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Il Lula 4.0 alla prova della crisi globale

Foto Oficial do Presidente Lula

Il Brasile si trova in mezzo ad un contesto globale di profondo scontro globale dove le sue risorse e la sua economia fanno gola a molti.

La grande rimonta del 25 ottobre, che ha visto Lula rimontare al suo sfidante Flavio oltre 7 milioni di voti tra primo e secondo turno, sfidante che aveva avuto l’appoggio di diversi candidati giunti al terzo e quarto posto alle elezioni del primo turno, non deve nascondere le problematicità che questo risultato determina. La campagna elettorale del primo turno è stata condotta in maniera pessima dallo staff di Lula, tutta volta a dimostrare quanto di buono fatto e non su quello che andava cambiato profondamente, a partire dalla sempre più lontana riforma agraria  e dalla riforma della scuola superiore che ha ridotto le ore delle materie umanistiche come Sociologia e Filosofia, approvato dai governi precedenti e non messo in discussione da Lula.

Fondamentale nel risultato è stata la mobilitazione popolare tra primo e secondo turno, che finalmente riportando i militanti del PT nelle strade, ha permesso piano piano di recuperare il gap iniziale anche grazie alla costituzione di un canale whatsapp chiamato “esercito di Lula” che è cresciuto fino a raggiungere i 10 milioni di iscritti e che ha permesso di quadruplicare il numero degli iscritti al canale di Flavio. 

A pesare contro il primo figlio di Jair è stata una campagna elettorale disastrosa, tutta volta a festeggiare una vittoria considerata pressoché certa e perché praticamente tutti o quasi i partiti sconfitti al primo turno gli avevano confermato l’appoggio al secondo turno, dall’altro dal suo comportamento nei due dibattiti televisivi con Lula, dove si è dimostrato inconsistente sul punto di vista dei contenuti e dove invece è arrivato addirittura a chiamare Lula di “nove dita”, dimostrando il suo più totale sprezzo della classe lavoratrice. Un Flavio che ha ben deciso, dopo l’esito elettorale, di fuggire all’estero, grazie ad un passaporto italiano che gli è stato concesso forse troppo facilmente, e l’appoggio del governo argentino, fuga a cui è stato costretto dai numerosi processi che lo attendevano una volta che l’anno venturo avrebbe perso l’immunità parlamentare; si trova attualmente negli Usa in attesa di essere dichiarato rifugiato politico. 

A supportare invece Flavio contro Lula sono stati diversi influencer di estrema destra che, favoriti da un algoritmo delle piattaforme tutt’altro che neutrale, hanno raccolto milioni di voti con un approccio estremamente provocatorio, con contenuti apertamente razzisti, misogini, ecc. Tra di essi va distaccata indubbiamente Eduarda Campopiano, che ha ottenuto oltre 2 milioni di voti alle elezioni legislative dello stato di San Paolo, risultando la più votata con una campagna elettorale contro il femminismo, l’aborto e a favore della aggressività maschile; considerata anche la sua giovane età (ha 23 anni), è indubbiamente un segnale preoccupante di una radicalizzazione del voto giovanile. A tal proposito va segnalato che in Brasile il voto è obbligatorio nella fascia di età tra i 18 e i 70 anni, mentre è facoltativo tra i 16 e i 18 anni e oltre i 70, ebbene i flussi elettorali hanno visto soprattutto al primo turno una quota consistente di giovani votare l’estrema destra, mentre al secondo turno vi è una stata una mobilitazione degli over 70 a favore di Lula, che temevano l’eccessiva concentrazione di poteri nelle mani del clan Bolsonaro, un clan vincolato ai settori peggiori e più retrivi della società brasiliana: le milizie armate, settori del narcotraffico e le chiese neo pentecostali vincolate alla teologia della prosperità.

Nel frattempo le elezioni legislative che hanno coinciso con il primo turno presidenziale hanno visto la vittoria del partito di Flavio, che ha ottenuto 122 seggi alla camera e guadagnato 19 seggi al senato, dove si votava per un terzo dei membri (il mandato dura 8 anni). La coalizione di Lula ha ottenuto rispettivamente 88 seggi e 6 al Senato, anche a causa della scelta sbagliata di trasferire alcuni candidati storici di Stato per provare  a “scippare” dei senatori a Bolsonaro, con il risultato di perdere anche quelli che già si aveva. Al contempo la progressiva radicalizzazione dello scenario politico brasiliano ha fatto sì che si riducessero i seggi del blocco di centro-destra definito Centrao, blocco di politici locali che di volta in volta forma la base d’appoggio dei diversi governi che si sono succeduti. 

A Lula spetterà, di nuovo, di articolare un governo partendo da una minoranza di seggi e dovendo necessariamente contrattare con partiti e coalizioni diversi dalla propria, con il rischio di dover annacquare sempre di più le proprie rivendicazioni. Tra le battaglie recenti vinte c’è stata indubbiamente la fine della settimana lavorativa su 44 ore e 6 giorni e il passaggio alla settimana su 5 giorni con un massimo di 40 ore settimanali, battaglia che ha visto un ruolo centrale delle mobilitazioni popolari, che hanno costretto anche parlamentari di destra a votare questa legge che avrà una transizione di un anno.

Il prossimo governo, che si insedierà a gennaio, dovrà necessariamente far fronte a questa situazione e l’unico antidoto alla crescita dell’estrema destra in Parlamento sembra essere quella di riportare la gente in piazza, dove i lulisti hanno dimostrato una migliore capacità di mobilitazione rispetto ai bolsonaristi. Il programma che andrebbe portato avanti è dunque difficile ma fondamentale: riforma agraria, centralizzazione della polizia(attualmente in carico ai singoli stati) per cercare di contendere al narcotraffico intere regioni del paese, continuo aumento del salario minimo superiore all’inflazione annuale, abrogazione della riforma delle scuole superiore e superamento del tetto alla spesa pubblica che limita fortemente gli investimenti.

La vittoria di Lula rappresenta infine un argine alla riconquista trumpiana del Sud America, dove in pochi anni i candidati sostenuti da lui hanno vinto praticamente in tutti i paesi del continente, isolando i pochi governi progressisti del continente e permette quantomeno l’opportunità di contendere all’estrema destra il governo di questi paesi, riaprendo le speranze per una possibile ascesa di movimenti progressisti antagonisti alla dottrina “Donroe”.