Amadeo Bordiga: Critica del capitalismo sovietico e ortodossia rivoluzionaria

Il presente contributo analizza la parabola teorico-politica di Amadeo Bordiga, fondatore del Partito Comunista d'Italia, ripercorrendone l'intera traiettoria biografica e intellettuale. Attraverso il vaglio critico di diverse prospettive storiografiche sul movimento comunista, il testo si propone di smantellare il mito di un Bordiga pensatore dottrinario e 'astratto'. 


Amadeo Bordiga: Critica del capitalismo sovietico e ortodossia rivoluzionaria Credits: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Amedeo_Bordiga.png

Il fallimento storico dell'Unione Sovietica e la progressiva integrazione del Partito Comunista Italiano nelle istituzioni dello Stato borghese hanno confermato, con la spietata ineluttabilità dei processi materiali, le tesi formulate da Amadeo Bordiga nel corso di oltre mezzo secolo di militanza teorica e politica. A lungo oscurata, denigrata e poi addomesticata dalla storiografia ufficiale di partito, la figura di Bordiga emerge oggi come l'unico vero baluardo dell'ortodossia marxista in Occidente. È in questo contesto che diviene imperativo non solo ripercorrere l'analisi bordighiana del capitalismo di stato sovietico, ma anche smantellare la narrazione storiografica egemone, in primis quella di Paolo Spriano, che ha funto da apparato ideologico per giustificare la deriva riformista e interclassista del PCI.

Come evidenziato dagli studi di Michele Fatica sull'elaborazione dei concetti chiave della prima militanza e di Luigi Cortesi sul profilo storico del pensatore napoletano, Bordiga costruisce il suo impianto teorico in una lotta frontale contro la degenerazione riformista e democratica del Partito Socialista Italiano. Il suo marxismo non concede nulla all'idealismo o al volontarismo; è una scienza ferrea, basata sul determinismo economico e sulla necessità della rottura rivoluzionaria. Questo rigore si manifesta in tutta la sua potenza con lo scoppio del primo conflitto mondiale. Luigi Gerosa ha sottolineato come, di fronte al disastroso collasso della Seconda Internazionale e al tradimento social-patriottico, Bordiga opponga l'assoluta necessità dell’“alternativa proletaria”. È su questo terreno di inflessibile intransigenza che, come tracciato da Alexander Höbel, matura il problema del partito durante il "dopoguerra rosso", culminando nella scissione di Livorno del 1921.

Il Partito Comunista d'Italia nasce sotto l'egida bordighiana; è un'organizzazione fortemente centralizzata, depurata da ogni residuo socialdemocratico, intesa come organo compatto e impersonale della classe operaia.

Per comprendere l'emarginazione di Bordiga, è fondamentale analizzare criticamente e senza fare sconti la storiografia ufficiale del PCI, la cui massima espressione è la monumentale Storia del Partito Comunista Italiano di Paolo Spriano. Spriano, muovendosi in un'ottica nettamente togliattiana, costruisce un impianto narrativo teleologico, il cui scopo latente è legittimare l'abbandono della prospettiva rivoluzionaria che fece il PCI con la svolta di Salerno a favore della via costituzionale e democratica.

Nel suo primo volume, significativamente intitolato Da Bordiga a Gramsci, Spriano riduce l'opera di Bordiga a una fase "infantile", settaria e dogmatica del partito, una sorta di "malattia della giovinezza" che doveva essere storicamente superata. Spriano descrive la transizione della leadership come il passaggio da un dottrinarismo astratto al "realismo" politico gramsciano-togliattiano. Liliana Grilli, al contrario, rileva acutamente come la storiografia del PCI abbia a lungo ignorato o denigrato Bordiga e come storici quali Spriano siano stati successivamente costretti a riconoscerne il ruolo storico unicamente grazie alle pressioni di studiosi indipendenti come Stefano Merli e Luigi Cortesi. Grilli dimostra come il riconoscimento di Spriano sia un'operazione di puro trasformismo storiografico; egli concede a Bordiga l'onore della fondazione, ma ne svuota e neutralizza l'impianto teorico. Quello che Spriano esalta come l'avvento della "maturità" politica (la linea Gramsci-Togliatti) fu in realtà l'inizio della capitolazione, la rinuncia all'internazionalismo, l'accettazione della tattica dei fronti popolari e la successiva subordinazione della classe operaia alle logiche dello Stato borghese democratico. La narrazione di Spriano mistifica la realtà: il presunto "settarismo" di Bordiga era l'unica vera ortodossia marxista, mentre il "realismo" celebrato da Spriano non era altro che la teorizzazione dell'opportunismo istituzionale. Un’altra autrice, Andreina De Clementi, considera Amadeo Bordiga come l'autentico e principale fondatore del Partito Comunista d'Italia, restituendogli la centralità storica che gli era stata a lungo sottratta. De Clementi vede nel rivoluzionario napoletano il dirigente italiano che espresse le maggiori sintonie con l'esperienza bolscevica nei primissimi anni Venti, poi annientate da Stalin. Il lavoro di De Clementi è stato uno dei primi in ambito accademico a denunciare esplicitamente la "matrice staliniana" delle celebri Tesi di Lion,e approvate al congresso del 1926. Secondo la sua ricostruzione, quelle tesi servirono non solo a sancire la leadership politica di Gramsci, ma anche a liquidare definitivamente l'egemonia originaria di Bordiga.

