Ringrazio Giulio Chinappi per aver, nell’editoriale dello scorso numero di questo settimanale, più volte richiamato un mio articolo, anche se per criticarlo. Premetto, a scanso di equivoci, che spero proprio, non solo per me, ma anche per il genere umano che abbia perfettamente ragione lui a correggere i limiti della mia interpretazione. Aggiungo, inoltre, che mentre anni fa, dal momento che tutti o quasi sparavano a zero sulla Repubblica popolare cinese, tendevo a difenderla strenuamente; oggi che nella sinistra radicale la maggioranza tende a lodarla, talvolta in modo apologetico, mi viene spontaneo riequilibrare il discorso e mostrare anche i limiti e le contraddizioni. Quindi, credo che certamente maggiormente dialettica sarebbe una sintesi degli aspetti negativi da me messi in evidenza e degli aspetti positivi, con grande precisione e competenza richiamati da Chinappi.
Aggiungo, a scanso di equivoci, che vorrei ancora essere d’accordo con Lukács quando controbatteva alle critiche sottolineando come, in ogni caso, il peggiore degli Stati in cui i comunisti sono al potere è comunque superiore al migliore dei paesi in cui il potere resta nelle mani della grande borghesia.
Infine, ci tengo a sottolineare che il generale arretramento dei comunisti non riguarda solo la maggioranza del gruppo dirigente cinese, ma la maggioranza di chi si definisce comunista a livello internazionale nell’ultimo, quasi, mezzo secolo. Del resto viviamo in un mondo, necessariamente, sempre più globalizzato e la crisi dei comunisti nei paesi a capitalismo maturo, non favorisce certo lo sviluppo dei comunisti in contesti con condizioni di partenza decisamente più complesse.
Resta che, sebbene Chinappi abbia fugato alcuni dei dubbi che mi attanagliavano, non gli è ancora possibile sanarli tutti. Quindi, provo ora a sollevarne alcuni dei principali, nella speranza di essere, in modo convincente, smentito. Naturalmente torno necessariamente a guardare unilateralmente alle contraddizioni della transizione al socialismo, il che non toglie che considero decisamente sacrosante le conquiste che, ad esempio, ancora Chinappi nel suo articolo, a ragione, sottolineava.
La prima questione che mi pongo è che, sebbene sia essenziale coltivare delle grandi ambizioni, cioè mirare a migliorare il corso del mondo, risulta controproducente porsi degli obiettivi troppo avanzati, che non è oggettivamente possibile conseguire. Ora, in un mondo in cui i comunisti continuano a vivere una crisi epocale, in cui, quindi, i rapporti di forza sono decisamente a noi sfavorevoli, pretendere che i comunisti in Cina possano rovesciare questa situazione, realizzando una società socialista, cioè una società in transizione verso il comunismo, mi sembra un caricare di responsabilità eccessive un popolo che ha contribuito e che ancora contribuisce al progresso del genere umano.
Del resto, a meno di non condividere la concezione apertamente revisionista di Domenico Losurdo, per cui il mezzo, il socialismo sarebbe il tutto, mentre il fine, il comunismo, dovrebbe necessariamente rimanere una irrealizzabile utopia, non mi pare proprio che non solo il proletariato, ma nemmeno quella che dovrebbe essere la sua avanguardia, si pongono il problema di come realizzare la società comunista. Una società nella quale, semplificando al massimo, lo stesso Stato sarà compiutamente riassorbito in una società civile in grado di autoregolarsi e autogestirsi.
Del resto a me pare che anche nei documenti del Partito comunista si parli di mirare a una società benestante e non a una società comunista. Intendiamoci: se i comunisti cinesi riuscissero nel loro obiettivo, avrebbero di certo realizzato già un eccezionale risultato, viste le attuali condizioni. Al contrario, pretendendo da loro la costruzione della prima società comunista, in queste condizioni locali e internazionali mi pare un pretendere troppo. Il che rischia di risultare controproducente, un po’ come del celebre Grande balzo in avanti. In altri termini, se prometti dei risultati irrealistici, anche quando poi realizzi dei modesti passi in avanti, questi ultimi vengono inevitabilmente considerati come una sconfitta per chi aveva assicurato di poter conseguire dei traguardi troppo utopistici.
In secondo luogo, come ci hanno insegnato in particolare proprio i comunisti cinesi, la lotta di classe nelle fasi di transizione, invece di tendere a scomparire, diviene addirittura più violenta che mai. Ora di tutto ciò non mi pare ci sia una reale consapevolezza all’interno della stessa maggioranza del Partito comunista cinese. Anzi mi pare, sperando anche in tal caso di essere smentito dai fatti, che al contrario prevalgano le concezioni che ritengono ormai la questione della lotta di classe in Cina quasi un residuo del passato. Non a caso, non molti anni fa, si era giunti persino a invitare i capitalisti cinesi a entrare a far parte del Partito comunista. Se non sbaglio, fortunatamente negli ultimi anni, questo abbaglio non è stato più sottolineato, ma non mi pare ci sia stata una smentita di tale gravissimo errore non solo nei fatti, ma anche dal punto di vista teorico.
