Bisogna sempre partire dal piano universale per comprendere come agire nel proprio specifico ambito particolare. Peraltro, storicamente, i marxisti e i comunisti hanno sempre operato in tal senso. Il problema è che fino a non molto tempo fa la maggioranza dei marxisti e dei comunisti facevano tale analisi della fase insieme, all’interno dello stesso partito. Ora, dinanzi alla diaspora in atto per cui esistono sempre più realtà che si richiamano al socialismo scientifico, ma con numeri al contempo più ridotti, stiamo cercando sulla base delle nostre forze di provare a consentire uno scambio a distanza fra le diverse prospettive che hanno sempre più difficoltà ad ascoltarsi e, di conseguenza, pure a riconoscersi. Anche perché se si provasse realmente ad ascoltarci si giungerebbe alla conclusione che sono comunque sempre più le cose che ci uniscono rispetto a quelle che ci dividono. Soprattutto diverrebbe evidente che, sebbene ci siano molteplici prospettive anche molto diverse fra loro, chi si ispira al socialismo scientifico è sicuramente meno distante da un marxista e da un comunista, di quanto lo è da chi appartiene ad altre scuole di pensiero e tradizioni politiche.
A tal proposito, nel recente passato, abbiamo tentato di sviluppare un dialogo a distanza sulla questione dell’imperialismo, per tutti i marxisti e comunisti una questione essenziale. Dal momento che ognuno ha sviluppato la questione in una prospettiva differente, sembrano più che le cose che ci dividono rispetto a quelle che ci uniscono. In realtà, molto spesso ognuno ha approfondito un determinato aspetto e se non lo si contrapponesse alla prospettiva degli altri, ma se ci si sforzasse di trovare una sintesi, si potrebbe fare tutti un passo avanti.
A questo scopo stiamo proponendo una nuova inchiesta, chiedendo agli intellettuali organici alla classe subalterna di esporre la propria analisi della fase internazionale, per cercare di comprendere le ricadute sulla politica interna e, a partire da qui, ragionare sul “che fare?” anche perché a noi non interessa soltanto sviluppare una visione del mondo alternativa alla dominante, ma anche provare a trasformare in senso radicale l’esistente.
Dai primi dodici contributi che abbiamo raccolto proviamo a tirare alcune prime conclusioni. Dal punto di vista internazionale le posizioni pessimistiche disfattiste non hanno ragione di essere. Il dato principale è che prosegue la crisi sempre più strutturale delle potenze a capitalismo maturo. Al contempo crescono sempre di più nuove potenze dei tre continenti sfruttati dal colonialismo e dall’imperialismo occidentale che, insieme, sono divenute decisamente superiori da diversi punti di vista anche sostanziali rispetto alle vecchie potenze. Sta crescendo, dunque, un mondo sempre più multipolare. Peraltro, molte potenze del cosiddetto sud globale tendono a coordinarsi in modo alternativo all’occidente collettivo, ad esempio all’interno dei Brics+. D’altra parte, oggi persino dentro la Nato c’è almeno un paese, come la Turchia, che gioca sempre più una partita autonoma sul piano internazionale e che ha peraltro un esercito secondo solo agli Usa.
A livello internazionale, questa situazione sta indebolendo sempre più la capacità di egemonia dell’occidente collettivo, che ha ormai perso la possibilità di presentarsi come un impero deputato a svolgere la funzione di polizia internazionale. Cresce così, sempre di più, il numero di paesi non allineati che cercano di prendere quanto di meglio possono sia dalle nuove che dalle vecchie potenze. In tal modo, anche paesi non potenti stanno riuscendo a conquistarsi alcuni spazi di reale autonomia.
Tuttavia, il fatto che i comunisti non siano egemoni in nessuna o quasi delle stesse potenze emergenti fa sì che, tendenzialmente, si vada sempre di più a uno scontro su scala globale fra le vecchie e le nuove potenze. Peraltro la storia ci testimonia che praticamente mai le potenze precedentemente dominanti cedono pacificamente alle potenze emergenti i privilegi che si erano conquistate sul piano internazionale. Al contrario cercano di mantenere con le unghie e con i denti le proprie casematte, non disdegnando delle guerre preventive per evitare di dover cedere le proprie posizioni.
E’ evidentemente sempre più in atto una guerra globale tra le vecchie potenze e le nuove, anche se ancora combattuta in più fronti e mai in modo diretto, un po’ come era successo in quella vera e propria terza guerra mondiale che è stata la guerra fredda.
Se già allora una prospettiva campista era quantomeno discutibile (vista la prospettiva, emersa sin dalla conferenze di Yalta, di spartirsi il mondo in aree di influenza fra grandi potenze, prima ancora che accettare uno scontro in campo aperto) oggi tale logica appare ancora più insufficiente. Infatti i popoli e le classi oppresse probabilmente avranno poco da guadagnare da uno scontro globale su più fronti come era stata la guerra fredda, essendosi estremamente ridotta la capacità di egemonia di comunisti e marxisti in questo conflitto su scala globale.