Questa frattura si materializza tra il 1923 e il 1926, periodo analizzato da Antonio Ca' Zorzi. Mentre Mosca imponeva la tattica del "fronte unico" e la "bolscevizzazione", Bordiga vi individuava una pericolosa ricaduta nel tatticismo. La visione gramsciana, intrisa di idealismo, spostava l'asse dalla struttura economica alla sovrastruttura (l'egemonia, la guerra di posizione). Per Bordiga, questa era una deviazione fatale: il capitale non si sconfigge conquistando le "casematte" della società civile, ma spezzando la macchina statale. All'Esecutivo allargato del 1926, sfidando Stalin, Bordiga denunciò la teoria del "socialismo in un solo paese" come un tradimento dell'internazionalismo, dimostrando una lucidità che smentisce clamorosamente la favola sprianiana del leader "astratto". Ca' Zorzi analizza nel dettaglio il triennio critico in cui la Sinistra di Amadeo Bordiga (che aveva fondato e originariamente egemonizzato il PCd'I) entra in rotta di collisione con l'Internazionale Comunista e con la nuova leadership di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. Documenta il processo di "bolscevizzazione", la nascita del Comitato d'Intesa, fino ad arrivare alla definitiva sconfitta della Sinistra sancita al Congresso di Lione del 1926 e al VI Esecutivo allargato.

Durante gli "anni oscuri" studiati da Arturo Peregalli, Bordiga non cedette alle sirene dell'antifascismo democratico. A differenza di Togliatti, che con la Svolta di Salerno subordinava la classe operaia alla monarchia e alla costituzione borghese inaugurando l'interclassismo, Bordiga mantenne intatta l'autonomia di classe. Il fascismo e la democrazia borghese erano per lui solo diverse forme del dominio del capitale. Aderire al CLN avrebbe significato usare il proletariato come carne da cannone per restaurare l'ordine capitalistico.

La Lettura del "Capitale" di Bordiga e la Struttura delle Classi

Nel dopoguerra, Nicola Di Matteo e Giorgio Galli analizzano come Bordiga ripristini la scienza marxista. Il capitale non è mera proprietà giuridica privata, ma una "forza sociale" anonima. Nel capitalismo avanzato, il borghese tende a scomparire, sostituito dalla figura del manager, del funzionario del capitale. La forma-impresa domina la società, subordinando a sé anche lo Stato. Questa chiave di lettura trova il suo culmine nell'analisi dell'URSS di Liliana Grilli. Bordiga polverizza l'equazione "statalizzazione + pianificazione = socialismo". Egli dimostra che in Russia vigeva un "capitalismo mercantile ad industria statizzata". La permanenza del lavoro salariato, della merce, del denaro e dell'azienda dimostravano la natura capitalistica del sistema; lo Stato sovietico si comportava come un "capitalista unico", estorcendo plusvalore per l'accumulazione. Lo stalinismo fu, dunque, una spietata rivoluzione borghese in area asiatica. Le tesi bordighiane non si limitano a diagnosticare il carattere capitalistico dell'URSS, ma dimostrano l'incompatibilità tra comunismo e produzione di valore.

La mole teorica di Amadeo Bordiga, ricomposta dai saggi antologici e dalla sua inesorabile critica dell'economia russa, restituisce al movimento comunista la sua scienza. La narrazione edificante di Spriano e la "via italiana" togliattiana si sono risolte in un fallimento che ha disarmato la classe operaia. La dottrina bordighiana dell'invarianza ha invece attraversato il Novecento mantenendo intatta la bussola: l'obiettivo non è democratizzare l'economia del valore, ma abolire il lavoro salariato e lo Stato capitalista.

Bibliografia:

  • Cortesi Luigi, Le origini del PCI. Studi e interventi sulla storia del comunismo in Italia, Bari, Laterza, 1972;
  • De Clementi Andreina, Amadeo Bordiga, Torino, Einaudi, 1971;
  • Galli, Giorgio, Storia del Partito Comunista Italiano Milano, Kaos Edizioni, 1993;
  • Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano (intitolato programmaticamente Da Bordiga a Gramsci, Einaudi, Torino 1967);
  • Id., L'occupazione delle fabbriche. Settembre 1920, 1964;
  • Franco Livorsi,  Amadeo Bordiga, Editori Riuniti, Roma 1984.

29/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Orazio Di Mauro

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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