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Un programma minimo di fase

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Lo sviluppo del movimento studentesco pone sempre più all’attenzione della società temi come il no al riarmo e alla guerra, ma anche l’insufficienza dei salari in contesto di aumento dei prezzi dei beni al consumo. E’ necessario lavorare a un suo sviluppo che si allarghi maggiormente alla classe lavoratrice.

In Europa si è sviluppato un forte movimento studentesco, nato dalle sempre più evidenti contraddizioni della società capitalistica amplificate dagli effetti della guerra. L’aumento dei prezzi dei beni, in particolare quelli consumati dalle classi subalterne, è dovuto essenzialmente al rincaro del costo dell’energia, trainato dall’aumento del prezzo dei combustibili fossili, per effetto della guerra voluta dalla classe dirigente europea. Agli effetti negativi della guerra alla Russia si sono sovrapposti quelli del conflitto voluto dall’amministrazione Trump all’Iran, in cui la UE è coinvolta, quanto meno nel supporto alle operazioni belliche americane, israeliane e delle petrolmonarchie arabe. Questo aumento dei prezzi ha comportato una sempre più evidente compressione dei salari reali in ogni componente: diretta, indiretta e differita.

Il movimento studentesco si è sviluppato anche in Italia, seguendo l’onda francese. Nel nostro Paese ha visto una grande partecipazione degli studenti e in misura minore dei lavoratori salariati, degli agricoltori e degli autotrasportatori. Questi ultimi si sono mobilitati prevalentemente al Sud, mentre la partecipazione dei lavoratori agli scioperi è in crescita ma non ancora all’altezza della forte mobilitazione che sarebbe richiesta dall’attuale fase per non far scaricare i costi della crisi e della guerra sui ceti subalterni. Il governo Meloni è sempre più in difficoltà, tanto che ha inasprito sempre di più le norme repressive e cerca costantemente di blindare l’esecutivo con le modifiche costituzionali e della legge elettorale.

Lo sviluppo della crisi e l’inflazione galoppante dei prezzi al consumo hanno reso sempre più evidente alle masse come la guerra sia la principale responsabile dell’attuale situazione. Nelle mobilitazioni di ottobre non a caso una delle principali parole d’ordine è stata il rifiuto della politica di riarmo che sottrae risorse al cosiddetto stato sociale. Gli studenti hanno identificato l’assenza di prospettive per il loro futuro e la situazione disastrosa dell’istruzione pubblica con la politica bellicista della classe dirigente. Ormai il no al riarmo e alla guerra è un punto acquisito di programma di fase di questo movimento, tanto che anche la stessa Cgil ha fatto propria questa parola d’ordine, non cedendo alle lusinghe di spostamento della produzione delle industrie in crisi al settore bellico. Spostamento che, comunque, anche se in modo non così evidente, sta avvenendo. Si pensi al settore informatico, dove l’UE ha puntato molto sulla produzione di droni, di programmi e tecnologie adibiti a uso militare.

I rinnovi contrattuali, soprattutto nel pubblico impiego, non sono stati in grado di recuperare la caduta dei salari reali dovuta all’aumento dei prezzi dei beni al consumo. Pertanto diventa sempre più evidente come in un periodo di crisi come questo, che prevede veloci impennate dei prezzi per effetto della guerra, sia necessario agganciare i salari nominali a questi aumenti, per non far scivolare sempre più strati consistenti della classe lavoratrice ai limiti strutturali della propria riproduzione come classe. Riproduzione che comunque è in crisi da anni, proprio per via della compressione salariale e dell’elevata disoccupazione, che rende difficile ai ceti subalterni potersi permettere di avere un numero elevato di figli. In questo contesto la parola d’ordine della scala mobile che agganci l’aumento dei salari all’aumento dei prezzi diventa sempre più viva. Diversi sindacati hanno fatto propria questa rivendicazione, che la Cgil, ad eccezione dell’opposizione interna, stenta ancora ad assumere come propria.

Le manifestazioni del movimento stanno già determinando uno spostamento del dibattito politico, ponendo all’attenzione mediatica e della società parole d’ordine che fino ad oggi erano confinate a una ristretta avanguardia politica e sindacale. D’altronde “ogni passo del movimento reale” determina un avanzamento molto maggiore dei migliori programmi che si possano scrivere. Lo sviluppo di un movimento pone sempre un tema centrale, ovvero quello dell’egemonia al suo interno, ovvero quello di quale prospettiva politica diventa egemone rispetto alle altre. Da una parte le forze della sinistra extraparlamentare puntano ad acquisire radicamento inglobando parte delle nuove generazioni in lotta per rafforzare la loro organizzazione in vista degli sviluppi futuri che si preconfigurano, dall’altra le forze della sinistra istituzionale contano di contenerlo in uno spostamento del dibattito politico che le favorisca in termini elettorali rispetto alla situazione antecedente, dove i riflettori tutti puntavano sui temi della destra più reazionaria. Spostamento del dibattito politico che avrà sicuramente peso sui rapporti di forza interni al Campo Largo e quindi su quale forza politica esprimerà, in caso di vittoria, il primo ministro. La legge elettorale, per aggirare la Costituzione, di fatto non pone nessun vincolo reale al Presidente della Repubblica nella scelta da chi conferire l’incarico di formare il governo.

In questa fase l’obiettivo principale deve essere lo sviluppo del movimento. Un movimento di giovani che deve allargarsi maggiormente alla classe lavoratrice. Per questo è necessario lavorare per la riuscita di tutti gli scioperi in calendario che potranno essere utilizzati per sviluppare questa prospettiva. Uno sviluppo del movimento comporterà anche uno sviluppo di nuovi quadri politici, che, data la giovane età, forse saranno meno afflitti dalla miopia politica di gran parte della sinistra italiana. Con l’avanzare del movimento, sarà compito dell’avanguardia politica affiancare alle parole d’ordine del no alla guerra e della scala mobile, quella della rivendicazione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Rivendicare un cambiamento nell’organizzazione del lavoro per liberare i lavoratori dal controllo pressante che la società capitalistica impone ai loro tempi di vita. Ovvero utilizzare l’aumento della produttività, determinato dallo sviluppo delle forze produttive e dalle applicazioni della Scienza nel mondo della produzione, e il grande esercito industriale di riserva per fare in modo che la classe lavoratrice possa diventare maggiormente padrona delle proprie vite liberandosi progressivamente dalla schiavitù del lavoro salariato. Quindi lavorare meno, per lavorare tutti e meglio, e per avere più tempo a disposizione della propria vita. Tempo liberato che potrà essere dedicato allo studio e all’organizzazione.