Vi è poi la questione centrale della costruzione della democrazia socialista sovietica. A me pare, sperando anche in tal caso di essere smentito dai fatti, che questa questione non è centrale non solo nella prassi, ma persino nella teoria della stessa maggioranza del Partito comunista cinese.
Per quanto si tratti di un caso, è emblematico che quando posi la questione a un eminente marxista cinese a una conferenza a Roma, ha risposto ritenendo che la domanda fosse fuori luogo, dal momento che si trattava della Repubblica popolare cinese e non dell’Unione sovietica. Come se la questione decisiva dei soviet fosse una semplice caratteristica della via al socialismo dell’Urss.
Ora sarei veramente felice di essere smentito dai fatti, cioè che mi fosse dimostrato come in Cina, visto che siamo in un paese socialista, in transizione al comunismo, il potere è sempre più nelle mani dei soviet, cioè dei consigli dei proletari.
Vi è poi la questione altrettanto determinante della politica estera del paese in cui sembrerebbe che persino all’interno della classe dirigente del paese tendono a prevalere le preoccupazioni di tipo nazionalista, rispetto a quelle internazionaliste. Anche qui temo che o si assume la posizione decisamente revisionista di Losurdo, per cui l’internazionalismo sarebbe una utopia anarchica, mentre il vero socialismo non potrebbe che essere nazionalista, oppure si dovrebbe realisticamente considerare, che, quanto meno sul piano della lotta di classe nelle sovrastrutture, è più la borghesia che il proletariato ad avere oggi l’egemonia.
Senza dimenticare che gli stessi comunisti cinesi preferivano avere, per formare i propri giovani, un intellettuale decisamente borghese come Romano Prodi, il grande protagonista della svendita dei beni pubblici italiani al capitale finanziario, piuttosto che un intellettuale come Losurdo, che era certamente il principale sostenitore a livello teorico in Italia della linea denghista e post denghista.
Del resto, sul piano internazionale, la stessa maggioranza del Partito comunista cinese non pare particolarmente interessata a dare la precedenza ai rapporti con le forze comuniste degli altri paesi. A questo proposito ricordo ancora come un compagno, apologeta della Repubblica popolare, per dimostrare il modello del comunismo cinese, sosteneva ammirato il fatto che la classe dirigente trattasse allo stesso modo le delegazioni straniere, del tutto a prescindere dal loro orientamento politico. Tanto che rivendicava il fatto che una delegazione comunista fosse trattata allo stesso modo di una delegazione di Forza Italia. Una attitudine che non mi può che apparire in significativa contraddizione con l’internazionalismo proletario che dovrebbe caratterizzare un comunista non revisionista.
Ricordo anche che quando venne a Roma un importante dirigente comunista rivoluzionario del Nepal, paese confinante con la Repubblica popolare cinese, dinanzi alla domanda come si fosse schierato il gruppo dirigente cinese dinanzi alla -peraltro vincitrice - grande lotta contro la monarchia, mi rispose che aveva preferito sostenere le forze della controrivoluzione.
Del resto, persino la Repubblica socialista del Vietnam, talvolta, sembra temere più il gigante cinese vicino, guidato dai comunisti, che la potenza imperialista più aggressiva: gli Stati Uniti d’America, geograficamente più distanti. Del resto talvolta si dimentica che il Vietnam non fu combattuto e invaso soltanto da Francia e Stati Uniti, ma anche dalla Repubblica popolare cinese. Anche se, naturalmente, le spaventose violenze perpetrate dall’imperialismo francese e statunitense non sono neanche comparabili con quelle perpetrate dai cinesi.
Quando questi ultimi, in piena crisi della Grecia, acquistarono il porto del Pireo, comunisti e proletari greci direttamente interessati, più che considerare ciò come una liberazione, mi pare la avessero vissuta con preoccupazione. Come hanno denunciato comunisti di alcuni paesi, la politica della Repubblica popolare negli ultimi anni non fa grandi differenze fra lo stipulare accordi commerciali con paesi guidate da forze di sinistra e paesi golpisti come, ad esempio, il Perù, in cui era stato rovesciato e incarcerato il presidente filo proletario Castillo.
Naturalmente tutto ciò non toglie che anche la politica estera della Repubblica popolare vada pienamente sostenuta nel momento in cui si contrappone all’unipolarismo dell’imperialismo della Nato. Allo stesso modo la politica interna cinese non può che essere esaltata nel momento in cui realizza una delle più importanti, se non la più importante, lotta contro la miseria della storia umana ecc.