Sono oltre 50 le guerre in corso nel mondo, ma non tutte riempiono i telegiornali, anche quando non mancano morti, profughi e distruzione delle città. Perché alcune guerre restano senza telecamere?
La risposta riguarda spesso interessi geopolitici ed economici, soprattutto quando nei mercati di quei Paesi non sono presenti business considerati attrattivi.
Il conflitto in corso in Myanmar è iniziato nel febbraio del 2021, in seguito a un colpo di Stato dell’esercito che ha deposto il governo democraticamente eletto, guidato dal presidente Win Myint e da Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991. Quest’ultima fu immediatamente arrestata e, dall’ottobre del 2025, si trova agli arresti domiciliari in un luogo non dichiarato.
Al riguardo, suo figlio, “Aung San Suu Kyi's”, ha chiesto il 9 maggio 2026 al regime militare di Naypyidaw di fornire prove che la madre ottantenne, leader dello Stato del Myanmar, sia ancora in vita [1].
Sappiamo che è stata condannata a 27 anni di carcere, anche se successivamente la pena è stata ridotta di un sesto. Le accuse, riconosciute dai suoi alleati ma interpretate, almeno secondo quanto emerge dai media, soprattutto come uno strumento per mantenerla lontana dalla vita politica, riguardavano dall’incitamento alla corruzione alla frode elettorale, fino alla violazione della legge sui segreti di Stato [2].
Un’accusa particolarmente complessa, e non molto approfondita dai media, riguarda il genocidio dei Rohingya, un gruppo etnico di religione islamica che parla la lingua rohingya, appartenente alla famiglia delle lingue indoeuropee.
I media hanno diffuso notizie che documentano violenze commesse dall’esercito nel 2017, mentre le forze di sicurezza hanno invece accusato i ribelli Rohingya dell’incendio di villaggi e di violenze contro la propria stessa popolazione nello Stato di Rakhine.
Il premio Nobel per la pace, la pakistana Malala Yousafzai, ha chiesto attraverso un messaggio su Twitter [3] inviato ad Aung San Suu Kyi di prendere posizione e di esprimersi contro il trattamento riservato ai musulmani Rohingya in Myanmar, una situazione che ha causato centinaia di morti.
Nel 2017 numerose altre proteste furono rivolte contro Aung San Suu Kyi per il suo comportamento giudicato “indifferente”, se non propriamente “ostile”, nei confronti dei musulmani Rohingya.
Ricordiamo che il colpo di Stato del 2021 fu giustificato dall’esercito con le accuse di brogli elettorali che sarebbero avvenuti durante le elezioni del 9 novembre 2020. Il capo delle forze armate dichiarò di non voler rispettare la Costituzione, tanto che il golpe avvenne proprio nello stesso giorno in cui il Parlamento avrebbe dovuto riunirsi dopo le elezioni.
Nonostante ciò, l’esercito dichiarò che avrebbe indetto nuove elezioni per trasferire il potere a chi sarebbe stato eletto. Queste si sono svolte in tre fasi: il 28 dicembre 2025, l’11 gennaio e il 25 gennaio 2026.
Le elezioni sono state ampiamente respinte da gran parte della comunità internazionale e dalle Nazioni Unite, che le hanno definite una farsa organizzata dalla Giunta militare per legittimare il proprio governo in un Paese devastato dalla guerra civile.
Il voto si è svolto soltanto nei territori sotto il controllo dei militari, escludendo vaste aree del Paese controllate dai ribelli e dai gruppi di resistenza. Le consultazioni sono state boicottate dall’opposizione e sono state vinte in modo schiacciante dall’USDP (Union Solidarity and Development Party), il principale partito politico filo-militare del Myanmar.
Fondato nel 2010, l’USDP rappresenta il braccio politico delle forze armate e fa parte del sistema di potere della Giunta che controlla il Paese.
Il 3 aprile 2026 il leader militare, generale Min Aung Hlaing, già capo della Giunta militare, è stato eletto presidente del Myanmar. Secondo diversi osservatori internazionali, si è trattato di una esplicita “verniciatura di legittimazione a un regime accusato di torture e di altre gravissime violazioni dei diritti umani” [4].