Da questo punto di vista la parola d’ordine classica del socialismo scientifico appare quanto mai attuale. Si tratta in primo luogo, di costruire fronti da egemonizzare per contrastare in ogni modo la guerra imperialista. Consapevoli del fatto che, solo spazzando via l’imperialismo, sarà possibile porre realmente fine alle dinamiche guerrafondaie, che ne costituiscono da sempre una caratteristica fondamentale. Da questo punto di vista anche nella attuale guerra mondiale a pezzi in via di espansione, a combattere, a morire, a dividersi, a pagarne le spese sono ovunque le classi subalterne, mentre ad approfittarne in termini di potere e ricchezza sono gli oppressori e gli sfruttatori. Per cui, deve rimanere evidente che se non si è riusciti a evitare che il proprio paese prenda parte alla guerra imperialista, bisognerà operare per trasformarla in una guerra civile rivoluzionaria. A tal proposito bisognerà favorire la fraternizzazione fra gli oppressi di tutti i fronti, nell’ottica di comprendere la necessità di rivoltare le armi contro i veri nemici, che non sono gli sfruttati di altri popoli, ma gli oppressori che guidando l’esercito mirano a militarizzare la società civile e, in primo luogo, le fabbriche.
Sul piano della politica interna tale dinamica di piano inclinato verso un nuovo conflitto mondiale, sta favorendo quasi ovunque una economia di guerra. Ciò significa far crescere sempre di più i rischi di accelerare e rendere sempre più complessiva la dinamica bellica già in atto. Inoltre, porta necessariamente a dividere gli oppressi e metterli sempre più gli uni contro gli altri. Se il riarmo non porta a una partecipazione diretta alla guerra, favorisce comunque una partecipazione indiretta al conflitto mondiale, attraverso la vendita o il prestito di armi e altri materiali necessari a proseguire il conflitto ai paesi belligeranti. L’economia di guerra – che è divenuta il nuovo cavallo di battaglia dell’Unione europea e ha completamente preso il posto della lotta al cambiamento climatico – sta ulteriormente contribuendo all’ accrescersi dei rischi dell’estinzione anche dell’Homo sapiens il quale, in una società sempre più individualista che vede nell’altro un pericoloso concorrente, è ormai sempre più incapace di riprodursi a un tasso superiore al numero dei decessi. In politica interna il riarmo porta a far prevalere l’ideologia nazionalista della destra, di contro all’internazionalista della sinistra, a restringere ulteriormente gli spazi di democrazia formale, e ad applicare misure repressive sempre più devastanti. Significa creare Stati sempre più unitari, favorendo il passaggio da regimi liberaldemocratici a regimi bonapartisti regressivi. Inoltre, economia di guerra significa dare il colpo decisivo al sedicente Stato sociale, cioè alla componente indiretta del salario sociale di classe.
In tal modo, non può che crescere il sospetto dei subalterni nei confronti di uno Stato che diviene sempre di più di polizia, finalizzato a difendere la proprietà privata dei pochi che la controllano in modo monopolistico e a sviluppare il militarismo, per meglio irregimentare sfruttati e oppressi. Così, a ragione, sempre meno credono alla farsa della democrazia liberale borghese, in cui la sovranità popolare si riduce a mettere la croce su un pezzo di carta ogni tot anni, in scontri elettorali in cui i due principali contendenti si accusano costantemente, a ragione, di fare copia e incolla del programma elettorale dei competitor. Anche perché, al solito, si pensa di vincere puntando al centro moderato, per cui le politiche del pensiero unico, ad esempio dell’agenda Draghi, restano dominanti in entrambi gli schieramenti. Naturalmente se il socialismo scientifico fosse capace di fare egemonia fra questi crescenti disillusi delle classi subalterne, si potrebbe arrivare in tempi relativamente rapidi a una situazione potenzialmente rivoluzionaria, creando un potere alternativo al parlamento borghese con assemblee democratiche cui prendono parte gli oppressi e sfruttati, che eleggono i loro portavoce, in ogni momento revocabili, per generalizzare le lotte, gettando al contempo le basi per la società socialista.
Mancando del tutto tale capacità di egemonia, questo grande potenziale patrimonio rischia non solo di andare perduto per la prospettiva rivoluzionaria, ma addirittura per quanto inconsapevolmente, di favorire il fronte contro-rivoluzionario.
Gli oppressi andando sempre meno a votare, finiscono per favorire le tendenze oligarchiche delle classi dominanti senza riuscire ad approfittare del voto per gettare le basi per la società civile futura, in grado sempre più di autogestirsi. Le classi dominanti, per contro, vanno sempre a votare in massa e, al contrario dei subalterni, sanno per chi votare dal momento che quasi tutta l’offerta politica è rivolta a chi può pagare di più, per riottenere con gli interessi quanto si è investito.