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Recensione a Per un comunismo della cura di Gian Andrea Franchi, Bologna, DeriveApprodi, 2025

Il dramma contemporaneo delle migrazioni di massa, dovuto ai guasti sistemici del regime capitalistico, evoca al medesimo tempo la reazione plebea e razzista di una rinnovata guerra dei poveri, e la domanda di una riconfigurazione della vita sociale, che sta ancora dentro l’orizzonte che è stato chiamato comunista.


Recensione a Per un comunismo della cura di Gian Andrea Franchi, Bologna, DeriveApprodi, 2025

Suggestivamente e significativamente echeggiante il titolo di un capitale testo del filosofo francese André Tosel [1], quello del roveretano Gian Andrea Franchi vuole in realtà essere uno scritto militante in senso stretto, nato da un’esperienza sul campo diretta e sofferta al fianco e dentro le folle invisibili e dolenti della cosiddetta "Rotta balcanica", sparsa e ostinata comunità "nomade" insistente su un tragitto mediaticamente periferico dei grandi flussi migratori, rispetto alle micidiali e mortifere vie d’acqua dei cimiteri liquidi del Mediterraneo, pompati dalle politiche securitarie di un’Europa vecchia, triste,  satolla e infelice, indifferente e feroce. 

Con la compagna Lorena Fornasir e l’associazione "Linea d’ombra" (fondata nel 2019), l’ex professore di filosofia è infatti il protagonista di una straordinaria e coraggiosa esperienza di aiuto e conforto nei riguardi dei migranti dell’area sud-orientale (prevalentemente provenienti da un Medio Oriente tormentato dagli muscolari interventi "umanitari" di eserciti americani o afferenti, oltre che dal Pakistan e dall’Afghanistan), che lo vede ormai da oltre un decennio quotidianamente presidiare lo spazio comunitario antistante la stazione ferroviaria di Trieste (ribattezzato "Piazza del mondo"), dove si dispiega un’instancabile attività di sostegno e ristoro, nella sostanziale afasia della società civile circostante, "isolotto di sosta e di accoglienza in una palude  di indifferenza" [p. 80]. A suo tempo accusato di aver collaborato con un’organizzazione di passeur a scopo di lucro, Franchi si è anche sobbarcato una denuncia per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, con una scia di sgradevoli episodi mediatici e giudiziari, che ben descrivono gli umori e gli orientamenti ufficiali che presiedono alla gestione politica e culturale dei flussi migratori nella cittadella "bianca" e nell’ex-giulivo  "giardino" planetario [2].

Ma qui, come sappiamo, non ne va più di una generica (e "fisiologica" o consuetudinaria) emigrazione: dallo scorcio di millennio la persona del migrante assurge infatti a cifra oltre-storica allo stesso tempo simbolica e materialissima dell’indicibile della riproduzione della vita, nell’epoca del mercato compiutamente dispiegato (e disvelato a sé e agli altri) - allo stesso tempo, congiuntura del tempo e drammatica allegoria del futuro prossimo venturo. E Franchi ne fa "figura" chiave di una riflessione più ampia sui destini della civiltà e su modi e forme di una possibile coabitazione planetaria che, oggi gelidamente sovradeterminata dalle dinamiche impersonali del capitalismo finanziarizzato, esplode e implode contemporaneamente nelle forme imposte di una modernità ultra-individualistica, vero agone spietato di un rinnovato Bellum omnium contra omnes e di un’imponente, inedita e conseguente regressione civile. Dunque, non l’occasionalità o la contingenza di una perturbazione da correggere o integrare con sane dosi di "riformismo" emendativo o tecnologicamente "modernizzante" [3] , ma il contrassegno del precipitare catastrofico di una crisi sistemica e finale, di un ingorgo, che ipoteca cupamente le basi stesse della coesistenza tra stati, aree e soggettività sociali, e che postula una rivisitazione radicale dei quadri del vivere associato, dei modi in cui l’umanità definisce le regole dello stare insieme storico, nel tempo del fallimento conclamato e rovinoso del regime capitalistico, della "comune rovina delle classi in lotta" [4]. Un tragico crocevia epocale di grande momento, di rotonda portata filosofica, oltre che "banalmente" politica, che l’urgenza sintomatica dei flussi migratori di massa insofferentemente drammatizza e fa deflagrare istericamente dalle nostre parti, terremotando la tradizionale, soddisfatta sicurezza occidentalocentrica, generosamente lambendo quella di antica ascendenza marx-engelsiana, che aveva declinato la liberazione umana sul terreno "irradiante" di un Occidente che emancipa e si emancipa a partire dalla metropoli capitalistico-industriale (ma che il "pensatore originale" Lenin, spregiudicatamente derogando dalla "dottrina", dimensionava in tempi non sospetti nell’orizzonte delle dinamiche internazionali in odore di rottura potenziale degli assetti vigenti, prima e dopo la catastrofe teorematica del Primo conflitto mondiale) [5].

