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L'Urss raccontata da un samovar

Samovar è una rubrica mensile che racconta la storia dell'URSS attraverso oggetti, spazi e rituali della vita quotidiana: dalle kommunalki ai samovar, dai tappeti ai jeans Levi's, fino al primo McDonald's di Mosca. Perché spesso sono le piccole cose a raccontare una civiltà meglio dei grandi eventi.


L'Urss raccontata da un samovar

Se chiedessimo a un adolescente di oggi che cosa sa dell'Unione Sovietica, probabilmente ci parlerebbe di Lenin, di Stalin, della Guerra fredda o della corsa allo spazio. Poi arriverebbe una domanda molto più difficile: “Sì, ma come vivevano davvero?” Ed è qui che le cose si complicano. Perché le società non abitano nelle date. Abitano nelle cucine, nei corridoi dei condomini, nelle code davanti ai negozi, nei film, negli oggetti che passano di mano in mano e finiscono per raccontare un'epoca meglio di molti documenti. L'URSS non è stata soltanto un sistema politico, ma un universo di segni: oggetti, rituali, spazi, slogan, consumi, desideri e contraddizioni. A prima vista il samovar è soltanto un recipiente metallico per preparare il tè. Una specie di antenato monumentale del bollitore elettrico. Ma come tutti gli oggetti che attraversano il tempo, anche il samovar finisce per raccogliere significati che vanno ben oltre la sua funzione originaria. Contrariamente a quanto immaginiamo in Occidente, la bevanda nazionale russa non è la vodka. È il tè. Il chaj, parola arrivata dalla Cina lungo rotte commerciali che raccontano una Russia sempre sospesa fra Europa e Oriente. E attorno al tè, per secoli, si è raccolta una parte della vita domestica russa. Il samovar è un oggetto domestico che attraversa impero zarista, rivoluzione, comunismo, stagnazione brežneviana e nostal’ghja post-sovietica, trasformandosi continuamente di significato. Ogni civiltà possiede un oggetto che la racconta meglio dei suoi monumenti. Non il Cremlino, non la Piazza Rossa, non le statue degli eroi rivoluzionari. A volte la storia si deposita in luoghi più modesti: una cucina, una tovaglia cerata, una teiera scheggiata. Samovar deriva dal russo sam ("da sé") e varit' ("bollire"): qualcosa che bolle da solo. Un piccolo miracolo linguistico che parla di autosufficienza molto prima ancora che di tè e rispecchia appieno lo spirito russo. Il samovar non è semplicemente un utensile. Attorno al suo metallo si allunga il tempo delle conversazioni, delle visite inattese, dei silenzi condivisi. Prima ancora che un utensile, è una forma di convivenza. Nella Russia zarista il samovar occupava il centro della casa. Attorno al suo metallo si allungavano i pomeriggi, si ricevevano gli ospiti, si concludevano affari, si raccontavano storie. Non sorprende che compaia così spesso nelle pagine di Tolstoj, Čechov e Gogol': più che un oggetto, era una scenografia della vita quotidiana.

Quando arriva la rivoluzione del 1917, il nuovo potere eredita un problema tipicamente sovietico: che fare degli oggetti del passato? Distruggerli, conservarli, reinterpretarli? La rivoluzione del 1917 non cambiò soltanto il potere. Milioni di segni dovevano essere riscritti. Le chiese diventarono magazzini, i palazzi aristocratici sedi amministrative, le icone lasciarono il posto ai ritratti di Lenin. Anche gli oggetti di casa dovettero trovare un nuovo posto nel racconto sovietico. Il samovar, tuttavia, sopravvisse. Rimase al suo posto, ma cambiò il modo in cui veniva guardato. Accadde così qualcosa di interessante: l'oggetto perse gradualmente il suo carattere aristocratico e divenne popolare. Continuò a occupare il centro della tavola, ma cambiò il racconto che lo accompagnava. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica il samovar smette di essere un oggetto d'uso e diventa un oggetto della memoria. Come spesso accade dopo la fine di una civiltà, gli oggetti sopravvivono meglio delle idee. Perché gli oggetti restano. Ed è proprio per questo che finiscono per raccontare le civiltà meglio dei monumenti. Nei prossimi appuntamenti di questa rubrica, entreremo nelle kommunalki, nelle stolovaya (mense per lavoratori), saliremo sugli ascensori dei grandi palazzi sovietici, apriremo un frigorifero ZIL, seguiremo le interminabili code (očered') davanti ai negozi, parleremo delle dacie, delle reti della spesa avoska, dei tappeti appesi alle pareti, dei jeans Levi's inseguiti come un miraggio, di chewing-gum, dell’arrivo della Pepsi alle Olimpiadi del 1980 e perfino dell'inaugurazione del primo McDonald's di Mosca. Perché una civiltà sopravvive nei gesti più ordinari. “Samovar” racconterà tutte quelle piccole cose che raramente trovano posto nei libri di storia ma che, messe insieme, costituiscono il tessuto invisibile di una civiltà. E perché partiamo proprio dal samovar? Perché è un oggetto paziente, riscalda lentamente, aspetta, tiene insieme le persone. Proprio come la memoria. E forse, in un'epoca consumistica che corre veloce e dimentica in fretta, vale ancora la pena sedersi attorno a quel vecchio recipiente di metallo, versarsi una tazza di tè e ascoltare ciò che gli oggetti hanno da raccontare. Anche quando parlano di un mondo che non esiste più.

03/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Antonella Guidi
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