nell’immediato dopoguerra era ad esclusivo appannaggio degli USA - e portare ad un mutamento della divisione internazionale del lavoro, alla rottura di accordi non più funzionali (es. Bretton Woods) e alla sottoscrizione di nuovi (es. One belt one road).

Non si tratta, tuttavia, di meri mutamenti nei rapporti di forza. Oggi, a differenza della sua prima fase - quella del “capitale monopolistico di stato”, quando (a) gli stati dominanti avevano un rapporto biunivoco diretto esclusivamente con il proprio capitale e (b) la penetrazione finanziaria del mercato mondiale avveniva specialmente verso i paesi soggetti alla propria sfera di influenza, per lo più fondando filiali prive di autonomia e votate all’esportazione verso la madrepatria, col potere di direzione e controllo in capo a quella che rimaneva la principale società operativa ubicata nel paese di origine - l’imperialismo del secolo XXI si caratterizza per:

  1. una penetrazione finanziaria (Ide + investimenti di portafoglio) che avviene non soltanto dai paesi dominanti a quelli dominati ma anche (soprattutto) tra i primi, con la conseguente creazione di assetti proprietari internazionali;

  2. la creazione di holding di controllo strategico della produzione e del credito, ma prive di funzioni esecutive, ubicate nei paesi dominanti, lasciando ad altre società del gruppo sparse in giro per il mondo (filiera) soltanto i compiti operativi, per i quali godono di maggiore (e grande) autonomia rispetto al passato (dalla holding vengono fissati i risultati da raggiungere lasciando decisione su come raggiungerli in capo ai singoli stabilimenti);

  3. un sistema di controllo (comando) maggiormente centralizzato grazie all’azionariato diffuso, al sistema delle scatole cinesi e all’introduzione di azioni con voto plurimo o maggiorato - che consente di nominare la maggioranza dei membri dei Cda pur non avendo la maggioranza assoluta delle azioni - e, al polo opposto, operazioni di esternalizzazione che arrivano fino a trasformare i singoli lavoratori in apparenti imprenditori di sé stessi, formalmente autonomi ma sostanzialmente dipendenti.

Tutto ciò determina che alle classiche contraddizioni (conflittualità) tra paesi (e poli) imperialistici si affiancano nuove contraddizioni (e conflittualità) tra associazioni di monopolisti che si caratterizzano per avere assetti proprietari internazionali e trasversali ai diversi paesi. “Ciò non significa affatto che gli stati perdano la loro funzione di rappresentanza del potere borghese – che è l’unica realtà storica che ne giustifichi l’esistenza – ma devono svolgere siffatta funzione di rappresentanza in modo affatto differente. Ciascuno di essi, poiché non ha più un rapporto diretto con il proprio capitale, deve rappresentare tutti i capitali di stanza nel paese e mediare tra i loro interessi, spesso contrapposti” [Gianfranco Pala, l’imperialismo transnazionale].

Né questo significa rinunciare a combattere in primis il proprio imperialismo. Ma per farlo efficacemente occorre costruire una nuova internazionale - di cui ciascun partito costituisca l’articolazione nazionale - in grado di individuare l’anello più debole dell'attuale forma imperialistica per approfondirne le contraddizioni senza ripetere i tragici errori commessi nel 1914, quando i socialisti votarono i crediti di guerra. Studiare l’evoluzione dell’imperialismo, dunque, deve servire a capire che, al momento, nei principali paesi dominanti combattere (e vincere) il proprio imperialismo pone immediatamente la non facile questione della lotta all’imperialismo transnazionale e dunque dell’internazionalizzazione della rivoluzione. È dunque necessario indagare quali sono le caratteristiche oggi del proprio imperialismo e dunque se, come, in quale misura e con quali rapporti di forza la propria borghesia finanziaria partecipi alle associazioni monopolistiche internazionali che si ripartiscono il mondo e se, come, in quale misura e da quali associazioni monopolistiche il proprio paese è attraversato, in modo da rendere la propria azione adeguata alla fase.


Note

[1] A tal proposito si riporta un celebre passaggio del libro primo del capitale: “Aristotele - il grande indagatore che ha analizzato per la prima volta la forma di valore - enuncia chiaramente che la forma di denaro della merce è soltanto la figura ulteriormente sviluppata della semplice forma di valore, cioè dell’espressione del valore di una merce in qualsiasi altra merce a scelta, poiché dice: “5 letti = 1 casa” non si distingue da: “5 letti = tanto e tanto denaro”. Inoltre vede che il rapporto di valore al quale è inerente la espressione di valore porta con sé a sua volta che la casa venga equiparata qualitativamente al letto, e che queste cose, differenti quanto ai sensi, non sarebbero riferibili l’una all’altra come grandezze commensurabili senza tale identità di sostanza. Egli dice: “Lo scambio non può esserci senza l’identità, e l’identità non può esserci senza la commensurabilità”. Ma qui si ferma, e rinuncia all’ulteriore analisi della forma di valore. “Ma è in verità impossibile che cose tanto diverse siano commensurabili”, cioè qualitativamente eguali. Tale equiparazione può esser solo qualcosa di estraneo alla vera natura delle cose, e quindi solo una “ultima risorsa per il bisogno pratico”. Aristotele stesso ci dice dunque per che cosa la sua analisi non procede oltre: per la mancanza del concetto di valore. Che cos’è quell’eguale, cioè la sostanza comune, che nell’espressione di valore del letto rappresenta la casa per il letto? Aristotele dichiara che una cosa del genere “in verità non può esistere”. Perché? La casa rappresenta qualcosa d’eguale nei confronti del letto in quanto rappresenta quel che è realmente eguale in entrambi, nel letto e nella casa. E questo è: il lavoro umano. Ma Aristotele non poteva ricavare dalla forma di valore stessa il fatto che nella forma dei valori di merci tutti i lavori sono espressi come lavoro umano eguale e quindi come egualmente valevoli, perché la società greca poggiava sul lavoro servile e quindi aveva come base naturale la disuguaglianza degli uomini e delle loro forze-lavoro. L’arcano dell'espressione di valore, l’eguaglianza e la validità eguale di tutti i lavori, perché e in quanto sono lavoro umano in genere, può essere decifrato soltanto quando il concetto della eguaglianza umana possegga già la solidità di un pregiudizio popolare. Ma ciò è possibile soltanto in una società nella quale la forma di merce sia la forma generale del prodotto di lavoro, e quindi anche il rapporto reciproco fra gli uomini come possessori di merci sia il rapporto sociale dominante. Il genio di Aristotele risplende proprio nel fatto che egli scopre un rapporto d’eguaglianza nella espressione di valore delle merci. Soltanto il limite storico della società entro la quale visse gli impedisce di scoprire in che cosa insomma consista “in verità” questo rapporto di eguaglianza”.

28/04/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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