Quasi contemporaneamente alla sua elezione a presidente è stata annunciata un’amnistia per oltre 4.300 detenuti. Secondo diverse fonti di osservazione dei fenomeni politici nello Stato, la Giunta militare aveva già ridotto di un sesto la pena da scontare anche ad Aung San Suu Kyi. Al momento, tuttavia, non è noto se i 4.300 detenuti politici siano stati effettivamente liberati.
La Giunta golpista opera quindi per presentare il Myanmar come uno Stato democratico, ma l’opposizione è stata bandita ed è in corso una guerra civile nella quale si stima siano state uccise decine di migliaia di persone, mentre milioni di civili sono stati costretti ad abbandonare le proprie case.
Il Myanmar, noto anche come Birmania, è uno Stato del Sud-est asiatico con oltre 100 gruppi etnici. Confina con India, Bangladesh, Cina, Laos e Thailandia. Ufficialmente denominato “Repubblica dell’Unione del Myanmar”, fa parte dell’Asia sudorientale.
Occupa parte della costa occidentale della penisola indocinese, affacciata sul Golfo del Bengala e sul Mar delle Andamane.
Il 6 novembre 2005 la capitale è stata trasferita da Yangon a Pyinmana, che il 27 marzo 2006 è stata ufficialmente rinominata Naypyidaw, cioè “sede dei re”. Yangon, tuttavia, conosciuta anche come Rangoon, resta la città più grande ed è il principale centro economico del Paese.
La guerra civile in Myanmar sta entrando in una nuova fase pericolosa. Mentre lo slancio dei ribelli sembra essersi affievolito e la Cina, secondo diverse fonti, riconosce la Giunta militare, il Paese appare oggi profondamente frammentato e destinato ad affrontare un futuro incerto, nel quale nessuna delle parti sembra in grado di ottenere una vittoria definitiva.
Il panorama del conflitto è estremamente complesso e coinvolge diversi attori:
- La Giunta militare ha assunto il controllo del Paese, ma governa soltanto una percentuale limitata del territorio, circa il 20%. È guidata dal generale Min Aung Hlaing ed è accusata di reprimere brutalmente il dissenso e di condurre bombardamenti contro obiettivi civili.
- La Resistenza, rappresentata dal NUG (National Unity Government), è il governo ombra formato da politici deposti. Coordina il PDF (People’s Defence Forces), le milizie nate per combattere il potere militare.
- Le Milizie etniche (EAO) sono gruppi armati che controllano da decenni diverse regioni periferiche del Paese e che si sono alleati con la Resistenza nel tentativo di rovesciare la Giunta militare.
È in corso una grave crisi umanitaria, poiché il conflitto ha provocato oltre 3,5 milioni di sfollati interni e decine di migliaia di vittime.
La situazione è stata ulteriormente aggravata anche da disastri naturali, tra cui un devastante terremoto e numerose inondazioni che hanno colpito il Paese, causando ingenti danni e devastando intere città come Mandalay.
Allo stato attuale, le forze ribelli ed etniche hanno continuato a guadagnare terreno, conquistando basi e territori, mentre i militari rispondono prevalentemente attraverso attacchi aerei.
Questo conflitto è stato classificato come una guerra civile con una forte dimensione regionale. Sebbene sia apparentemente circoscritto al territorio nazionale, è evidente il crescente coinvolgimento di potenze esterne.
La Cina, infatti, pur avendo progressivamente aumentato il proprio ruolo, ha cercato di porre fine ai combattimenti soprattutto per preservare la stabilità e mantenere i propri interessi strategici, favorendo diversi “cessate il fuoco” con risultati altalenanti e spesso limitati a tregue temporanee.
Gli interessi economici cinesi in Myanmar riguardano diversi settori strategici: minerali critici, petrolio, gas e grandi progetti infrastrutturali nell’ambito della BRI (Belt and Road Initiative).
Il Myanmar offre infatti alla Cina l’accesso a porti in acque profonde e rappresenta un’alternativa strategica alla rotta commerciale dello Stretto di Malacca.
Pur continuando a fornire sostegno militare alla Giunta, Pechino mantiene anche relazioni con la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD).
Anche l’India osserva con preoccupazione l’evoluzione del conflitto. Nuova Delhi deve infatti preservare i rapporti economici e la cooperazione in materia di sicurezza con la Giunta militare, ma allo stesso tempo è profondamente interessata alla situazione della Resistenza e ai flussi di rifugiati che attraversano il confine verso gli Stati nord-orientali indiani.