È in questo senso che Franchi interpella alcuni "Maestri" e critici apocalittici e "irregolari" del contemporaneo come i migranti ante litteram Walter Benjamin e Günther Anders [6] per identificare e attualizzare i termini di inquadramento del disagio di civiltà che attraversa il nostro tempo, il deficit d’esperienza che da tempo ottunde la "nostra" percezione della modernità – coloro che con tempestività pionieristica e in visionaria solitudine hanno fissato lo sguardo sull’incombere dell’orrore possibile nelle forme della quotidianità alienata alle varie gradazioni di scala, cui la prassi politica dei ceti dominanti, quando non ha proditoriamente e miseramente contribuito, non è mai parsa e men che meno pare oggi in grado di opporre la visione di un ri-scatto, se non salvifico, concretamente operante quanto meno sul terreno redistributivo delle condizioni reali di vita della comunità umana nel suo insieme, non soltanto delle élite esilarantemente irretite da una stolida via di fuga esistenziale marziana, la "grottesca (e redditizia) corsa allo spazio" (p. 82). La "cifra" migrante, così, si fa prezioso strumento ermeneutico e analitico, passando da sintomo acuto e scandaloso della crudeltà, delle ipocrisie e delle patologie di un sistema irriformabile, a prefigurazione antropologica e pratica reale di un metodo, di una postura, nella quale la "cura" (luogo linguistico esemplare dell’Heidegger esistenzialista, come apertura creaturale e spazio delle finitezza costitutiva dell’essere umano, qui proposta come orizzonte e atmosfera di un modo nuovo e fluido di accostare l’alterità), si storicizza e semplifica uscendo dalla rarefazione speculativa, per ritrovarsi fisicamente nella fisicità singola e derelitta delle "eccedenze" umane. Quelle che, vittime remote della genealogica ferocia predatoria già del capitalismo cinquecentesco, al massimo oggetto delle al più paternalistiche dispute filosofico-teologico-antropologiche degli umanisti dell’epoca [6] , poi carne da macello e manodopera a costo zero nei secoli dell’ebbra ascesa trionfale della civiltà "bianca", rivendicano oggi il profilo minimo di un diritto all’esistenza, alla dignità originaria dei corpi, che nelle orgogliose patrie europee del diritto e della tolleranza vengono semplicemente respinti e denegati nelle tante forme meschine e pervertite di un gretto solipsismo "bianco" – last but non least quella veicolata nell’osceno lemma della "re-migrazione", cavallo di battaglia delle immedicabili e sempre risorgenti acefalie neo-fasciste. Ma anche quelle che concentrano epifaniche il senso cosmico-storico di un’intera parabola di civiltà, oggi giunta al redde rationem della sua intrinseca incapacità di far coincidere razionalità quantitativa ossessivamente dispiegata, e meta-razionalità della specie alle prese, oggi, con la possibilità immanente dell’annullamento inerziale e accelerato dell'avventura umana, sigillo del fallimento della frusta e corrusca modernità "borghese". 

