L’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran
È passata una settimana da quando, nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, Israele e gli Stati Uniti hanno attaccato il territorio iraniano in maniera totalmente ingiustificata e senza alcuna motivazione giuridica credibile.
Lungi dall’avere un minimo di veridicità l’argomento del pericolo nucleare — più volte riconosciuto come infondato dallo stesso esercito americano — il perno dell’intera retorica di Donald Trump e Benjamin Netanyahu si è incentrato prevalentemente sul tema del cambio di regime, cioè sul supporto attivo, anche militare, alle proteste del popolo iraniano contro il regime oscurantista e retrogrado degli ayatollah.
Non ci soffermiamo neanche per un attimo sulle valutazioni storiche e politiche di questa retorica: entreremmo in un ginepraio dal quale sarebbe difficile uscire.
Siamo del tutto consapevoli delle difficoltà economiche e sociali in cui versano vasti settori della società iraniana e delle motivazioni che hanno dato vita alle recenti proteste. Allo stesso modo, da comunisti non possiamo non riconoscere l’importante funzione anti-imperialista che, con tutti i suoi limiti, la Repubblica Islamica dell’Iran ha svolto in Medio Oriente e in Palestina negli ultimi anni.
La guerra imperialista di Israele e Stati Uniti, inoltre, come sempre accade, è stata preceduta da un potentissimo giro di vite delle sanzioni economiche, che hanno prodotto nell’economia iraniana un diffuso stato di malcontento.
Le contraddizioni della realtà iraniana
La realtà politica e sociale dell’Iran — come quella di tutti i paesi aggrediti dall’imperialismo, e ancor più di una Repubblica islamica — è attraversata da contraddizioni enormi, tali che non basterebbe un intero volume per districarne completamente la complessità.
La retorica del regime change, tuttavia, si è già scontrata — fin dal primo giorno di guerra — con la pratica concreta della conduzione militare da parte del genocida Netanyahu e del bonapartista Trump.
La strategia militare di Israele e USA
La guerra di movimento del XXI secolo praticata da Israele e Stati Uniti si è concretizzata immediatamente in un’azione di stampo terroristico, culminata con l'uccisione di oltre 150 bambine.
In continuità con quanto avvenuto in Palestina, la strategia militare israeliana si fonda su bombardamenti a tappeto sulla capitale Teheran, finalizzati a terrorizzare la popolazione civile — la stessa che si dichiara di voler liberare — al fine di produrre, secondo uno schema già sperimentato in altri paesi, un collasso economico e civile tale da abbattere ogni forma di resistenza.
In questa logica profondamente irrazionale della guerra preventiva del XXI secolo si comprende anche la segretezza dell’operazione. Non vi è stato alcun coinvolgimento del Parlamento degli Stati Uniti, né alcuna informazione preventiva agli alleati subordinati. L’attacco è stato condotto mentre erano ancora in corso accordi sul nucleare.
Una guerra di questo tipo presuppone tempi rapidi di intervento e il pieno utilizzo delle basi statunitensi presenti nelle petromonarchie del Golfo.
La risposta iraniana e l’escalation regionale
È proprio su questi alleati arabi degli Stati Uniti — perno delle alleanze su cui poggia il controllo imperialistico della regione mediorientale — che si è concentrata la prima risposta missilistica dell’Iran.
Il più grande paradiso fiscale del mondo, Dubai, vetrina del lusso e dello sperpero, cuore del riciclaggio finanziario internazionale, dell’evasione fiscale e dello sfruttamento del lavoro migrante, è stato più volte colpito. Gli attacchi hanno generato panico tra i grandi capitali occidentali, mettendo in luce la fragilità del sistema di sicurezza su cui si era basata la crescita esponenziale dell’emirato negli ultimi anni.
Anche il Qatar è stato più volte attaccato, al punto da essere costretto a ridurre temporaneamente l’estrazione petrolifera. Nel frattempo Israele subisce quotidianamente attacchi missilistici e il sistema di difesa costruito dagli Stati Uniti è stato saturato dall’intensità degli attacchi.
Lo scontro missilistico tra Iran e petromonarchie del Golfo ha inoltre reso oggettivamente impraticabile il passaggio del greggio nello Stretto di Hormuz, uno dei nodi energetici fondamentali del commercio mondiale.
Le conseguenze economiche globali
Questa situazione ha determinato — anche per effetto della speculazione internazionale su petrolio e gas — una immediata impennata dei prezzi energetici. Le conseguenze di questa escalation si ripercuoteranno presto sulla vita quotidiana di milioni di lavoratori in tutto il mondo, attraverso l’aumento del costo della vita e una drastica riduzione dei consumi. Particolarmente colpite rischiano di essere le economie europee, e in modo specifico quelle italiane, già caratterizzate da un forte squilibrio energetico e da una crescente perdita di competitività industriale.
L’opinione pubblica e le contraddizioni dell’imperialismo
Da queste premesse si comprende il crescente clima di inquietudine, preoccupazione e paura, ma anche di indignazione, che attraversa ampi settori dell’opinione pubblica europea e mondiale.
Nonostante il comprensibile pregiudizio nei confronti dei metodi repressivi della Repubblica Islamica verso gli oppositori — spesso amplificato dai media occidentali con il loro tipico tratto colonialista, razzista e sciovinista — emergono con sempre maggiore chiarezza le contraddizioni dell’imperialismo.
L’aggressore appare evidente: Benjamin Netanyahu, responsabile del genocidio del popolo palestinese, sostenuto dall’ultra-reazionario Donald Trump.
L’imbarazzo del Governo Meloni
In questo contesto emerge anche il ruolo di totale subalternità dell’imperialismo italiano nei confronti degli alleati statunitensi e israeliani.
Questi ultimi non si sono nemmeno premurati di informare preventivamente il loro alleato più fedele — l’Italia — di un attacco compiuto in aperto spregio del diritto internazionale.
Da qui nasce l’imbarazzo del Governo Meloni, esploso con il caso del ministro della Difesa Guido Crosetto, che si trovava a Dubai durante l’attacco. La circostanza ha costretto il governo italiano ad ammettere pubblicamente di non essere stato informato dell’operazione militare dei propri alleati.
Nel frattempo altri governi europei, come quello spagnolo e quello croato, hanno dichiarato di non voler concedere le proprie basi militari a un’operazione che rischia di aggravare ulteriormente l’escalation militare e aprire scenari imprevedibili.
Le difficoltà politiche del Governo Meloni
Le difficoltà del Governo Meloni risultano quindi evidenti. Da un lato esso è spinto verso il coinvolgimento militare a causa dei suoi strettissimi rapporti con Stati Uniti e Israele; dall’altro è fortemente preoccupato dall’emergere della questione sociale e dai crescenti malumori dell’opinione pubblica. Queste contraddizioni devono essere approfondite e smascherate politicamente.
Il compito dei comunisti
È questo il momento in cui i comunisti, mettendo da parte logiche autoreferenziali e ultra-identitarie, devono rafforzare e accelerare un’azione di opposizione alla guerra.
Un’azione capace di interpretare il malcontento sociale, valorizzare le contraddizioni del sistema e dare voce alla grande massa dei gruppi subalterni, che sempre più chiaramente avverte una distanza crescente tra i propri bisogni reali e quelli di un’élite parassitaria interessata esclusivamente al mantenimento del proprio potere.
Un’élite che, trovando sempre maggiori difficoltà nell’esercitare una reale egemonia culturale, è costretta a ricorrere sempre più spesso a strumenti repressivi, dispotici e polizieschi, di cui detiene il monopolio.