Per questo motivo, recentemente, l’India ha iniziato a rafforzare i rapporti con alcuni gruppi armati contrari alla Giunta militare, che controllano aree di confine e rendono più complessa la gestione delle frontiere.
Una situazione analoga riguarda l’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), che ha incontrato notevoli difficoltà nell’attuazione del proprio piano di pace.
Le potenze regionali, come la Thailandia, cercano un equilibrio tra le esigenze umanitarie e la necessità di mantenere rapporti sia con la Giunta militare sia con le aree di confine controllate dalla Resistenza, per garantire il commercio e il controllo delle malattie.
Secondo diversi media internazionali, anche la Russia ha sostenuto la Giunta militare, fornendo un costante appoggio diplomatico e vendendo attrezzature militari utilizzate nei raid aerei.
Poiché questi rapporti hanno ricevuto meno attenzione rispetto ad altri conflitti più presenti nei media internazionali e nei nostri telegiornali, si è prodotto di fatto un silenzio mediatico.
Anche la Bielorussia ha recentemente rafforzato la cooperazione militare:
“Il Generale Tun Aung, Ministro dell’Unione per la Difesa del Myanmar, ha guidato una delegazione in una visita ufficiale a Minsk” [5].
Il Myanmar è inoltre diventato un centro rilevante per la criminalità transnazionale, in particolare per le reti di truffe online e il traffico illecito di droga, fenomeni che hanno conseguenze anche su popolazioni di altri Paesi.
Allo stato attuale, il conflitto è ormai classificato come guerra civile ed è considerato da molti osservatori un confronto difficilmente risolvibile, nel quale si contrappongono una Giunta militare indebolita e una vasta alleanza composta da forze favorevoli alla democrazia e milizie etniche, unite seppur in modo complesso e spesso silenzioso.
Poiché nessuna delle due parti appare in grado di ottenere una vittoria decisiva, è più probabile immaginare, per il futuro, una situazione prolungata e frammentaria di stallo piuttosto che una soluzione definitiva.
Secondo quanto emerge dalle analisi disponibili, l’ONU non è intervenuta direttamente nel conflitto, mentre la Giunta militare ha richiesto il sostegno della Russia, che non sembra avere come obiettivo garantire una vittoria militare completa, quanto piuttosto consolidare la propria influenza attraverso forniture militari, cooperazione strategica e sostegno diplomatico [6].
Il Myanmar è suddiviso in 15 zone amministrative, comprendenti 8 Regioni abitate prevalentemente dalla popolazione birmana e 7 Stati abitati da gruppi appartenenti ad altre etnie. A queste si aggiungono 6 zone auto-amministrate e la capitale.
Pur non essendoci una religione ufficiale di Stato, il buddismo Theravada è praticato da circa l’87% della popolazione, mentre il restante 13% è composto da animisti, cristiani, musulmani e appartenenti ad altre confessioni minoritarie.
Il Myanmar non è uno Stato povero. Il PIL pro capite nel 2024 è stato registrato in 1.158,48 dollari statunitensi, un valore che corrisponde circa al 9% della media mondiale.
L’economia del Paese dispone infatti di importanti risorse naturali. Le foreste del Tenasserim e degli Stati Karen e Shan forniscono legname pregiato, tra cui il teak, di cui il Myanmar è uno dei principali produttori mondiali, oltre al bambù e al pynkado.
Lungo il litorale del Tenasserim sono inoltre presenti importanti coltivazioni di caucciù.
L’area forestale si estende per oltre 5,6 milioni di ettari lungo il confine tra Myanmar e Thailandia ed è conosciuta come paesaggio forestale Dawna-Tenasserim. Rappresenta una delle zone selvagge più estese e incontaminate del Sud-est asiatico ed è nota per la sua straordinaria biodiversità.
Il Myanmar ha una superficie di circa 678.500 km², quasi il doppio dell’Italia. Confina, procedendo da ovest, con Bangladesh, India, Cina, Thailandia e Laos; a sud dispone di circa 2.000 chilometri di costa e si affaccia sul Golfo del Bengala. Il territorio è attraversato dal Tropico del Cancro.