Tra le inaudite soggettività di confine e gli ingovernabili "imprevisti" di questo precipitato millenario e di una deteriorata modernità, quelli del migrante, dell’"esule dalla terra" (p. 49), dunque, prima di tutto inverano ed esasperano l’originaria pulsione esclusivista di un Occidente, che ha saputo, fino a qualche tempo fa (quanto credibilmente?), giustapporre le alte declamazioni circa un’orgogliosa supremazia giuridica e valoriale e la pratica amorale di un dominio produttivo di una simmeliana "immensa provvista di dolore" - che oggi gli si ritorce contro, nelle forme dell’"invadente" rivendicazione elementare del diritto alla vita degli esclusi della Terra (cui si sono, per altro, rumorosamente offerti per decenni i lustrini plasticati di un benessere ingannevole e posticcio) e che destabilizza le residue certezze "progressiste" di un universo di principi già di per sé da tempo vanificato per "linee interne", annaspante e metastatico.  Non dunque una delle tante emergenze  che misurano e sfidano il contemporaneo, ma il confronto diretto e problematico con il game (nelle stesse parole dei diretti interessati, la messa in gioco radicale, il rischio assoluto delle proprie possibilità, il nudo esistere di fronte all’ignoto, la scelta obbligata della/per la sopravvivenza), cioè con le mille vicissitudini e l’esposizione dei "corpi in fuga" (p. 9), "corpi di dolore" (p. 14), "corpi in cammino" (p. 18). I singoli e i gruppi che, nel tentativo di sottrarsi agli effetti delle "devastazioni storiche e ambientali" generate dal capitalocene sul pianeta, oltre a evocare le "comuni ma diseguali radici della nostra infelicità nascosta e della loro così evidente" (p. 111), allusivamente trasportano per noi il potenziale "messaggio di una ricerca comune" (p. 106), le vie di una politica dell’ulteriorità, lo scandaglio virtuoso (anche se spesso impervio e non privo di contrasti e laceranti contraddizioni) della relazione tra mondi, che vuole e deve andare al di là della filantropia o di un generica solidarietà, il gesto esemplare e narcisisticamente auto-assolutorio. La "Piazza del Mondo" triestina, infatti, nell’ispirazione di Franchi, si propone come "luogo dove si svolge un nuovo tentativo d’esperienza politica", che si sa anche "debole, incerto, faticoso> nel tentativo di uscire dalla dimensione umanitaria in cui viene facilmente rinchiuso", nonché laboratorio di anticipazione di forme inedite di coesistenza tra diversi e di sperimentazione socio-culturale, anche se attraversata da rigidità e conflittualità, che non vanno negate o sottaciute, ma dialettizzate dentro una comune consapevolezza dell’"infelicità del tempo" (p. 125). È (anche) nel suo microlaboratorio, infatti, che reciprocamente possono intercettarsi in situazione le "due esclusioni" strutturali del sistema dell’odierno dominio: l’"abissale", riguardante i "corpi colonizzati" (la massa degli esuli, delle "non-persone", p. 12), le "non abissali" - l’area vasta degli "sfruttati all'interno del “mondo metropolitano”, oggi volatilizzati nella dispersione del senso politico e del progetto, occultati nell’incedere vittorioso e indifferente dei processi di valorizzazione del capitale, che hanno frantumato e disperso qualsivoglia pulsione antagonistica, ricacciando le pur imponenti insorgenze otto-novecentesche nel limbo dell’impotenza e dell’afasia. Troppo spesso artatamente divise e contrapposte, in un’eterna dinamica fratricida, che trasferisce il conflitto dalla sua sana declinazione verticale alle sconcezze di una sempre rinnovata guerra tra poveri,  esse devono ritrovare la sintesi di una visione comune che, se non può "rinnegare il senso di esperienze trascorse", deve tuttavia "approfondirlo, con una critica interna e l’avvio di nuove  esperienze" (p. 139), facendosi ambito di ricomposizione di passato e presente delle forze di progresso. 

Agisce insomma, nel libro di Franchi, una domanda insofferente e ultimativa di unificazione dal basso delle prospettive e delle lotte delle vastissime e multilatitudinarie aree sociali di sofferenza, dentro il comune sentimento dell’insostenibilità dell’ordine vigente, sottratto all’incantamento apatico e rassegnato dell’intrascendibilità dell’"orrore esistente accettato e ricoperto di normalità" (p. 136), e restituito alla consapevolezza dell’urgenza di una "messa in comune della vita, basata sul rapporto intrinseco fra singolo e collettivo" (p. 137), su una "universalità nuova" (p. 121).

