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Aspetti distruttivi e potenzialità rivoluzionarie della crisi del capitalismo

La crisi della società capitalista la rende sempre più aggressiva. Ma come un animale ormai ferito a morte tende a reagire in modo sempre più violento e irrazionale. Diviene così sempre più evidente a livello internazionale che per poter svilupparsi cooperando pacificamente bisogna rendere questa belva in grado di non nuocere.


Aspetti distruttivi e potenzialità rivoluzionarie della crisi del capitalismo

Il mondo grande e terribile in cui viviamo, essendo complesso, non può che essere in se stesso contraddittorio. La grande civiltà dell’imperialismo occidentale, sorta nel XV secolo in Portogallo, oggi vive una crisi strutturale sempre più devastante. Il suo predominio a livello internazionale, durato circa due secoli, è al suo canto del cigno. Il modo di produzione capitalistico, nei paesi occidentali in cui è nato, è divenuto sempre più un freno all’ulteriore sviluppo delle forze produttive. L’ormai prossimo esplodere della bolla speculativa costruita intorno all’intelligenza artificiale, presumibilmente, dimostrerà che il capitalismo nel mondo occidentale non ha più nulla o quasi di buono da offrire alla società.  

Ciò significa che stanno sempre più maturando le condizioni oggettive per la rivoluzione in occidente. Quindi, questo enorme stravolgimento dello scenario internazionale ci affida un grande compito storico costruire la soggettività rivoluzionaria che sarà in grado di riportare all’ordine del giorno il superamento, in seno socialista, del capitalismo.

D’altra parte, nella fase di transizione che si sta aprendo, in cui il vecchio muore e il nuovo non riesce ancora a nascere, si manifestano i fenomeni più morbosi. Da Trump e Musk negli Usa, a Bolsonaro in Brasile, da Milei in Argentina a Vannacci in Italia, per limitarci ai casi più conosciuti, l’elenco si allunga sempre di più. Questi personaggi non sono e non saranno certo la causa della crisi del capitalismo, ma sono alcuni dei suoi effetti. Del resto, questi personaggi costituiscono un epifenomeno dei modi sempre più irrazionali che il capitalismo mette in campo per tentare, sempre più disperatamente, di rinviare gli effetti più devastanti della crisi. In tal modo, emerge sempre più chiaramente a cosa porta la putrefazione della società capitalista, che perde sempre più capacità di egemonia a livello internazionale. Il “mito americano”, il paese guida del modo di produzione capitalista, è sempre più infranto dall’essere diretto da un personaggio come Trump.

Abbiamo sempre più capitali e, dunque, attività produttive che dai paesi a capitalismo maturo in crisi si spostano nei paesi in via di sviluppo. Ciò stravolge sia la capacità di egemonia della grande borghesia, sia la classe potenzialmente rivoluzionaria, a partire dal suo nucleo più avanzato: la classe operaia. D’altra parte sempre più attività produttive si trasferiscono nei paesi in via di sviluppo, per cui oggi sono sempre di più i paesi occidentali, a capitalismo maturo, a essere indebitati e a dipendere dai paesi in via di sviluppo.

Ciò si ripercuote in maniera devastante sull’intera società occidentale. I lavoratori per mantenere il posto di lavoro e sopravvivere come proletari, sempre più sotto ricatto, sono costretti ad accettare condizioni di lavoro e di vita sempre più misere e precarie. Sempre più proletari precipitano nel sottoproletariato, sempre più piccolo borghesi tendono a proletarizzarsi. In entrambi i casi divengono facile preda di populismo e demagogia, non di rado di destra ed estrema destra. Così in zone tradizionalmente molto di sinistra, in più casi si affermano forze di destra. In tal modo, cresce sempre di più la parte di società che, dalla società capitalista, non ha nulla di buono da aspettarsi. Dunque, un'altra parte progressivamente più ampia della società non ha nessun interesse al mantenimento in vita di un modo di produzione che, nel migliore dei casi la dequalifica dal punto di vista sociale, quando non la getta sul lastrico.

Crescono in maniera sempre più inammissibile le disparità sociali, un numero sempre più esiguo di grandi borghesi si appropria di una parte significativa dei beni della grande maggioranza che tende quindi ad impoverirsi. I ceti medi divengono sempre più precari, una esigua minoranza si arricchisce, mentre la maggioranza si impoverisce. In tal modo il blocco sociale dominante diviene sempre più un gigante dai piedi di argilla, in quanto la sua base sociale si restringe sempre di più, via via che la piccola borghesia si proletarizza. Discorso analogo vale per il ceto medio riflessivo, per molti giovani intellettuali, il che favorisce il loro identificarsi con il proletariato.

Questa precarietà sociale ed esistenziale sempre più diffusa favorisce attitudini progressivamente più individualiste, disperatamente edoniste e sempre meno capaci di integrarsi nella società. Anche i rapporti di coppia tendono a divenire più precari, in tutti i sensi. Cresce il numero di giovani precari che non ha gli anticorpi necessari a non divenir facile preda di demagoghi e populisti, tendenzialmente di destra. D’altra parte le giovani generazioni – per le quali questo modo di produzione non solo non promette più un progresso sociale ed economico ma, al contrario, sembra garantire condizioni di vita peggiori di quelle delle generazioni precedenti – non possono che divenire una polveriera sociale sempre più prossima a esplodere. Non a caso in questi ultimi anni crescono grandiose rivolte della Generazione Zeta, in grado di rovesciare, in tempi rapidissimi, regimi e dinastie politiche che sembravano inamovibili.