Dopo il colpo di Stato, gli Stati Uniti hanno imposto un regime di sanzioni contro la Giunta militare e contro le aziende ad essa collegate, compresa la Myanmar Oil and Gas Enterprise (MOGE), con l’obiettivo di limitare le entrate finanziarie dei militari.
Tuttavia, il Myanmar possiede risorse strategiche di crescente interesse internazionale, in particolare terre rare e materiali destinati all’elettronica, come disprosio e terbio, fondamentali per la produzione di veicoli elettrici, smartphone e tecnologie aerospaziali.
L’amministrazione statunitense ha quindi valutato strategie per diversificare la catena di approvvigionamento, considerando che molti giacimenti si trovano nello Stato del Kachin, controllato dal Kachin Independence Army (KIA), un gruppo della Resistenza contrario alla Giunta militare.
In questo contesto Washington sembra orientata verso un approccio più pragmatico, attraverso iniziative diplomatiche e la possibile rimozione di alcune sanzioni mirate nei confronti di figure collegate a determinati settori economici locali.
Rimane tuttavia aperto il tema del deficit commerciale legato ai dazi, considerando che il Myanmar ha esportato negli Stati Uniti soprattutto prodotti tessili e articoli di abbigliamento.
Un elemento rilevante riguarda inoltre il monitoraggio statunitense del crescente fenomeno dei centri di truffa informatica (“scam compounds”) presenti in Myanmar, strutture che danneggiano consumatori americani e contribuiscono a destabilizzare ulteriormente l’economia regionale.
Nonostante il Myanmar sia considerato un Paese colpito da una gravissima crisi umanitaria, con oltre 3 milioni di sfollati e un numero elevato di vittime, oggi, a oltre cinque anni dal golpe militare del febbraio 2021, il conflitto ha superato la soglia dei 100 mila morti.
Il bilancio è stato diffuso il primo luglio da Armed Conflict Location & Event Data (ACLED), secondo cui dall’insediamento della Giunta guidata dal generale Min Aung Hlaing si contano almeno 100.114 vittime [7].
Questo dato conferma che il Myanmar rappresenta il secondo Paese al mondo per intensità della violenza, dopo i Territori palestinesi occupati da Israele.
Le vicende del conflitto in Myanmar sono spesso non raccontate dai media. La situazione è ulteriormente aggravata, senza tuttavia suscitare particolare attenzione internazionale, dai tagli agli aiuti umanitari e dai disastri naturali, che rendono questo Paese uno dei più vulnerabili dell’area ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico).
È evidente che nel conflitto circolano anche armi dotate di tecnologie moderne e che le multinazionali del settore hanno interesse affinché le guerre non si interrompano.
Analizzando questo conflitto, che come abbiamo ricordato non riceve adeguata attenzione mediatica, emergono numerosi aspetti poco conosciuti. È importante considerare che il Myanmar sta cercando, nonostante le enormi difficoltà, di uscire da questa guerra.
Il conflitto appare come un anello di una catena più ampia di guerre che attraversano il mondo e che, secondo questa interpretazione, rappresentano processi bellici attraverso i quali il capitalismo tende progressivamente a trasformarsi in imperialismo, alimentando conflitti come quello tra Ucraina e Russia e quello di Gaza, definita dall’autore “terra di genocidio” a causa delle responsabilità attribuite a Israele e del ruolo degli Stati Uniti.
Note:
[1] (https://english.dvb.no/family-of-ousted-myanmar-leader-aung-san-suu-kyi-call-for-proof-of-life/).
[2] (https://www.reuters.com/world/asia-pacific/myanmar-reduces-ex-leader-aung-san-suu-kyis-sentence-her-lawyer-says-2026-04-17/).
[3](https://www.repubblica.it/esteri/2017/09/04/news/malala_critica_aung_san_suu_kyi_condanni_violenze_contro_rohingya_-174614097/)
[4] (https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/04/30/aung-san-suu-kyi-lascia-il-carcere-concessi-i-
domiciliari-_02caf776-1bd9-4deb-a880-295011da32aa.html).
[5] (https://www.adnkronos.com/rassegna-stampa/italiano/myanmar-delegazione-di-difesa-in-visita-ufficiale-in-bielorussia-per-rafforzare-la-cooperazione-militare_1NDNrqNjQ1D4efwNF1xZp?refresh_ce).