E "Resistenza, lotta e cura", sono gli assi concettuali di un rinnovato impegno trasformativo del mondo, che raccoglie criticamente il "testimone" delle pratiche tradizionali del movimento operaio per lanciare la sfida di una rifondazione dei quadri stessi della liberazione. Ma essa impone, oggi, insieme all’allargamento dei fronti di contrasto alla barbarie contemporanea, l’individuazione, la moltiplicazione e l’estensione dei luoghi, degli ambiti e delle soggettività implicate. Una grande alleanza, verrebbe da precisare, che riesca a pensare nella diversità, ma congiuntamente e orizzontalmente l’oltre e a sentire l’interezza e la gravità della lesione esistenziale all’essere in quanto tale, al vivente nella sua generalità, all’ambiente come dimora delle generazioni future – che pro-ponga la questione estrema, finale della sopravvivenza, contro la libido dominandi dei poteri finanziari e la rotta omicida ed ecocida cui essi destinano la totalità, nel vortice ossessivo della loro foia acquisitiva.

La "lezione dei migranti", "nuda vita umana" (p. 124), in questo contesto, questa individuazione forte e irriducibile del "bisogno di sopravvivenza" della specie nella sua globalità, da "periferia" e margine del disagio planetario, da imprecisata e imbarazzante turbolenza del contemporaneo si solleva a interrogazione generale e assolutamente tempestiva sulle cose umane, e restaura quell’antica e insopprimibile domanda di comunismo, di egualitaria condivisione costruttiva di senso, che postula imperiosa "il superamento di forme di vita legate al mondo della mercificazione totale, cioè al denaro come forma centrale di relazione umana e una visione della Terra come magazzino di materiali" (p. 123). Quell’istanza politico-morale che si ripensa e riformula come "processo autonomo di riconfigurazione del visibile, del pensabile e del possibile e non il compimento di un movimento storico", com’è stato nell’incantamento storicistico del XIX secolo; nelle parole ispirate del filosofo Jacques Rancière,  come energica "rottura del corso normale del tempo" (cit. p. 114) e avvio di un’avventura di disalienazione planetaria,  che conosce la propria imperfezione, ma ha fatto tesoro di quella dell’avversario. E sa che la posta in palio, questa volta, non è un banale nuovo equilibrio politico, ma la perpetuazione della vita.

 

Note

[1] Studi su Marx (ed Engels). Verso un comunismo della finitudine, Milano, Edizioni Punto Rosso, 2020.

[2] Nella parole di Joseph Borrell, membro del PSOE, ex Alto rappresentante UE per la Politica estera (rivolte nell’ottobre 2022 all’allora Rettrice del College of Europe, Federica Mogherini, che lo aveva preceduto nella carica), L’Europa "è la migliore combinazione di libertà politica, prosperità economica e coesione sociale che l’umanità è stata in grado di costruire.  (…) La maggior parte del resto del mondo è una giungla e la giungla potrebbe invadere il giardino". In https://ww.kulturjam.it

[3] Sulla vanità e contraddittorietà della soluzione tecnocratico-tecnologica ai guasti della… tecnologia, v. Carlo Galli, Tecnica, Bologna, il Mulino, 2025, in particolare pag. 158 ("non sarà dalla tecnica che ci si può attendere il rimedio alle conseguenze della tecnica,  nella quale tra peraltro si esprimono logiche non tecniche, ma di profitto e di potenza").

[3] Luciano Canfora, Il porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto, Roma-Bari, Laterza, 2025, pag. 61.

[4] Marx K. Friedrich Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, Roma-Bari, Laterza, 199, pag. 6.

[5] Cfr. Luciano Canfora, il porcospino d’acciaio, Roma-Bari, Laterza, 2025, pag. 61. Ma v. anche                                      Comunismo un’altra storia, Milano, Feltrinelli, 2026.

[6] Rispettivamente, Angelus Novus. Saggi e frammenti, Torino, Einaudi, 1981, e L’uomo è antiquato, Torino, Bollati Boringhieri, 2003.

[7] Si allude qui alla controversia della prima metà del XVI secolo tra Padre Bartolomé de Las Casas (detto l"apostolo delle Indie") e l’umanista Juan Ginés Sepulveda, divisi dall’interpretazione da dare alla misura di "umanità" da conferire agli indios dell’America Latina, dopo l’emanazione della Bolla del papa Paolo III, che li aveva definiti "uomini autentici". Si veda a titolo d’esempio Tzvetan Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’altro,Torino, Einaudi, 1992. Si staglia, nel panorama del secolo, per chiarezza, efficacia e duttilità teorica, la figura del letterato e filosofo relativista francese Michel de Montaigne ("Dei cannibali", in Saggi, a cura di Virginio Enrico, Milano, Mondadori, 2008, pp.227-241).

06/06/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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