Si fanno sempre meno figli nelle società in cui il modo di produzione capitalista diviene dominante. La società tende a invecchiare sempre di più. Cresce il bisogno e lo spazio per lavoratori immigrati tendenzialmente poveri e quasi sempre precari. La maggioranza della classe dominante e dirigente tende a soffiare sul fuoco della xenofobia. I lavoratori immigrati anche quando riescono a regolarizzarsi e a trovare un lavoro continuativo, vivono in una condizione di fortissima ricattabilità, che rende più complicato creare forme di unità fra sfruttati. D’altra parte la società e, in particolare, le classi subalterne, divengono sempre più multietniche e multiculturali. Ciò rende sempre più evidente che il proletariato non ha nazione, favorendo lo sviluppo dell’internazionalismo e della rivoluzione sociale.

Il razzismo tende a diffondersi, anche perché è sempre più alimentato dall’ideologia dominante attraverso la classe dominante che lo finanzia e la classe dirigente che tende a cavalcarlo. Il razzismo consente alla classe dominante di mantenere una certa egemonia sulle classi subalterne senza ampliare gli spazi di libertà e democrazia e senza dover fare più concessioni economiche, sempre più difficili per la tendenziale caduta del tasso di profitto. Peraltro l'ampliamento degli spazi di libertà e democrazia risulta progressivamente meno tollerabile da parte di una classe dirigente che mira a sviluppare tendenze sempre più bonapartiste, principalmente regressive. Più cala la capacità di egemonia, più il potere tende a fondarsi sul monopolio della violenza legalizzata e più le società divengono repressive e autoritarie.

Nei luoghi di lavoro tende a riaffermarsi sempre di più il dispotismo padronale o dirigenziale. Diminuendo l’autorevolezza i superiori debbono sempre più ricorrere all’autoritarismo, che implica il reimporre in ogni modo il comando sulla forza lavoro. Questo attacco generalizzato, d’altra parte, non può che favorire la resurrezione della coscienza e della solidarietà di classe. Una parte sempre più ampia della società e, in modo particolare, le giovani generazioni diverranno sempre più consapevoli che rivoltandosi contro questo modo di produzione non hanno null’altro da perdere che le loro catene.

La tradizione tende a reimporsi sulla ragione, il principio di autorità, innanzitutto nei riguardi dell’ideologia dominante, si vendica dei precedenti trionfi dello spirito critico. La paura per il futuro sempre più precario tende a rifarsi ai danni del principio di speranza. I giovani sono talmente tanto oppressi da un futuro che apre loro sempre meno prospettive, che tendono a perdere lo spirito dell’utopia e a divenire pessimisti. Il fondamentalismo religioso tende a riconquistare terreno ai danni della laicità. La distruzione della ragione riacquista talmente forza e prestigio da riuscire a egemonizzare fasce non minoritarie dell’estremismo di sinistra. Il complottismo sembra avere la meglio sulla consapevolezza della razionalità del reale. D’altra parte con lo sviluppo dell’urbanizzazione le masse popolari non vivono più sperdute nelle campagne. Sono più aperte al nuovo, tendono ad acculturarsi e a socializzare con altri subalterni.

Certo, nelle società capitaliste Il cinismo è fatto apparire sempre più moderno e anticonformista rispetto alla solidarietà di classe. Il legalismo appare di sinistra, visto che la destra non accetta più nessuna regola che freni la restaurazione della legge della giungla. Al contempo un numero crescente di oppressi e sfruttati perde fiducia nello Stato, nei suoi apparati repressivi, nei suoi magistrati, nella sua classe dirigente. In tal modo, oggettivamente, il potenziale rivoluzionario tende a crescere.

Le società a capitalismo maturo hanno sempre più bisogno di forza lavoro per far funzionare l’apparato militare-industriale. La tendenza a privatizzare le forze armate, portata avanti da anni dalla classe dominante, entra sempre più in contraddizione con la “necessità” di militarizzare la società. In tal modo, le classi subalterne potrebbero potenzialmente riacquistare la capacità di combattere in modo collettivo e organizzato.

La dinamica inarrestabile, se non attraverso la rivoluzione sociale, della guerra imperialista non può che portare le classi subalterne a subire sulla propria pelle tutti gli aspetti negativi dei conflitti. Con la guerra le classi dominanti trasformano la loro dittatura democratica in un regime sempre più dispotico e totalitario. Certo i subalterni di un paese si vedono costretti a combattere una battaglia per la vita e per la morte con gli oppressi e gli sfruttati degli altri paesi. Il nazionalismo, ideologia della classe dominante, tende a contagiare anche il proletariato e il sottoproletariato. D’altra parte, tale tragedia rende possibile anche la catarsi, che porta gli oppressi a fraternizzare mentre erano destinati a trucidarsi a vicenda. Cresce la consapevolezza che il vero nemico è quello che marcia alla tua testa: sono le classi dominanti e dirigenti. Si riapre l’opportunità di rovesciare la guerra imperialista, in una guerra sociale rivoluzionaria.

31/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo
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