Recensioni

Un duro film di denuncia sul degrado dei quartieri proletari, senza perdere la tenerezza.
Il miglior film dell’anno fra quelli fino a oggi usciti nelle sale del nostro paese.
Un bel film palestinese contro il patriarcato e i pregiudizi di una visione del mondo religiosa.
Dalla banalità del male, al controllo totale delle comunicazioni, strumentalizzando il terrorismo.
Il film A casa nostra offre la possibilità allo spettatore di riflettere sul rischio che corre nuovamente l’Europa nel momento in cui è lo spettro del fascismo a usurpare il ruolo del comunismo.
L'altro volto della speranza è un film che prende coraggiosamente di petto i pregiudizi razziali seppur in un’ottica interclassista.
Il capitalismo dopo aver diviso le classi sociali, è penetrato nella sfera esistenziale delle persone, anche in quella più propriamente interiore, intima, psichica a tal punto da aver trasformato ogni rapporto sociale.
La mostra Da Caravaggio a Bernini quale occasione per alcune considerazioni sull’arte nella prospettiva di un’estetica marxista.
La verità negata e Il viaggio di Fanny sono due preziosi film che contrastano il rovescismo storico.
La commedia di Brecht Mr Puntila e il suo servo Matti, messa in scena dal teatro dell’Elfo, garantisce godimento estetico, lasciando molto da riflettere allo spettatore sui rapporti di classe.
Un’analisi critica sullo stato del cinema italiano a partire da una riflessione sulle assegnazioni dei premi e dei film incoronati ai David di Donatello.
Un documentario troppo didascalico che presenta in modo acritico e superficiale il ribellismo anarcoide degli anni sessanta in una delle sue più emblematiche declinazioni musicali: The Stooges.
Film che rappresenta, in modo del tutto acritico, la spaventosa decadenza morale dell’alta borghesia nelle società a capitalismo avanzato, sino all’apologia indiretta dello stupro.
La grande lotta di emancipazione contro l’apartheid vigente ancora negli anni sessanta negli Stati Uniti ridotto a una naturalistica storia d’amore di due subalterni privi di qualsiasi coscienza di classe.
Un buon esempio di Rivoluzione passiva: come l’anticomunismo ha permesso di superare negli Usa in modo molecolare l’apartheid nei confronti degli afroamericani e i pregiudizi di genere.
Il film muove da un valido spunto critico marcusiano, il principio di prestazione che uccide la stessa gioia di vivere, ma non è in grado di svilupparlo se non nella direzione di un noioso film d’autore.
I paradossi della non violenza: il pacifismo guerrafondaio e l’ipocrita fondamentalismo individualista dei pentacostali.
Il cinico punto di vista del cameriere diviene la prospettiva attraverso cui il regista narra la grande tragedia storica, disinteressandosi di tutto ciò che va al di là delle apparenze di cui si nutre la società dello spettacolo.
Un coraggioso film non riconciliato con l’industria culturale che riporta al centro dell’attenzione la working class, la cui tragica condizione è, però, rappresentata in modo naturalistico.
Una grande occasione sostanzialmente mancata per far riflettere il grande pubblico su tematiche essenziali come le grandi esclusioni di classe, genere e razza caratteristiche delle società liberali.
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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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